L’articolo di Orazio Di Mauro intitolato Il Laos nella SCO e il frenetico equilibrismo del Vietnam tra dazi, hi-tech e terre rare, pubblicato lo scorso 17 luglio su questa testata (1), pretende di spiegare le differenti strategie internazionali adottate da Laos e Việt Nam. Il testo contiene alcuni spunti meritevoli di approfondimento, in particolare sulla pressione esercitata su Hà Nội dalla competizione commerciale tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia, questi elementi vengono inseriti in una ricostruzione profondamente deformata, costruita per presentare il Laos come uno Stato coerentemente integrato nello spazio eurasiatico e il Việt Nam come un Paese opportunista, terrorizzato dalla Cina e disposto a oscillare disperatamente tra Washington, Tokyo e Seoul.
Il problema non risiede soltanto nel tono apertamente ostile nei confronti della politica estera vietnamita. La tesi centrale dell’articolo è fondata su errori fattuali, omissioni determinanti e interpretazioni arbitrarie delle intenzioni dei governi coinvolti. In diversi passaggi il linguaggio polemico sostituisce l’analisi, mentre la complessità del Sud-est asiatico viene ridotta a una contrapposizione binaria tra adesione al presunto “asse eurasiatico” e subordinazione all’Occidente.
Innanzitutto, dobbiamo precisare che il Laos non è “entrato nella SCO” come Stato membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Il vertice di Tianjin del 1º settembre 2025 ha concesso alla Repubblica Democratica Popolare del Laos lo status di partner di dialogo, formalizzato con la firma del relativo memorandum lo scorso 10 luglio, notizia ripresa dal sottoscritto pochi giorni dopo (2). Vientiane è diventata il quindicesimo partner di dialogo dell’organizzazione, una categoria che comprende Paesi molto diversi per sistema politico, orientamento internazionale e collocazione geopolitica, compreso un membro NATO come la Turchia.
La distinzione non è formale, ma sostanziale. Un partner di dialogo non partecipa ai processi decisionali riservati ai membri e non assume gli stessi impegni politici, economici o di sicurezza. Presentare questo passaggio come una netta “scelta di campo” del Laos o come l’acquisizione di uno “scudo sino-russo” contro l’Occidente significa attribuire allo status una funzione che esso non possiede. La stessa SCO, del resto, dichiara ufficialmente di non essere un’alleanza diretta contro altri Stati o regioni e di fondare le proprie attività sull’apertura alla cooperazione con Paesi e organizzazioni esterne.
Detto questo, il partenariato laotiano ha certamente un significato geopolitico. Esso permette a Vientiane di ampliare la cooperazione nei settori della sicurezza, delle infrastrutture, dell’economia, della lotta alla criminalità transnazionale, dell’innovazione e della connettività continentale. Ridurlo a una risposta alla paura di un “ritorno americano” o all’influenza del vicino vietnamita è una conclusione non sostenuta da alcuna dichiarazione ufficiale laotiana, visto che il Laos intrattiene invero una relazione di “amicizia speciale” con il Việt Nam, che rappresenta il più alto livello di relazioni diplomatiche bilaterali per entrambe le parti.
Ancora più grave e infondata è l’affermazione secondo cui il Việt Nam avrebbe sempre rifiutato la SCO e non mostrerebbe alcuna intenzione di avvicinarsi all’organizzazione. I documenti disponibili dimostrano esattamente il contrario. Il 1º settembre 2025 l’allora primo ministro Phạm Minh Chính partecipò al vertice allargato SCO Plus di Tianjin (3), diventando il primo dirigente vietnamita di alto livello a intervenire in tale formato. In quell’occasione, il capo del governo tenne un incontro con Xi Jinping (4) e affermò che il Việt Nam avrebbe continuato a collaborare con i membri e i partner della SCO per la pace, la cooperazione e lo sviluppo dell’Asia-Pacifico.
Il comunicato congiunto sino-vietnamita del 17 aprile di quest’anno è ancora più esplicito. Hà Nội ha riconosciuto il ruolo della SCO nel mantenimento della stabilità e dello sviluppo regionali e ha dichiarato la propria disponibilità a proseguire gli scambi sulla possibilità di diventare partner dell’organizzazione. Lo stesso documento afferma che Cina e Việt Nam intendono coordinarsi nelle Nazioni Unite, nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nell’APEC, nei BRICS, nell’ASEM, nei meccanismi ASEAN-Cina e nella cooperazione Mekong-Lancang.
