Vietnam: le radici della rivoluzione nel modello coloniale francese

Come il modello educativo e coloniale francese, ispirato all'assimilazione ed alla “francesizzazione” dei popoli colonizzati, ha contribuito alla formazione dei rivoluzionari che sancirono la fine dell'impero della madrepatria.


Vietnam: le radici della rivoluzione nel modello coloniale francese Credits: foto di Giulio Chinappi

Nel “Manifesto del Partito Comunista”, Karl Marx e Friedrich Engels avvertono che la borghesia, seguendo la propria sete di accumulazione, è destinata a produrre i suoi stessi becchini, ovvero la classe proletaria. Un processo per certi aspetti simile, seppur con dinamiche differenti, ha avuto luogo in parecchie ex-colonie africane ed asiatiche di Paesi europei, dove la brama egemonizzante di potere politico ed economico delle potenze del “vecchio mondo” ha prodotto le élite locali che avrebbero poi condotto le lotte per la liberazione.

Particolarmente interessante è il caso del Vietnam, che nel corso del XIX secolo divenne colonia francese assieme ai limitrofi Laos e Cambogia, in quella che veniva allora chiamata, con denominazione colonialista, l'Indocina Francese. In ossequio alla propria tradizione repubblicana, i francesi erano soliti istituire sistemi scolastici molto avanzati presso le proprie colonie, e questo ebbe luogo in Vietnam a partire dagli anni '20 del XX secolo. Secondo la concezione dei colonizzatori francesi, infatti, la scolarizzazione delle popolazioni indigene avrebbe rappresentato un modo efficace per rinsaldare il potere in quei territori, imponendo la cultura della madrepatria secondo la “missione civilizzatrice” che la stessa Francia si era assegnata per giustificare l'oppressione su popoli ritenuti culturalmente “inferiori”. Ufficialmente, il governo parigino affermava di voler estendere alle colonie “la scuola repubblicana, obbligatoria, gratuita e laica” introdotta nel 1881 da Jules Ferry, all'epoca primo ministro.

La volontà di sviluppare un sistema scolastico ed educativo nelle colonie non deve sorprendere, anzi va ad inscriversi perfettamente all'interno delle dinamiche dell'epoca coloniale: secondo il modello applicato dalle potenze colonizzatrici, ed in particolare dalla Francia, “la colonizzazione ha rappresentato un periodo nel quale la violenza dei rapporti conviveva con un sentimento di paternalismo. Il dovere di civilizzare e di portare i lumi della conoscenza era in concorrenza con l'esca del guadagno, la costruzione con le peggiori distruzioni” [1]. L'obiettivo finale sarebbe stato quello di costruire una “Grande Nazione” francese comprendente tutto l'impero coloniale, sostituendo le culture locali con quella della madrepatria attraverso un processo di “francesizzazione” degli autoctoni.

Il modello di colonizzazione culturale applicato dalla Francia, detto “assimilazionista”, prevedeva in effetti una presunta “emancipazione” dei popoli colonizzati grazie ai contatti con la cultura francese, giudicata superiore, e di conseguenza si pensava che quegli stessi popoli si sarebbero poi volontariamente piegati al dominio coloniale, ritenendolo conveniente anche per loro stessi. Tale modello venne però applicato in maniera meno dura in Vietnam e nel resto dell'Indocina francese, in quanto quelli asiatici venivano considerati come popoli più avanzati rispetto agli arabi ed ai neri africani. Ciò permise agli intellettuali locali di sviluppare una visione per certi versi autonoma e critica nei confronti della colonizzazione.

Al contrario di quanto sperato dai colonizzatori, di conseguenza, l'educazione in stile occidentale produsse proprio i becchini del sistema coloniale stesso, e ciò avvenne in diversi Paesi, come il Vietnam o l'Algeria: “I più educati ebbero accesso al sapere inculcato dallo Stato dominante per riflettere e rimettere in causa questo stesso potere. Spesso, i primi contestatori erano individui che avevano beneficiato di una certa educazione, degli intellettuali” [2].

