Pur di non parlare di capitalismo: animismo, ecologismo, monismo (parte I)

Come sottolinea Engels, alcune forme di protesta sono assicurate dalla stessa ideologia dominante, che mostra la sua disponibilità alla critica.


Pur di non parlare di capitalismo: animismo, ecologismo, monismo (parte I)

Come sottolinea anche Engels, ci sono vari modi di protestare contro l'assetto sociale, alcuni dei quali sono del tutto inefficaci e inconcludenti, anche se hanno una straordinaria presa su quei settori intellettuali che guardano in maniera critica alla società contemporanea e alle sue dinamiche. Il successo di tali forme di protesta, incarnate in certe tendenze delle scienze sociali, è assicurato dalla stessa ideologia mass-mediatica dominante, che le diffonde, mostrando così ipocritamente la sua disponibilità ad accettare la critica.

di Alessandra Ciattini

I profeti del mondo alternativo

C'è una pagina di Friedrich Engels, dedicata ai primi sviluppi del cristianesimo, che mi sembra interessante citare perché descrive assai bene lo stato di smarrimento, di confusione, di presunzione del tutto irrealistica, in cui si sono trovano molti intellettuali appartenenti a settori culturali che contestano in varie forme, ma sempre in modo superficiale, l'attuale assetto sociale, senza avere neppure l'accortezza di chiamarlo con il nome che gli si confà: società capitalistica avanzata.

Tale pagina sta nello scritto Per la storia del cristianesimo, in cui Engels scrive: “E dato che, in tutti i paesi, elementi di ogni genere si accostano al partito dei lavoratori, elementi che non hanno niente da aspettarsi dal mondo ufficiale o vi si sono screditati – avversari della vaccinazione, seguaci del movimento di temperanza, vegetariani, antivivisezionisti, empirici, predicatori di libere comunità senza più seguaci, autori di nuove teorie sull'origine del mondo, inventori inutili e falliti, persone rassegnate a ingiustizie vere o presunte, che sono indicate dalla burocrazia come “inutili brontoloni”, pazzi onesti e disonesti ciarlatani – così andò per i primi cristiani” (in Marx ed Engels, Sulla religione, Roma 1969: 252).

Naturalmente oggi, a causa dell'inesistenza di un autentico e consistente “partito dei lavoratori”, è opportuno chiarire che intendo parlare di coloro che, individualmente o raggruppati in piccole consorterie (come le “scuole” accademiche, per esempio) si dichiarano più o meno genericamente contro l'ordine costituito, indicando a gran voce la via che – a loro parere – bisognerebbe intraprendere per uscirne e superarlo. Ma è necessaria un'ulteriore precisazione rispetto al testo di Engels: tali personaggi in realtà, in molti casi, non sono marginali, seppure le ideologie di cui sono portatori non corrispondono a quella che – per così dire – fa andare il mondo così come di fatto va. Essi hanno grandi spazi nei mass media, sono insigniti di premi, vengono intervistati, ricevono prestigiose cattedre universitarie; e ciò perché essi rappresentano l'opposizione tollerata e non pericolosa, alla quale è permesso, di tanto in tanto, pronunciare qualche sermone critico e retorico, con tanto di approvazione da parte dei leader politici ed economici, dal quale non germoglierà nessuna effettiva ed efficace prospettiva di cambiamento.

A mio avviso, gli scritti di Engels sull'origine e sulla diffusione del cristianesimo sono ancora significativi, perché in essi egli analizza il pensiero delle masse, riferendosi sia ai primi cristiani che alle prime forme organizzative dei lavoratori, mostrando la sua contraddittorietà, incoerenza, oscurità, dovuta anche al ruolo che in esso giocano i “profeti” (Ibidem, pag. 257), che noi possiamo identificare con i vari intellettuali o opinion makers dotati di più o meno prestigio.

Si tratta di aspetti nei quali si esprime un ragionevole e sensato malessere, un'opposizione non sempre pienamente consapevole verso lo stato di cose esistenti, una protesta spesso non chiaramente articolata e conseguente; atteggiamenti che, tuttavia, non si radicano in una prospettiva analitica critica, capace di comprendere a fondo quanto si vuole trasformare, né sono accompagnati dalla ricerca e individuazione del percorso realistico da intraprendere per conseguire tale obiettivo. Coloro che esprimono tali atteggiamenti emergono dal processo di dissoluzione del mondo antico, nel caso dei primi cristiani; emergono, invece, - nel caso dei protestatari contemporanei - da quello di disgregazione, dovuto alla crisi sistemica della società capitalistica, a cui cercano di rimediare proponendo correttivi o, nei casi più radicali, forme sociali alternative a quest'ultima.

