Jack Frusciante (Varoufakis) è uscito dal gruppo

L’attuale tracollo dell’Unione Europea dell’austerity è un fatto che poteva essere preveduto (ed, in effetti, lo è stato) da più parti già da qualche anno a questa parte. E la causa non consiste certo nel fatto che gli “spendaccioni” di periferia non riescono a rendersi virtuosi. Ancora una volta, è la lente della lotta di classe a spiegare compiutamente i fenomeni. E ad indicare la via d’uscita.


Jack Frusciante (Varoufakis) è uscito dal gruppo

L’attuale tracollo dell’Unione Europea dell’austerity è un fatto che poteva essere preveduto (ed, in effetti, lo è stato) da più parti già da qualche anno a questa parte. E la causa non consiste certo nel fatto che gli “spendaccioni” di periferia non riescono a rendersi virtuosi. Ancora una volta, è la lente della lotta di classe a spiegare compiutamente i fenomeni. E ad indicare la via d’uscita.

di Pasquale Vecchiarelli

“ [...] Occorre esser consapevoli che proseguendo con le politiche di “austerità” e affidando il riequilibrio alle sole “riforme strutturali”, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro.” [1] .

Questo estratto del famoso monito degli economisti, circa trecento dalle migliori accademie mondiali, pubblicato sul Financial Times il 23 Settembre del 2013, metteva in guardia già in tempi non sospetti le cancellerie europee dal pericolo dell’implosione dell’Unione Europea che poteva derivare dall’applicazione delle politiche di austerità (tagli ai salari, tagli ai servizi pubblici, tagli alla spesa sociale) e delle riforme strutturali (diritti dei lavoratori e pensionati). Esattamente le politiche portate avanti dalle “istituzioni” europee negli ultimi anni.

Dunque, anche la scuola keynesiana, seppure totalmente incapace di avanzare delle proposte realmente progressive data la mancanza di una lettura di classe della società su base storico-dialettica, intravedeva il pericolo di un crollo dell’UE, astraendo ovviamente dalla complessità dei meccanismi strutturali dell’attuale fase del capitalismo transnazionale; pericolo sismico che sarebbe dovuto partire dalla “periferia” dell’UE, cioè da quei paesi sui quali il centro (la Germania e i suoi satelliti) ha scaricato e continua a scaricare il peso della crisi.

A nostro modo di vedere, secondo cioè la teoria marxista, le dinamiche dello scontro inter-capitalistico sono molto più complesse di come vengono prospettate in questo monito e, sicuramente, si commette un errore a declinare la complicata situazione europea come uno scontro tra un centro ed una periferia, come una guerra economica tra Germania e PIGS. Analizzare secondo questa sola prospettiva le problematiche economico-politche significa incorrere nello stesso errore di chi vuole cogliere il movimento attraverso un unico scatto fotografico. La forte pressione del presidente degli Stati Uniti sta lì a dimostrare che il problema Grecia non è ascrivibile all’interno dei confini dell’Unione ma anzi da annoverare nell’ambito della gestione del conflitto inter-capitalistico mondiale.

Lo scontro principale è sempre tra capitalisti e lavoratori e, dunque, a pagare la crisi sono anche le classi lavoratrici dei paesi “centrali” e non solo genericamente i “popoli delle periferie”. Come pure vi è, nei cosiddetti paesi delle periferie, una classe padronale che in questa crisi ha visto accrescere il proprio capitale. Inoltre, le dinamiche imperialistiche travalicano oramai lo scontro tra stati nazionali, fase, questa, della storia superata da tempo. Dunque, fermo restando la parzialità e l’alto livello di astrazione del monito, partendo da una premessa diversa, concordiamo con i trecento economisti su un punto: quello che conta ora non è più capire a quale costo salvare quest’UE ma è capire come evitare che il crollo irreversibile oramai in corso si tramuti in una catastrofe epocale per la classe lavoratrice.