L’“ostinato rifiuto” vietnamita di integrarsi nell’architettura eurasiatica è dunque un’invenzione. La reale differenza è che il Laos ha già ottenuto lo status di partner di dialogo, mentre il Việt Nam sta valutando tempi, forme e convenienza di un possibile rapporto istituzionalizzato con la SCO. E, certamente, nessuno dei due Paesi è membro effettivo dell’organizzazione.
Questa correzione basterebbe da sola a far crollare la contrapposizione sulla quale è costruito l’articolo. Ma la deformazione più evidente, come accennato in precedenza, riguarda i rapporti tra Laos e Việt Nam. Secondo Di Mauro, Vientiane guarderebbe con inquietudine alle aperture vietnamite verso Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud e cercherebbe nella SCO una protezione dall’espansione dell’influenza di Hà Nội. Anche in questo caso, non viene presentata alcuna prova.
La realtà documentata descrive una relazione di natura completamente differente. Nello scorso mese di giugno, i primi ministri Lê Minh Hưng e Sonexay Siphandone hanno ribadito la priorità attribuita alla “grande amicizia, solidarietà speciale, cooperazione globale e coesione strategica” tra i due Paesi. I governi hanno concordato di rafforzare la cooperazione in materia di difesa, sicurezza, lotta alla criminalità transnazionale, istruzione, innovazione e infrastrutture, fissando l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 10 miliardi di dollari entro il 2030. Tra i progetti prioritari figurano l’autostrada Hà Nội-Vientiane e la ferrovia Vũng Áng-Vientiane, mediante la quale il Việt Nam intende contribuire alla trasformazione del Laos in un polo logistico regionale.
Nel precedente mese di febbraio, il leader vietnamita Tô Lâm si era recato in visita di Stato a Vientiane, dove i due Paesi avevano firmato nuovi accordi nell’ambito della cooperazione politica, economica e territoriale. Successivamente, i dirigenti vietnamiti hanno nuovamente definito la relazione con il Laos una priorità strategica e un rapporto unico nel sistema internazionale.
Allo stesso tempo, la crescita dell’influenza economica cinese in Laos è indiscutibile, così come è evidente la volontà laotiana di diversificare i propri collegamenti continentali. Ciò non significa però che Vientiane stia sostituendo il Việt Nam con la Cina o utilizzando la SCO contro Hà Nội. Laos e Việt Nam continuano a coordinarsi strettamente nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, nelle Nazioni Unite e nei meccanismi del Mekong, oltre a considerare la cooperazione politica e di sicurezza un pilastro fondamentale della stabilità dei rispettivi sistemi socialisti.
Il secondo bersaglio dell’articolo è la cosiddetta Diplomazia del Bambù, liquidata come una dottrina “opaca, fittizia e intrinsecamente opportunista”. Anche questa rappresentazione nasce da un palese equivoco. La politica estera vietnamita, infatti, non si fonda su una meccanica equidistanza tra Cina e Stati Uniti. Il suo obiettivo è preservare indipendenza, autonomia e capacità decisionale attraverso la diversificazione e la multilateralizzazione delle relazioni internazionali, una pratica dalla quale numerosi paesi avrebbero molto da imparare.
Nella definizione resa celebre dal compianto segretario generale Nguyễn Phú Trọng, il bambù possiede radici solide, un tronco resistente e rami flessibili. Le radici rappresentano i principi irrinunciabili dell’indipendenza nazionale, del socialismo e della sovranità; la flessibilità riguarda invece i mezzi diplomatici utilizzati per proteggere tali principi in un contesto internazionale mutevole.
Questa impostazione è coerente con la politica di difesa dei “quattro no”: nessuna alleanza militare, nessun allineamento con un Paese contro un altro, nessuna base militare straniera sul territorio vietnamita e nessun ricorso o minaccia di ricorso alla forza nelle relazioni internazionali.
Collaborare con la Cina nella connettività ferroviaria e nelle catene industriali, con la Russia nella difesa e nell’energia, con gli Stati Uniti nel commercio, con la Corea del Sud nell’elettronica e con il Giappone nelle infrastrutture non costituisce una successione di tradimenti. È la traduzione concreta di una strategia tesa a evitare una dipendenza esclusiva da qualsiasi grande potenza.
