Due compiti diversi e legati: Partito comunista e unità della sinistra

Credo che il dibattito in corso nel PRC (che “La Città Futura” ospita) dovrebbe partire da una comune assunzione di responsabilità: la situazione del nostro Partito non è mai stata tanto grave e la sua stessa esistenza è appesa a un filo. Ciò significa che nessuno dovrebbe pensare a forzature, a rotture, a imporre la propria parzialità a colpi di maggioranza (o, peggio ancora, di minoranza). 


Due compiti diversi e legati: Partito comunista e unità della sinistra

Credo che il dibattito in corso nel PRC (che “La Città Futura” ospita) dovrebbe partire da una comune assunzione di responsabilità: la situazione del nostro Partito non è mai stata tanto grave e la sua stessa esistenza è appesa a un filo. Ciò significa che nessuno dovrebbe pensare a forzature, a rotture, a imporre la propria parzialità a colpi di maggioranza (o, peggio ancora, di minoranza). Al contrario, dovremmo riuscire far prevalere la ricerca di una nuova e più avanzata sintesi politica fra di noi (e, sia detto fra parentesi, questo è da sempre il compito principale di un gruppo dirigente comunista degno di questo nome).


di Raul Mordenti, PRC di Roma

Personalmente trovo incredibile che la nostra Segreteria abbia fatto finta di niente dopo essere andata in minoranza al CPN: in qualsiasi Partito comunista serio del mondo in questi casi ci si dimette, io non chiedo le dimissioni di nessuno (per i motivi appena detti) ma domando con forza che almeno ci si ponga il problema di correggere quella linea respinta dal CPN, non di ribadirla ostinatamente, magari facendola rivotare più e più volte finché non passa.

Le esigenze fra cui fare sintesi (insisto: sintesi, non mediazione) sono evidentemente due: da una parte l’esigenza di costruire il Partito, rafforzarlo, anzi rifondarlo, e dall’altra l’esigenza di costruire uno schieramento più ampio e unitario della sinistra anticapitalista, pacifista, antifascista, democratica. Molti, se non tutti, concordano a parole che una cosa non si può fare senza l’altra, che senza un forte partito comunista, capace di iniziativa politica e di vero radicamento sociale nel conflitto di classe, non c’è, almeno in Italia nessuna sinistra, e d’altra parte che il Partito ha bisogno per vivere di poter nuotare in un mare più vasto, in un sistema articolato di alleanze sociali e politiche. Ma non possiamo più permetterci il lusso di nasconderci dietro formule più o meno brillanti o contentarci delle assicurazioni di chi dice che “nessuno intende sciogliere il Partito”. Per sciogliere il partito non c’è nessun bisogno di dirlo, anzi purtroppo per sciogliere il PRC è sufficiente lasciare andare le cose così come vanno: che si continui a non porre mano alla sua crisi politico-organizzativa, che si continui a ignorare i limiti dei nostri gruppi dirigenti centrali e periferici, che si continui a fingere di non vedere una scissione subdolamente in atto da mesi, e così via. Non si dica allora che la permanenza autonoma del PRC non è messa in questione da nessuno, perché anzi proprio questa è oggi la posta in gioco. Lo struzzo non può essere assunto a modello dai comunisti.
Il punto è – con ogni evidenza – se il PRC deve confluire in un “nuovo soggetto politico”, riducendosi di fatto a una tendenza culturale, oppure se deve vivere come Partito autonomo, come Partito comunista, in un “polo” o schieramento politico più vasto. Le due cose non sono la stessa cosa.
E non si dica (come qualcuno sembra sostenere) che tale questione è stata risolta, una volta per tutte, dal Congresso di Perugia. Sappiamo tutti e tutte che questo non è affatto vero. Non solo nel documento votato a maggioranza dal Congresso non c’è alcun cenno al “soggetto politico” “antiliberista e democratico” (chiunque può verificarlo), ma soprattutto non c’è stata a Perugia, come non c’è adesso, alcuna maggioranza in grado di gestire il Partito. Lo stesso compagno Ferrero è stato eletto segretario solo grazie a un atto di responsabilità politica verso il Partito della terza mozione, e una parte significativa della prima mozione congressuale (come era facile prevedere) sta lasciando il Partito; intanto ha votato alle europee per i candidati di SEL contro quelli comunisti e già oggi provvede a chiudere, dove gli è possibile, le nostre sezioni; è altresì già in atto un tesseramento a un qualcosa che dei compagni malvagi definiscono “il partito di Qui Quo Qua” (Civati, Fratoianni, Oggionni). Altro che “nessuno vuole sciogliere il Partito!”.