Nel caso del Vietnam, poi, all'educazione francese si aggiunse un altro elemento di fondamentale importanza, ovvero l'introduzione, per la prima volta, di un alfabeto ampiamente utilizzato dalla popolazione locale. Furono infatti i francesi a rendere obbligatorio il quốc ngữ, ovvero la scrittura della lingua vietnamita con i caratteri latini modificati, introdotto per la prima volta da alcuni missionari portoghesi nel XVI secolo. Per secoli, però, questo alfabeto fu scarsamente utilizzato, fino a quando i colonizzatori decisero di renderlo scrittura nazionale a partire dal 1918, in sostituzione di quella con i caratteri cinesi utilizzata in precedenza (chữ Hán). Agli occhi dei dominatori, il nuovo alfabeto serviva per facilitare la burocrazia e la formazione degli interpreti, nonché per allontanare i vietnamiti dalle idee dell'élite intellettuale nazionalista di formazione cino-confuciana. Il nuovo alfabeto, però, riscosse successo anche tra i nazionalisti e gli indipendentisti, che allo stesso tempo volevano tagliare i ponti con il passato caratterizzato dalla dominazione cinese ed avere a disposizione una scrittura che unificasse tutto il territorio vietnamita, nonostante la frammentazione in cinquantaquattro diversi gruppi etnici. Per la prima volta nella sua storia, infatti, tutto il Paese utilizzava una stessa lingua ufficiale ed una stessa scrittura.

Il modello educativo francese imposto in Vietnam non raggiunse mai i propri obiettivi di alfabetizzazione generalizzata. Infatti, anche se la scolarizzazione era diventata abbastanza elevata nei centri urbani, la maggioranza della popolazione locale viveva ancora nelle aree rurali, dove era la tradizione orale ad avere un'importanza primaria, e l'alfabetizzazione su scala nazionale non superava il 5%. Allo stesso tempo, i francesi, autoproclamatisi “educatori dell'Indocina”, fondarono numerosi istituti universitari e di studi superiori, in particolare per approfondire la conoscenza degli usi e dei costumi locali, ma anche del territorio indocinese, al fine di sfruttare al meglio le risorse umane e naturali di quei Paesi.

Il più grande fallimento del sistema educativo coloniale, tuttavia, fu proprio quello di aver prodotto i partigiani dell'anticolonialismo e gli attori della futura rivoluzione comunista. Una mancanza decisamente grave, dal momento che il sistema in questione era stato concepito per rafforzare il potere coloniale. Grazie alla scrittura in caratteri latini del quốc ngữ, i vietnamiti potevano finalmente comunicare tra di loro e con il resto del mondo, senza dimenticare che molti avevano studiato il francese, avendo dunque accesso a testi politici e filosofici pubblicati in Europa. I colonizzati non mancarono di notare come i principi repubblicani “Liberté, Egalité, Fraternité” fossero completamente ignorati nel rapporto di dominazione imposto dalla madrepatria. Sebbene alcuni moti indipendentisti si fossero sviluppati già nel XIX secolo ed all'inizio del XX secolo, furono proprio i mezzi messi a disposizione dal sistema educativo francese a fornire agli intellettuali vietnamiti i mezzi teorici e pratici per coronare con il successo la lotta per la liberazione.