Le contraddizioni interne all’architettura imperialista europea, lo scontro in atto sia interno alla borghesia transnazionale per la nuova spartizione del mondo, che esterno - cioè con le forze organizzate più o meno progressiste della classe lavoratrice, anch’essa mondiale, che sta pagando a caro prezzo la crisi - spingono verso il crollo (o forse più correttamente si dovrebbe parlare di trasformazione onde evitare la confusione indotta dal termine “crollo” che potrebbe lasciar pensare ad un ritorno a fasi superate della storia) dell’Unione Europea imperialista per come la conosciamo oggi. Quello che conta è la direzione ed eventualmente la guida e la spinta che le forze rivoluzionarie possono e devono esercitare su questo processo irreversibile, per accelerarne la rottura ponendosi nell’ottica di considerare l’attuale assetto come ormai superato ed irriformabile.

L’architettura istituzionale europea [2] è stata costruita dalla borghesia per essere pressoché impenetrabile alle forze progressiste attraverso la democrazia e lo sarà ancora di più in futuro. A questo scopo basta analizzare, nel complesso, sia lo scopo con il quale, in origine, nasce l’attuale Unione (all’epoca CECA, tramite la quale Italia, Francia, Germania occidentale e i Paesi del Benelux miravano a mettere in condivisione la produzione di carbone e acciaio principalmente per scopi militari, in chiave antisovietica) che la complicata costruzione messa in piedi nel corso del tempo dai funzionari del capitale fatta di trattati, apparati, commissioni che concentrano il potere legislativo ed esecutivo in poche mani ben addestrate, fino a considerare, da ultimo ma non per ultimo,il fatto che la BCE, il cervello e il cuore pulsante dell’UE, è un organismo completamente scevro da qualsiasi ingerenza dal punto di vista funzionale che detta, dunque, indisturbata l’agenda politica di 27 Paesi contemporaneamente [2] .

 

Dopo l’ultimo intervento di guerra in Ucraina l’assetto imperialista dell’UE [2] dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. Gli organi deputati alla politica estera dell’UE insieme alla NATO espletano due funzioni sostanziali: favorire lo sviluppo del grande capitale transnazionale e spegnere nel fuoco tutte le nascenti e flebili rivolte popolari, inducendone di fittizie nei paesi “nemici”.

Sorprende che anche nella sinistra di classe questo aspetto dell’internazionalismo, tanto importante, rimane ancora troppo sullo sfondo se non addirittura rimosso nelle analisi della sinistra da bere delle terre di mezzo tra Tsipras e Shultz. Come si po’ pensare di auspicare realmente un avanzamento della classe operaia mondiale stando all’interno dell’UE e della NATO?

Il lungo e tortuoso percorso di Syriza ha rivelato nettamente che le contrapposizioni in campo sono molto più complesse di un gioco non cooperativo [3] [4] tra Grecia e Troika. Se l’azione di Varoufakis è stata ineccepibile se giudicata dalla prospettiva del miglior accordo al ribasso, anche perché ha messo a nudo le contraddizioni interne alla borghesia (vedi scontro di posizioni tra USA-Italia-Francia e Germania), invece dal punto di vista strategico ha rivelato quanto sia impossibile, tanto più con accordi al ribasso, cercare di tenere in piedi un castello le cui fondamenta sono ormai irreversibilmente corrotte. Egli stesso avrà preso coscienza della necessità di un cambio di strategia nella direzione di una rottura totale con i terroristi dell’austerità e con la sottomissione al capitale come richiesto a gran voce e con forza dal popolo greco.

 

Note

[1] Monito degli economisti http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html

[2] UNIONE EUROPEA istituzioni e capitale, Roberto Galtieri, La Contraddizione nr 146

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi

[4] http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2015/05/27/con-gli-occhiali-di-nash-si-vede-meglio-il-gioco-della-grecia/

12/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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