Religione, fondamentalismi, violenza - Parte II

In modi diversi le religioni monoteistiche mostrano tutte una tendenza al fondamentalismo.


Religione, fondamentalismi, violenza - Parte II

Dopo esserci chiesti che cosa sia la religione, domanda fondamentale da cui partire per comprendere come dalla problematica religiosa possano nascere violente manifestazioni di intolleranza, cercheremo, in questa seconda parte dell’indagine, di illustrare le diverse forme di fondamentalismo, mostrando come non si tratti di un fenomeno esclusivamente islamico, e che, se da sola la religione non può scatenare le guerre, tuttavia può giocare in esse un ruolo importante e decisivo.

di Alessandra Ciattini

segue da Parte 1

Altri fondamentalismi 

Parlando di fondamentalismi, tuttavia, dobbiamo tenere presente che essi si annidano anche nelle altre religioni monoteistiche, quali l'ebraismo e l'islamismo. Quanto al primo, dobbiamo ricordare il sionismo, movimento politico, sviluppatosi all'interno del nazionalismo europeo, che appoggia lo Stato d'Israele e le sue politiche di aggressione e di distruzione nei confronti della comunità palestinese e che, però, ha basi religiose. Queste ultime stanno nella stessa scelta del territorio sui cui si è insediato lo Stato d'Israele, terra “promessa” da Dio al suo popolo eletto, e ciò a dispetto della storia, che ha visto la Palestina per secoli essere la spazio in cui gruppi etnici e culture diverse hanno convissuto sotto la sostanziale tolleranza ottomana. A dispetto anche del fatto, sottolineato da molti storici, che solo con il sionismo stesso si è costituito un vero popolo di Israele, in precedenza diviso in comunità di diversa provenienza e tra loro anche conflittuali. 

Accanto a tale forma di fondamentalismo politico-religioso troviamo tendenze che vengono definite ultra-ortodosse, divise tra gli haredim e i datiim, i quali, pur avendo un atteggiamento diverso verso lo Stato di Israele, condividono l'esigenza di un'adesione letterale ai precetti delle Sacre Scritture e considerano miscredenti anche gli stessi ebrei, che ad essa non si allineano. Tale è la differenza tra gli ultra-ortodossi, che nel caso degli haredim non considerano legittimo lo stesso Stato di Israele [1], e gli israeliani cosiddetti laici, che taluni prefigurano sia possibile l'accendersi di conflitti che potrebbero sfociare in scontri sanguinosi.

Veniamo infine al fondamentalismo islamico, l'unico di cui si parla quotidianamente e in maniera martellante, e che è inevitabilmente associato agli attentati attuati in Europa negli ultimi anni (l'ultimo quello del 13 novembre scorso a Parigi). Con questo termine ci si riferisce a quelle tendenze religiose e politiche, sviluppatesi nel Novecento in ambiente sunnita, che – con un atteggiamento simile a quello dei fondamentalismi su esaminati – sostengono la necessità di ritornare ai contenuti dell'Islam originario, fondandosi sull'interpretazione letterale dei testi sacri quali il Corano e gli Ahadith [2]. 

Altro aspetto del fondamentalismo islamico è rappresentato dalla volontà di introdurre la shari'a (la via da seguire), ossia la legge sacra, che dovrebbe regolare ogni attività degli individui sia di carattere privato che pubblico. Ovviamente quest'ultima, per sua natura, mette in discussione il carattere laico delle organizzazioni politiche e la distinzione tra religione e politica, che oggi, d'altra parte, è messa in questione anche da ampi settori cattolici e protestanti i quali, con grande insistenza, sollecitano un ritorno della religione negli spazi pubblici. In tale contesto, nel quale si è fatta sentire in maniera pesante l'ingerenza delle potenze occidentali che hanno relegato i Paesi arabi a teatro dei loro scontri per le risorse energetiche e per la conquista di insediamenti cruciali dal punto di vista geo-strategico, il jihad [3] si è fatto sempre più aggressivo ed è diventato uno strumento di riscatto e di vendetta. 

Per capire l'atteggiamento psicologico del terrorista che lo induce a commettere crimini efferati e riprovevoli - non peggiori, tuttavia, di quelli di cui è costellata la politica aggressiva della grandi potenze nei confronti del Medio Oriente, accompagnata dal sostanziale disinteresse verso il problema de profughi [4], da quest'ultima provocato - può essere utile ricordare un passo scritto da Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) e citato da Raymond Williams (Cultura e rivoluzione industriale. Inghilterra 1780-1950, Torino 1961). 

