Marx, Hegel e Feuerbach

Le ricerche del giovane Lukács sulle origini filosofiche del marxismo lo portano a indagare sull’influenza dell’opera di Hegel e Feuerbach nell’elaborazione della visione del mondo di Marx


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Segue da: “Le radici filosofiche del marxismo

György Lukács muove dalla constatazione che il rapporto di Karl Marx con il pensiero di Ludwig Feuerbach, al pari di quello di Marx con l’opera di Georg W. F. Hegel, non sia stato chiarito a fondo né dal punto di vista storico né, tanto meno, da quello filosofico. Negli sporadici casi in cui un tentativo in questo senso è stato fatto, vi sarebbe stata, a giudizio di Lukács, un’evidente sopravvalutazione dell’influenza della filosofia di Feuerbach su Marx e, conseguentemente, la sottovalutazione dell’apporto della filosofia hegeliana nella formazione della Weltanschauung marxiana. Lukács ritiene, infatti, di poter dimostrare che l’influenza oggettiva degli scritti di Feuerbach non fosse effettivamente così grande quanto lo stesso giovane Marx reputava. Dunque, per quanto potesse ritenersi debitore nei confronti di Feuerbach, secondo Lukács Marx avrebbe sostanzialmente respinto il preteso superamento feuerbachiano della filosofia hegeliana.

Lukács fa riferimento proprio ad alcune prese di posizione individuabili nell’opera marxiana, da cui si era voluta dedurre la decisiva influenza di Feuerbach sul giovane Marx, per ribaltare questo tipo di interpretazione. Così, ad esempio, già nella Sacra Famiglia, opera in cui più forte è il richiamo a Feuerbach e il contrasto con Hegel, Lukács mostra come Marx – nel tentativo di raggiungere la concretezza e la chiarezza concettuale atta a superare l’astrattezza “speculativa” dei giovani hegeliani – dovesse aver trovato dei motivi di interesse nel materialismo di Feuerbach, nonostante le evidenti differenze, “per lo stesso motivo per cui, ad esempio, il giovane Hegel all’epoca della sua grande polemica con Kant e Fichte, trattò i filosofi del diritto naturale (e primo fra tutti Hobbes) con maggiore simpatia che in altre occasioni e con minore asprezza polemica di quella mostrata nei confronti di Kant e Fichte” [1].

Per mettere meglio in luce la differenza fra la concezione del mondo di Marx e quella di Feuerbach, Lukács fa riferimento ai concetti hegeliani di “mediazione” e “immediatezza”. A parere di Lukács, Feuerbach avrebbe ridotto arbitrariamente il complesso e problematico concetto della mediazione al suo aspetto logico, separando da esso come meramente empirico il significato che aveva sul piano della filosofia della storia nella riflessione di Hegel. In tal modo Feuerbach aveva ritenuto di poterlo superare sia sul piano puramente logico, sia su quello pratico, facendo ricorso, in modo acritico, all’immediatezza dell’intuizione sensibile. Al contrario Marx, di fronte alle semplificazioni arbitrarie compiute da Feuerbach e dai giovani hegeliani, ha cercato di recuperare l’aspetto per lui più prezioso del concetto di mediazione, quello che ne faceva uno dei nodi centrali della filosofia della storia di Hegel. Così, mentre Feuerbach finiva – come tutti i socialisti utopisti – per contrapporre un nuovo mondo ideale e aproblematico al contraddittorio e drammatico, ma ben “reale” mondo borghese, Marx, seguendo Hegel, ha cercato di far emergere, grazie alla dialettica storica, gli elementi del nuovo mondo celati nel vecchio.

Così, non può essere attribuito a un caso, sottolinea Lukács, che sia Marx che Friedrich Engels, criticando le cattive astrazioni puramente speculative di Pierre-Joseph Proudhon o l’astorica astrattezza dell’etica feuerbachiana, abbiano sentito il bisogno di richiamarsi proprio alla filosofia di Hegel. Feuerbach e i socialisti utopisti su questo punto, come su molti altri, erano rimasti, infatti, ben dietro rispetto a Hegel. Per Marx, anche in ciò fedele discepolo di Hegel, l’estraneazione non si poteva considerare né una pura e semplice astrazione speculativa, come aveva fatto Feuerbach, né un fenomeno meramente empirico, come avevano fatto i socialisti utopisti, ma andava considerata una forma necessaria d’esistenza di un’epoca storica in cui domina un determinato modo di produzione, quello capitalistico, in cui il lavoro morto domina su quello vivo. L’estraneazione non può perciò essere superata, dunque, come pretendeva Feuerbach, su di un piano puramente gnoseologico, né, come volevano i socialisti utopisti, con il semplice rifiuto sul piano “etico-utopico”, ma, per Hegel come per Marx, il suo superamento è possibile solo ponendosi dal punto di vista della filosofia della storia che considera l’estraneazione necessaria solo in quanto storicamente determinata.