In entrambi i casi - ricavo da Engels - essi sono il prodotto di tali processi e per questa ragione, nella misura in cui esso avanza, continuano a crescere e a espandersi (Ibidem, pag. 252).

Un altro elemento sottolineato da Engels è rappresentato dalla credulità che, a suo parere, caratterizzava le prime comunità cristiane e dalla quale non sarebbero neppure stati immuni i membri del movimento operaio moderno ai suoi inizi (Ibidem, pag. 252), fenomeni che, non solo nello scritto citato, sono spesso comparati allo scopo di delineare le caratteristiche e le prospettive future di quest'ultimo sulla base dei tratti propri del cristianesimo e della storia del suo consolidamento ed espansione. 

Soffermiamoci un momento sul procedimento comparativo adottato dal generoso collaboratore di Marx, anche perché ciò ci permetterà di attribuire un giusto valore ai vari scritti da lui dedicati alla religione e, in particolare, alla relazione tra un certo sistema di pratiche e credenze e il gruppo sociale che le fa proprie e per esse si batte. Motivo che - come è noto - ha suscitato un ampio dibattito, ancora non spento, e che si incentra sulla nozione di “riflesso”, il cui impiego da parte di molta letteratura marxista non avrebbe debitamente valorizzato il ruolo attivo e formativo delle ideologie. 

Credo che in generale si possa dire che tali scritti - compresa La guerra dei contadini in Germania (ed. or. 1850) - sono opere brillanti e illuminanti dal fondamentale scopo politico, centrate in particolare sul rapporto di continuità tra la richiesta di uguaglianza sociale, espressa dai primi cristiani o dai contadini tedeschi, e quella, invece, agitata dai lavoratori moderni.

Rapporto di continuità che certamente c'è e che forse ci può far anche comprendere come spesso il socialismo sia stato recepito come una sorta di religione, le cui antiche radici - spesso i nostri vecchi lo dicono - erano nelle parole del Vangelo astutamente distorte dall'istituzione ecclesiastica. Ma, d'altra parte, non si può certo comprendere il cristianesimo nella sua complessità e ricchezza, avvalendosi esclusivamente della prospettiva, che - come ho detto - Engels sceglie legittimamente per gli obiettivi politici che si pone, i quali sono:

 1) mostrare come certe finalità economico-politiche siano il risultato di un lento processo di trasformazione storica e che, quindi, siano in qualche misura anche il frutto di certe necessità; 

 2) favorire lo sviluppo della consapevolezza di tali obiettivi tra le organizzazioni operaie e, soprattutto, tra i loro quadri dirigenti. 

A ciò bisogna aggiungere - credo - un terzo obiettivo: stabilire una netta differenza tra ideologia politica e concezione religiosa, data la prossimità e la frequentazione delle masse con quest'ultima.  

Torniamo alla nostra analisi e soffermiamoci su un ulteriore elemento messo in risalto da Engels nella sua indagine a largo spettro sulla religiosità (egli si interessò anche dello spiritismo, che nella seconda metà dell'Ottocento si diffonde tra i lavoratori), sui caratteri che essa assume e sul suo uso ideologico. 

Egli sottolinea come essa ritorni assai utile per agevolare il controllo sulle masse, soprattutto dopo che queste hanno ottenuto significative vittorie come, per esempio, avvenne con la ricezione di alcune richieste del movimento cartista (Engels, “Lo sviluppo del socialismo dall'utopia alla scienza”, in Marx ed Engels, Sulla religione, 1969: 243-244), inserite nel Ballot Act del 1872, che garantiva il voto segreto. 

A questo punto è importante chiarire che, quando si parla di “religione”, non si intende esclusivamente un sistema di pratiche e di credenze fondato sul culto di una o più divinità, ma di un certo modo di interpretare il mondo e il nostro ruolo in esso, che presenta specifiche caratteristiche diverse da altre forme di pensiero. In questo senso, molto spesso i contenuti religiosi di una certa concezione del mondo non sono palesi, evidenti e sbandierati come tali dai suoi fautori; essi sono nascosti, occulti, criptici e per tanto debbono essere colti, ricostruiti e ricondotti ad un atteggiamento più generale ben definibile con l'espressione “religiosità”. 

Senza demonizzare la religiosità, nel senso di ansia della totalità e della corrispondenza, dalla quale in un certo senso nessuno di noi può dissociarsi, è quello che cercherò di fare illustrando assai rapidamente certe tendenze dell'antropologia culturale contemporanea; disciplina spesso chiamata in causa perché il suo studio dovrebbe indurci a stabilire relazioni dialogiche e paritetiche con l'altro (secondo un'espressione ormai largamente usata anche nell'ideologia mass-mediatica). 

(continua sul prossimo numero)

22/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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