In questo brano si riporta un dialogo immaginario tra un lavoratore senza risorse e un benestante, tenuto agli inizi della Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna, in cui era all'auge la teoria matlhusiana, che sembra pervadere anche i nostri tempi. Dice il benestante: “... in questo stato progredito e artificiale della società non posso permettermi di soccorrerti; devi morire di fame. Sei venuto al mondo quando questo non era in grado di mantenerti”. A queste parole così risponde il lavoratore disperato: “Tu neghi ogni legame con me; non ho diritti su di te? Allora posso non avere alcun dovere verso di te e questa pistola mi metterà in possesso della tua ricchezza. Puoi lasciare dietro di te una legge che mi impiccherà, ma quale uomo vedendo di fronte a sé la morte per fame certa, ebbe mai paura dell'impiccagione” (cit. in Williams 1961: 88). 

Naturalmente in molti casi non si tratta della morte fisica, che pure si verifica in maniera consistente (si pensi ai profughi che annegano ogni giorno nel Mediterraneo), ma dell'annichilamento culturale e sociale di ampi strati dei Paesi aggrediti e sottomessi, da cui arrivano i fuggitivi sospinti da guerre, le cui origini e cause per la cultura massmediatica restano misteriose come per il Belli  i contenuti della fede cristiana a chi ascolta la predica di un parroco pur volenteroso (G.G. Belli, Er frutto de la predica).

Resta un ultimo motivo da affrontare e certo non di facile interpretazione: quello della relazione tra religione e violenza/guerra, spesso inteso in senso meccanico e automatico, ma che, invece, non sfugge ad articolazioni e complessità. Possiamo cominciare col dire che certamente l'aggressività rappresenta uno tratti costitutivi della psiche umana, e svolge una funzione adattiva, nella misura in cui contribuisce a garantire la sopravvivenza del singolo e della specie, anche se oggi gli psicoanalisti ritengono che la pulsione aggressiva e quella sessuale non operino mai separatamente. Dal momento che la caratteristica dell'essere umano è quella di avere una “natura” che viene plasmata in maniera diversa dalla differenti forme sociali e culturali, sarebbe semplicistico e riduttivo ritenere che fenomeni grandiosi e tragici come i conflitti di vario genere e le guerre siano attribuibili semplicemente allo scatenamento di questa pulsione originaria. In una prospettiva che guardi alla relazione dialettica tra natura e cultura sembrerebbe più opportuno analizzare approfonditamente tutto l'insieme delle condizioni economiche, politiche, culturali, nelle quali si produce il fenomeno distruttivo, certamente radicato in origine nella nostra istintualità, per individuarne in maniera non riduttiva le cause e le motivazioni. 

Non è questa la strada intrapresa dal noto studioso cattolico René Girard che ha scritto varie opere sull'argomento, rifiutando – correttamente, dal mio punto di vista – che la religione da sola possa essere l'unica fonte della violenza, giacché quest'ultima precede il sorgere di questa istituzione umana. Tuttavia, egli ritiene che la violenza scaturirebbe dal desiderare quello che gli altri desiderano secondo un processo fondato sull'emulazione, con lo scopo di conquistare la superiorità e la pienezza dell'essere, scatenando così un conflitto che può vedere coinvolti due o più individui [5]. Egli chiama tale prospettiva “teoria mimetica” e ritiene che l'uscita dalla crisi, provocata dallo scontro dei desideri suscitati dallo stesso oggetto, sarebbe stata individuata dagli uomini antichi nell'istituzione del sacrificio del capro espiatorio, con il quale si designa e si uccide il responsabile del disordine, ristabilendo l'ordine messo a rischio dal conflitto. 

Come si può capire, la teoria mimetica attribuisce alla religione arcaica una funzione pacificatrice, anche se comporta l'inevitabile uccisione di un innocente. Non ci soffermiamo sulla trasformazione della relazione violenza/religione nell'epoca cristiana indagata da Girard, e rimandiamo chi volesse approfondire il tema a La violenza e il sacro (Milano 1992); ci preme sottolineare soltanto che sembra alquanto riduttivo immaginare che alla base di fenomeni sconvolgenti, quali le guerre che devastano continenti interi e che non sembrano appartenere esclusivamente al nostro passato, possano scaturire da un decontestualizzato scontro di desideri. 