L'educazione francese formò dunque una classe di intellettuali che rifiutavano tanto il modello confuciano di derivazione cinese quanto quello occidentale della potenza colonizzatrice, entrambi visti come espressioni di dominazioni straniere che umiliavano il popolo vietnamita. Costoro adottarono nuove idee, rivoluzionarie e socialiste, e fu proprio il marxismo-leninismo a rappresentare la principale novità tra i moti indipendentisti che avevano fallito nei decenni precedenti e quello che porterà alla proclamazione dell'indipendenza del Vietnam al termine della seconda guerra mondiale. Tra le nuove figure intellettuali e politiche, emerse quella di Hồ Chí Minh (letteralmente “portatore di luce”, uno dei tanti pseudonimi utilizzati nel corso della propria vita da Nguyễn Sinh Cung), che beneficiò dell'educazione francese prima di diventare leader della rivoluzione e primo presidente del Vietnam indipendente. Conoscitore del francese e di altre lingue europee (si dice che avesse imparato anche un po' di italiano), Hồ Chí Minh viaggiò in oltre trenta Paesi e soggiornò a lungo proprio in Francia, dove fu uno dei fondatori del Partito Comunista Francese. Fondamentali, durante la sua permanenza in Francia, furono anche i numerosi contributi teorici sulla situazione indocinese e sulla colonizzazione in generale, pubblicati sul quotidiano L'Humanité e sugli altri organi del PCF. Fu grazie a queste esperienze che egli si rese conto che i diritti affermati dai principi repubblicani e propri del tanto decantato modello democratico occidentale erano negati non solo ai popoli colonizzati, ma anche ad un gran numero di cittadini europei. Proprio per questo, nel corso della lotta per l'indipendenza, il leader comunista invitò sempre i vietnamiti a lottare contro i colonizzatori francesi, ma allo stesso tempo a fraternizzare con il proletariato della madrepatria, oppresso dagli stessi padroni che tenevano in catene i vietnamiti, mettendo in evidenza lo spirito patriottico ed allo stesso tempo internazionalista del movimento per la liberazione del Vietnam.

Considerando anche che molti altri quadri della rivoluzione vietnamita si formarono grazie all'educazione francese, compreso il leggendario generale Võ Nguyên Giáp, che alla stessa Francia inflisse pesanti sconfitte militari, non è azzardato dire che la scuola ed il modello educativo francesi diedero un contributo fondamentale tanto nella creazione della linea politica del Partito Comunista Vietnamita quanto nel successo della rivoluzione. Significativo, in questo senso, è il racconto di Cơ Tàn Chương, colonnello dell'armata della Repubblica Democratica del Việt Nam: “Fu in quel liceo [il liceo francese Chasse Loup Laubat, ndr] che entrai in contatto con la rivoluzione. Ero vietnamita, ma dovevo imparare le vicende di ‘nos ancêtres, les Gaulois’ (i nostri antenati, i Galli). Capii che appartenevo ad un popolo che aveva perso la sua storia e quando ne ebbi l'occasione, nel '45, alla Rivoluzione d'agosto, presi il fucile contro i francesi” [3].


Note:

[1] NAHAVANDI, F. (2009), Du développement à la globalisation. Histoire d'une stigmatisation, Bruxelles: Bruylant, pp. 141-142.

[2] ibidem, p. 173.

[3] TERZANI, T. (1977), Giai Phong! La liberazione di Saigon, Milano: Feltrinelli.

Bibliografia:

CHINAPPI, G. (2018), Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam.

BROCHEUX, P. (2007), Ho Chi Minh. A Biography, Cambridge: University Press.

BROCHEUX, P. & D. HÉMERY (2010), Indochina: An Ambiguous Colonisation, 1858-1954, The United States of America: University of California Press.

LONDON, J. D. (2011), Education in Vietnam, Singapore: ISEAS Publishing.

NAHAVANDI, F. (2009), Du développement à la globalisation. Histoire d'une stigmatisation, Bruxelles: Bruylant.

NGUYEN, T. P. (2014), “Le discours officiel sur l'histoire de l'éducation au Vietnam”, Revue internationale d'éducation de Sèvres, 3742.

TERZANI, T. (1977), Giai Phong! La liberazione di Saigon, Milano: Feltrinelli.

13/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: foto di Giulio Chinappi

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L'Autore

Giulio Chinappi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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