Dunque tra noi comunisti occorre discutere, sinceramente, con molta calma e moltissimo spirito di unità. È quanto vorrei sforzarmi di fare qui.

Per discutere fruttuosamente è buona norma partire da due cose, dal significato delle parole e dall’esperienza già fatta.
Cominciamo dal significato delle parole: “soggetto politico” è semplicemente un sinonimo di “partito” (lo si può verificare in qualsiasi vocabolario); insomma “soggetto politico” è un eufemismo usato per dire (e non dire) partito, ma, come dice papa Francesco, “Dietro ogni eufemismo c’è un delitto”. È così anche nel nostro caso?

Ragioniamone insieme: se il Partito “cede” stabilmente (su questo avverbio dovremo tornare fra poco) al “nuovo soggetto politico” non solo la gestione delle elezioni, e dunque la scelta dei candidati e degli “eleggibili”, ma anche la rappresentazione mediatica nella campagna elettorale (verosimilmente con dei “portavoce”), ma anche la definizione del programma politico, ma anche la gestione degli auspicabili eletti e dei finanziamenti istituzionali, e si condisce tutto ciò con l’adesione individuale (si noti: individuale, non collettiva!) dei nostri compagni e delle nostre compagne tramite un tesseramento (che implica congressi, cariche interne, etc.), ebbene è del tutto evidente che resterebbe al PRC in quanto tale solo il compito (che in verità i nostri interlocutori ci affidano volentieri) di attaccare i manifesti. Qualcuno aggiunge ai nostri compiti residui anche ... la formazione, e – francamente – non so se ridere o piangere pensando a quali e quanti insuperabili ostacoli trovò nel gruppo dirigente centrale il poveretto che tentò di costruire, in assoluta solitudine e con un budget di zero euro, un Ufficio Formazione e Autoformazione del PRC qualche anno fa.

Veniamo all’esperienza che già abbiamo fatta: cessione stabile, cioè permanente, di sovranità e tesseramento individuale comportano evidentemente anche disciplina rispetto alle decisioni prese a maggioranza, almeno per noi comunisti che siamo persone serie.
Ebbene, immaginiamo per un attimo che il nuovo “soggetto politico” fosse stato già in vigore al tempo del Governo Monti-Fornero: che cosa sarebbe accaduto se il “soggetto politico” avesse deciso, a maggioranza, di considerare Monti “la sua sobrietà di abito e di parola una rivoluzione” e valutato che “al suo governo non ci sono alternative”, dato che “il suo ingresso a Palazzo Chigi ha il senso di un’ultima chiamata, oltre la quale non c’è un’altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso finirebbero per schiantarsi”? Avremmo noi dovuto accettare quelle posizioni oppure avremmo dovuto operare noi un’ennesima scissione della sinistra con conseguenze catastrofiche? Le parole che ho citato fra virgolette a proposito di Monti non sono purtroppo immaginarie, esse sono tratte da un articolo del compagno Revelli, uscito sul “Manifesto” al tempo, che cito proprio per il ruolo che svolge oggi lo stimato compagno Revelli. Ma – come dice Orazio – “Quandoque bonus dormitat Homerus” (“talvolta anche il buon Omero sonnecchia”), e – aggiungerei da comunista – i partiti servono anche a non far troppo sonnecchiare, o troppo delirare, i loro dirigenti.
Oppure – per venire a cose ancora più ripugnanti del Governo Monti – cosa dovremmo fare noi se il “soggetto politico” decidesse a maggioranza a Milano di non opporsi alla greppia dell’Expo (magari “per fare politica” – come si è detto), oppure a Roma decidesse a maggioranza di accettare finanziamenti della cooperativa di Buzzi (legato a fasciomafia) come ha fatto qualcuno di SEL o, altrove, di non opporsi frontalmente alla TAV, o alla guerra imperialista, o a qualche deriva consociativa del Sindacato, e così via? Risponderebbe – credo – il compagno Ramon Mantovani a me caro che “Rifondazione non deve avere paura”, che noi non saremo mai minoranza su cose come queste. Io sono più pessimista di lui, perché la logica delle istituzioni è ferrea (finanziamenti istituzionali che alimentano burocrazie di partito che sostengono gli istituzionali, e così via) e ha devastato in passato anche nelle nostre fila. Ma ammettiamo pure che le nostre posizioni prevalgano sempre all’interno del “soggetto politico”: ebbene, queste posizioni sarebbero rispettate da tutti gli altri componenti del “soggetto politico”? Dubito anche di questo.