A nostro parere esse sono piuttosto il risultato di un insieme aggrovigliato di fattori e del farsi sempre più stridente di contraddizioni, che covano nel seno stesso della società, in particolare di quella capitalistica avanzata, che nella sua crisi e nel suo declino sembra voler mantenere in ogni modo l'egemonia e il predominio; obiettivo cui è spinta dalla sua stessa logica predatoria. E ciò pur a costo di far esplodere un conflitto epocale e apocalittico, come si può ricavare da quanto si scrive, ma che non viene adeguatamente divulgato, sull'ammodernamento delle bombe termonucleari e sullo sviluppo della guerra robotica e fondata sull'uso dei droni

Naturalmente, se le guerre scaturiscono dall'interrelazione tra fattori diversi, in tale incastro anche la religione, in particolare nel sue forme fondamentaliste, può giocare un certo ruolo, che a mio parere si sviluppa secondo due traiettorie diverse, che qui cercherò di indicare brevemente. 

La prima è quella più nota e dibattuta e consiste nell'utilizzazione del suo messaggio quale forma di legittimazione di una certa forma di potere; sto facendo riferimento all'impiego della religione come instrumentum regni, funzione che essa può esplicare con facilità, giacché proprio per la sua prospettiva essenzialistica essa è in grado di dare un fondamento assoluto e indiscutibile ad un certo assetto sociale, occultando che esso è il frutto di un particolare dispiegarsi della storia. Secondo questa visione, per esempio, l'espansione coloniale non è solo l'estendersi del dominio europeo, ma anche l'allargamento della cristianità benvoluto e benedetto da Dio. 

Quest'uso della religione è adottato dai ceti dirigenti, caratterizzati talvolta dal cinismo e dalla miscredenza; del tutto diverso è, invece, il modo in cui le masse dei fedeli recepiscono e vivono i contenuti della loro fede, ma gli esiti possono essere ugualmente nefasti, in particolare se dall'essenzialismo [6] si sfocia nel fondamentalismo che fa apparire il proprio modo di essere l'unico degno dell'essere umano e a questi confacente. 

In tale contesti, dove scarsa è la diversificazione dei gruppi sociali o dove un singolo gruppo si chiude in una posizione difensiva, gli individui non hanno alcuna coscienza che è possibile vivere in un mondo in cui si confrontano e si scontrano visioni del reale alternative e, intimoriti, stigmatizzano la scelta ideologica diversa come abominio e devianza. Tale forma mentis, ben radicata soprattutto in quei contesti sociali in cui le contraddizioni ideologiche portano alla luce uno scontro per la vita o per la morte dei gruppi in conflitto, costituisce un'ottima base per convogliare masse inconsapevoli di individui verso nuove “crociate” a vantaggio di interessi a loro estranei e sconosciuti.   

Note

  1. Alcuni di essi ritengono che solo con l'avvento del Messia potrà costituirsi lo Stato di Israele; altri, invece, auspicano con forza un ulteriore allargamento di quest'ultimo. In ogni caso, nella loro comunità, fortemente ostile all'introduzione delle innovazioni moderne, centrale è lo studio delle Sacre Scritture portato avanti dagli uomini, esclusi dal servizio militare, e continua ad imperare la radicale divisione tra i due sessi sia nelle scuole che sui mezzi di trasporto, recentemente messa in discussione dalle donne.
  2. Si tratta di racconti relativi alla vita del profeta Maometto e raccolti nella Sunna.
  3. Il jihad può esser inteso anche come una lotta interiore, attraverso la quale l'individuo acquisisce un sempre maggior avvicinamento alla divinità e al suo volere.
  4. Si ricordi che alcuni Paesi, come la Danimarca, hanno decretato il sequestro dei beni dei rifugiati.
  5. Ci si potrebbe chiedere quale conflitto di desideri ha determinato le guerre coloniali, dal momento che i popoli colonizzati non hanno mai tentato di conquistare i beni e le risorse degli europei?
  6. L'identificazione della religione con l'essenzialismo non deve portarci alla conclusione che solo da questo atteggiamento scaturisca l'ideologia intesa come sostegno intellettuale ad una certa struttura di potere. Infatti, la società contemporanea è pervasa da tematiche ideologiche antiessenzialistiche che mettono l'accento sull'identità plurale, sulla fluidità della vita sociale, sull'impossibilità di coagulare le singolarità in uno schema generale, le quali sono emanazioni del consumismo. Ma di questo bisognerà parlare in altra occasione, per ora ci limitiamo a sottolineare che i due atteggiamenti possono tranquillamente convivere in uno stesso individuo.

 

04/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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