Lukács passa, così, a indagare le cause che hanno impedito a Feuerbach e a i socialisti utopisti di comprendere la realtà storica dell’estraneazione. A parere del filosofo ungherese ciò dipendeva dalla loro pretesa di poter analizzare il concetto di estraneazione senza far riferimento al concetto di immediatezza, o considerandolo in una contrapposizione adialettica a questo. Al contrario per Hegel, come poi per Marx, i concetti di immediatezza ed estraneazione sono strettamente connessi l’uno all’altro e ognuno di essi diviene comprensibile solo in relazione all’altro. Ciò permette a Lukács di mostrare come in realtà Hegel avesse confutato in anticipo le critiche che gli saranno rivolte da Feuerbach. Per Hegel, infatti, l’estraneazione non è altro che l’“immediatezza” del mondo borghese che egli definisce “l’estraneazione non superata”. Marx può, allora, richiamandosi alla filosofia hegeliana, ricondurre il concetto di immediatezza, che aveva un ruolo centrale nella critica di Feuerbach a Hegel, al piano della filosofia della storia, che gli permette di comprendere come a ogni grado dello sviluppo il risultato del processo precedente appaia come l’“immediato”. Ora per Marx si tratta di smascherare questa immediatezza come una semplice apparenza, dovuta alla non-perspicuità delle categorie mediatrici attraverso le quali il risultato è passato nel corso del processo storico. Ciò non vuol dire che Marx abbia inteso ridurre questa apparenza a un semplice inganno. La dialettica gli ha consentito, infatti, di considerare la storia come un processo, gli ha permesso di metterne in luce anche l’aspetto di necessità, di cruda oggettività. Marx, allora, non si limita più come Feuerbach ed i socialisti utopisti a rifiutare semplicemente questa apparenza, ma per mezzo della dialettica mira a far emergere quelle categorie mediatrici che hanno trasformato “l’apparenza in necessaria apparenza dell’essenza, in forma fenomenica necessaria dell’essere”. L’apparenza, infatti, deve essere considerata dialetticamente, al tempo stesso, come risultato del processo, ma anche come momento dello sviluppo.

Il richiamo a Hegel permette così a Marx di denunciare le opposte astrattezze delle analisi di Feuerbach e dei giovani hegeliani – che avevano creduto di doversi limitare al piano presuntivamente astorico della filosofia – e degli economisti politici e dei loro critici borghesi, che avevano pensato di doversi limitare ad un’analisi storico-empirica e, quindi, adialettica. Entrambe queste analisi restavano, nella loro unilateralità, necessariamente confinate al piano dell’immediatezza. Come scrive Lukács, in effetti, da un lato “l’effettiva ‘deduzione’ filosofica di un concetto, di una categoria può consistere solo nella sua ‘produzione’, nella dimostrazione della sua genesi storica”, dall’altro “la storia consiste proprio nel mutamento ininterrotto di quelle forme che il pensiero antidialettico precedente, rimasto costantemente bloccato all’immediatezza del suo presente, aveva considerato come forme eterne sovrastoriche” (Lukács, Scritti, p. 297).

Mentre gli interpreti dogmatici di Hegel, come Ferdinand Lassalle e i giovani hegeliani, avevano frainteso del tutto la sua concezione della storia, finendo per fare del suo dialettico concetto di evoluzione un processo del tutto autonomo, del tutto indipendente dal momento della presa di coscienza, Marx, rompendo in tal modo e con Feuerbach e con tutti i socialisti utopisti che lo avevano preceduto, ha fatto suo il concetto hegeliano di evoluzione, in base al quale lo spirito si dispiega organicamente dalla sua completa mancanza di coscienza fino alla chiara presa di coscienza di sé. Marx, a parere di Lukács, non si sarebbe limitato a fare suo questo concetto, ma lo avrebbe modificato attraverso un’attenta critica. Questa modificazione non va, però, cercata là dove “credono di trovarla i marxisti volgari, vale a dire nella sola sostituzione dell’‘idealismo’ con il ‘materialismo’ (queste sono frasi vuote), ma, al contrario, nel sostanziale approfondimento del pensiero di Hegel” (Lukács, Storia, p. 22), che consiste nell’aver applicato il metodo dialettico hegeliano all’analisi critica del modo capitalistico di produzione, individuando al suo interno il soggetto storico in grado di superarlo: il proletariato.

Note:

[1] György Lukács, Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972, p. 281. D’ora in poi citato come (Lukács, Scritti, p. x).

13/06/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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