Proseguendo nella lettura dell’articolo di Di Mauro, l’autore descrive la visita di Tô Lâm in Cina dal 14 al 17 aprile (5) come una capitolazione durante la quale il presidente vietnamita avrebbe “subito i dettami di Xi Jinping” e sarebbe stato obbligato ad ancorare il Paese alle ferrovie cinesi. La formula, tuttavia, non ha alcun riscontro nella realtà. Il comunicato congiunto testimonia un ulteriore approfondimento del Partenariato Strategico Globale di Cooperazione, ma ribadisce contemporaneamente l’indipendenza delle rispettive politiche estere, l’opposizione all’egemonismo e alla politica di potenza e la necessità di gestire le divergenze marittime mediante consultazioni e nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Il Việt Nam considera la Cina un vicino socialista, il suo principale partner commerciale e un attore imprescindibile per lo sviluppo delle infrastrutture regionali. Ciò non elimina i contenziosi nel Mar Orientale, né obbliga Hà Nội a rinunciare ai rapporti con altri Paesi. La cooperazione e la gestione delle divergenze non sono due politiche incompatibili: costituiscono le due dimensioni permanenti della relazione sino-vietnamita.
La parte dell’articolo dedicata ai dazi statunitensi individua invece un problema reale, ma lo rappresenta in maniera tendenziosa. Le tariffe applicate dagli Stati Uniti alle merci vietnamite hanno raggiunto il 20%, mentre aliquote fino al 40% possono colpire i casi di trasbordo e falsa certificazione dell’origine. La pressione di Washington per ridurre l’impiego di componenti cinesi nelle esportazioni vietnamite rappresenta una seria minaccia per un’economia fortemente integrata nelle catene produttive regionali. Da questo non deriva, tuttavia, che il Việt Nam sia una “lavanderia commerciale” utilizzata sistematicamente dalla Cina.
Ancora, le relazioni con Seoul e Tokyo non sono una disperata “Terza Via” improvvisata nell’aprile 2026. Corea del Sud e Giappone sono da decenni tra i principali partner economici, tecnologici e industriali del Việt Nam. Durante la visita del presidente sudcoreano Lee Jae-myung (6) , i due Paesi hanno firmato dodici intese nei settori dell’energia, della tecnologia e della sicurezza, riaffermando l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a 150 miliardi di dollari entro il 2030. È stata inoltre avviata una valutazione sulla cooperazione per un impianto nucleare da 2-3,2 gigawatt e sullo sviluppo dei settori dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale.
Anche gli accordi con il Giappone riguardano il rafforzamento dell’autonomia e della resilienza economica: energia, intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio e minerali critici. Il documento ufficiale giapponese riconosce espressamente che il Việt Nam persegue una politica di “autonomia strategica” e “integrazione internazionale”, mentre la collaborazione sulle terre rare viene presentata come rafforzamento delle catene di approvvigionamento.
È vero che la prima ministra Takaichi Sanae ha collegato la visita all’aggiornamento della strategia giapponese per un “Indo-Pacifico libero e aperto”. Non risulta però alcuna adesione formale vietnamita a una dottrina di contenimento della Cina. Attribuire al Việt Nam l’intera strategia geopolitica enunciata dalla dirigente giapponese significa confondere la posizione dell’ospite con quella del Paese ospitante.
Anche sulle terre rare l’articolo utilizza una rappresentazione esagerata. Il Việt Nam possiede risorse importanti, ma la stima delle riserve è stata ridotta dallo United States Geological Survey da 22 a 3,5 milioni di tonnellate. Inoltre, il Paese dispone ancora di capacità molto limitate nella raffinazione e nella trasformazione avanzata. Per queste ragioni, la legge approvata nel dicembre 2025 limita l’esportazione dei prodotti raffinati e ribadisce il divieto di esportare minerale grezzo, con l’obiettivo di costruire una filiera nazionale e accrescere l’autonomia industriale.
Proseguendo nella lunga lista di errori, questi coinvolgono anche eventi storicamente acclarati come la guerra segreta statunitense in Laos. Le responsabilità di Washington sono immense e non hanno bisogno di essere amplificate mediante affermazioni non dimostrate. I bombardamenti, le munizioni a grappolo, gli ordigni inesplosi e l’impiego di erbicidi hanno prodotto conseguenze che persistono ancora oggi, delle quali il sottoscritto ha parlato in diversi articoli (7). Ma Di Mauro parla genericamente di “gas nervini” le cui conseguenze paralizzerebbero il Paese, dimostrando una conoscenza assai sommaria della realtà laotiana, visto che il principale problema effettivamente esistente in Laos riguarda le decine di milioni di munizioni a grappolo rimaste inesplose, mentre non è mai stato provato l’utilizzo massiccio di “gas nervini” su Laos.