Qualcuno ricorderà che in occasione di "Cambiare si Può" gli aderenti furono chiamati a votare on line a proposito della adesione a  “Rivoluzione civile” con la possibilità che anche i dirigenti comunisti potessero essere candidati, nonostante quello che appariva ad alcuni il loro vergognoso vizio di origine. Ebbene, una schiacciante maggioranza di oltre il 70% decise per il sì; quelli che erano per il no si guardarono bene dall’accettare il risultato del voto, ma invece reagirono come fanno i bambini prepotenti quando vengono contraddetti, se ne andarono portandosi via il giocattolo. Alcuni di quei nostri interlocutori si espressero pochi giorni dopo invitando a dare un bel voto al PD o a SEL. Quella loro pugnalata contribuì non poco all’insuccesso di Rivoluzione civile”. Vogliamo ripetere quella esperienza?

Credo che una soluzione equilibrata del problema sia la sperimentazione di una forma politica non partitica, ma federale e pattizia, fra diversi soggetti politici, collettivi o individuali, ciascuno dei quali dotato di una sua rispettabile, e anzi necessaria!, autonomia.
Insomma un polo della sinistra antiliberista (ma io aggiungerei: pacifista, ecologista, femminista, antifascista, cioè schierata con forza a difesa della Costituzione) a cui si chiamano ad aderire, in occasione delle elezioni, partiti, movimenti, riviste, giornali, collettivi, sindacati, esperienze di lotta, etc. e anche singole persone, sperimentando forme democratiche e partecipative per la selezione dei candidati e per la gestione delle elezioni e degli eletti.

Questo non ha nulla a che fare con una campagna di iscrizioni! Le iscrizioni (oltre a far collassare definitivamente le nostre già fragili strutture di Partito) a causa degli inevitabili portati burocratici allontanerebbero da noi quelli che me sembrano interlocutori privilegiati, penso soprattutto ai giovani, agli studenti in lotta, alle esperienze del proletariato metropolitano, etc. Direi addirittura che le iscrizioni sono il contrario delle forme partecipative e di democrazia diretta e assembleare che dobbiamo sperimentare: personalmente penso a un mix fra assemblee popolari e voto on line, da discutere e progettare in dettaglio anche sulla base di esperienze internazionali.

Il fatto che la “cessione di sovranità” da parte del nostro Partito riguardi solo le elezioni comporta, evidentemente, che la struttura del polo della sinistra antiliberista non può essere permanente e stabile: ad esempio, noi ci siamo alleati perfino con SEL in occasione delle europee, ma già nelle recenti regionali SEL ci ha ricordato al sua natura schierandosi ovunque con il PD (e impedendoci con il suo veto di usare il simbolo della “Lista Tsipras”). Vogliamo ripetere anche queste esperienze negative? Non ci hanno insegnato niente?
Ne deriva dunque la necessità di un’autonomia programmatica del Partito, la quale anzi è da rafforzare, come elemento del nostro essere comunisti ma anche della nostra capacità di proposta al movimento e alla classe.

Il polo di cui parliamo si definisce politicamente sulla base di pochi punti politici ben chiari (pochi punti dirimenti: il contrario della piattaforma vaga e politicista proposta dal compagno Revelli) fra i quali non può non spiccare uno schieramento inequivoco contro le politiche della BCE, dunque contro l’asse vigente in Europa e in Italia fra centrodestra e centrosinistra; ne deriva, evidentemente, un’assoluta incompatibilità del nostro polo con la socialdemocrazia o la liberal-democrazia “all’italiana” (il PD), a tutti i livelli. E proprio questa assoluta coerenza politica del nostro polo sarà un motivo decisivo della sua attrattività elettorale (al contrario di quanto alcuni compagni, che si rifiutano di leggere le percentuali impressionanti degli astenuti, si ostinano ancora a pensare).
Certo, alla base di tutto, c’è davvero il rilancio del Partito, anche dal punto di vista organizzativo e della gestione. Ci sono deliberati congressuali (questi veri!) che aspettano ancora di essere attuati, dalla conferenza di organizzazione allo scioglimento del nodo decisivo dell’organizzazione del Partito nel mondo del lavoro e nei Sindacati, fino all’impegno – preso solennemente dal Congresso intero e clamorosamente disatteso dalla Segreteria – di rilanciare il giornale del Partito in formato on line.
Possiamo permetterci ancora organi dirigenti correntizi (di correnti che non esistono neanche più!) e di minoranza? O non è questo il momento di impegnare tutte le energie di cui il Partito dispone nella sua gestione, a tutti i livelli, per cercare tutti/e insieme di tirare fuori il PRC dalle sabbie mobili in cui sembra precipitare?

La responsabilità di tutti noi, ma in particolare del gruppo dirigente centrale, è davvero grandissima: riuscire a segnare e subito una vera e positiva discontinuità che ci permetta di rifondare Rifondazione, per salvarla. 

18/12/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Raul Mordenti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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