Anche sulle relazioni con la Russia, non possiamo esimerci dal precisare alcuni punti. Secondo Di Mauro, Hà Nội vorrebbe confinare Mosca in una relazione bilaterale per utilizzarla come contrappeso alla Cina, mentre l’ingresso nella SCO annullerebbe tale funzione. Ma il Việt Nam ha partecipato al vertice SCO Plus, vi ha incontrato il presidente Vladimir Putin e mantiene aperta la possibilità di diventare partner dell’organizzazione. Non esiste quindi alcuna incompatibilità strutturale tra il rapporto bilaterale con Mosca e un maggiore coinvolgimento vietnamita nei meccanismi eurasiatici.
La politica estera vietnamita deve certamente affrontare contraddizioni e pericoli. Il Paese dipende dalla Cina per componenti, macchinari e materie prime, dagli Stati Uniti per una quota decisiva delle esportazioni e da Giappone e Corea del Sud per investimenti e trasferimenti tecnologici. I dazi di Washington, la pressione sulle regole d’origine, le controversie marittime con Pechino e la competizione per i semiconduttori rendono l’equilibrio sempre più difficile.
Ma queste difficoltà non dimostrano il fallimento della Diplomazia del Bambù. Al contrario, spiegano perché essa sia necessaria. Il Việt Nam non dispone della forza economica o militare per imporre unilateralmente le proprie condizioni alle grandi potenze. Può però impedire che una sola di esse acquisisca il controllo esclusivo delle sue scelte strategiche.
Laos e Việt Nam non portano dunque avanti politiche “diametralmente opposte”. Entrambi cercano di ampliare il proprio spazio internazionale e di ottenere benefici da più partner, partendo però da condizioni profondamente differenti. Il Laos è uno Stato continentale di dimensioni ridotte, fortemente interessato alla connettività ferroviaria e stradale con Cina, Việt Nam e Thailandia. Il Việt Nam è una grande economia manifatturiera marittima, inserita nelle catene globali e costretta a gestire contemporaneamente rapporti indispensabili con Cina, Stati Uniti, Russia, Giappone e Corea del Sud.
La geopolitica del Sud-est asiatico non può essere compresa attraverso la rigida divisione tra blocchi che Di Mauro tenta di imporre, riproponendo quella che i cinesi chiamano "mentalità della guerra fredda”. La centralità dell’ASEAN, la ricerca dell’autonomia strategica e la sovrapposizione di relazioni economiche, politiche e di sicurezza impediscono di interpretare ogni accordo con Tokyo come un gesto anticinese o ogni dialogo con la SCO come un ingresso in un’alleanza eurasiatica.
Quella proposta da Di Mauro non è quindi una critica documentata della politica estera vietnamita, ma una sua caricatura. Gli errori sullo status del Laos, il silenzio sull’apertura vietnamita verso la SCO, l’invenzione di una contrapposizione tra Vientiane e Hà Nội, la deformazione dei rapporti con Cina, Giappone e Corea del Sud e il ricorso a espressioni come “giurare fedeltà”, “subire i dettami” o “terrorizzato da Pechino” rivelano una conclusione stabilita in anticipo. L’autore, infatti, costruisce il suo articolo dopo averne deciso aprioristicamente le conclusioni, anziché dare vita ad un’analisi seria per poi giungere a conclusioni documentate.
La Diplomazia del Bambù può anche essere analizzata criticamente, soprattutto alla luce delle crescenti pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dei rischi derivanti dalla competizione tra le grandi potenze. Ma una critica seria deve partire da fatti corroborati, i quali mostrano che il Việt Nam non sta abbandonando il “campo socialista” per aderire a un “blocco anticinese”; piuttosto sta cercando, con strumenti pragmatici e coerenti con la propria tradizione rivoluzionaria, di difendere l’indipendenza nazionale in un sistema internazionale sempre più instabile e aggressivo.
Note:
(7) https://giuliochinappi.com/2024/06/09/la-pesante-eredita-della-guerra-imperialista-in-laos/