La guerra necessaria ad allungare l’agonia del capitalismo

Perché la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico richiede necessariamente la guerra per protrarre la propria irreversibile putrefazione.


La guerra necessaria ad allungare l’agonia del capitalismo Credits: https://www.leftcom.org/it/articles/2025-07-06/combattiamo-l-imperialismo-no-alla-guerra-imperialista-s%C3%AC-alla-guerra-di-classe

Brecht ha sentito il bisogno di divenire marxista quando si è reso conto che tutti gli intellettuali tradizionali non erano in grado di dare una spiegazione razionale della crisi esplosa nel 1929. La stessa esigenza non potrebbe che avvertirla chi oggi fa l’analoga esperienza di non riuscire a comprendere perché i paesi dell’Unione europea spingono tanto per proseguire la guerra alla Russia per interposta Ucraina, quando tale conflitto ha avuto dei costi economici spaventosamente alti proprio per l’Ue. Tanto che alcuni studiosi di economia arrivano a sostenere che la guerra in Ucraina sia sorta come guerra degli Stati uniti contro l’Ue per affossare l’euro che rischiava di mettere in discussione il signoraggio del dollaro. Allo stesso modo la maggioranza degli analisti non riesce a spiegare la politica così radicalmente guerrafondaia del governo israeliano e l’appoggio che riceve dagli Stati uniti visto che il genocidio in atto isola sempre di più questi paesi.

Il problema è che oggi, al contrario che un secolo fa, gli intellettuali marxisti sono sempre di meno e anche i pochi sopravvissuti sembrano aver timore di utilizzare la concezione marxista per spiegare l’odierna realtà, anche se, così facendo, non sono neanche loro in grado di spiegare gli eventi apparentemente paradossali della nostra epoca storica.

Così le spiegazioni approntate anche dalla maggioranza degli intellettuali che si considerano marxisti lascia molto a desiderare. La prima spiegazione, generalmente chiamata in causa, in realtà appare più che altro un tentativo di aggirare un ostacolo che non si è in grado di spiegare. Si sostiene così che la politica dei leader dell’Unione europea è irrazionale, è suicida e, di fatto, è inspiegabile in termini razionali.

Fino a non molto tempo fa alcuni ne venivano fuori con la tesi piuttosto complottista per cui i dirigenti dei paesi Ue sarebbero venduti agli interessi degli Stati uniti, magari attraverso i grandi fondi di investimento. Ora però tali pseudo spiegazioni sono necessariamente in crisi dal momento che attualmente sono gli Stati uniti a volersi tirare fuori dalla guerra per interposta Ucraina, mentre i leader dell’Unione europea spingono in modo suicida per uno scontro sempre più aperto.

Ugualmente complottiste appaiono le spiegazioni che sostengono che in realtà è Trump che si oppone ai piani del Deep state dell’occidente collettivo, legato alla politica neocon guerrafondaia dei democratici. Questa sostanziale ammirazione più o meno inconfessabile di analisti che si richiamano al marxismo a un politicante di estrema destra come Trump si commenta da sola ed è un'ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto il marxismo appare oggi in crisi. Come si commenta da solo il tentativo di negare l’evidenza, sostenendo che Trump sarebbe contrario alle politiche guerrafondaie di Netanyahu anche quando le sostiene apertamente.

Egualmente insensate o complottiste sono poi le pseudo spiegazioni che sostengono che sarebbe Israele a imporre la sua politica agli Stati uniti e/o alla Germania. Tesi da mosca cocchiera, che pretende che la massima potenza imperialista sia soggetta a una potenza imperialista regionale come Israele. Anche qui, per uscire dalle difficoltà ci si richiama a tesi di fatto complottiste, per cui sarebbe impossibile governare gli Stati uniti, senza dover subire le politiche israeliane. Con tutto il rispetto per la lobby sionista, non si può pretendere che sia dominante sulla lobby statunitense.

Questo vano sforzo di arrampicarsi sugli specchi è particolarmente assurdo se si pensa che basterebbe fare riferimento alla propria visione del mondo per poter dare conto, nel modo più esaustivo, di tutti questi apparentemente inspiegabili e irrazionali eventi.

Tanto più che la differenza fondamentale e l’innovazione fondamentale data dal marxismo alla concezione borghese, liberaldemocratica, dell’imperialismo consiste proprio nel non illudersi che sia possibile, per un paese a capitalismo avanzato, seguire una politica diversa dall’imperialismo, se non si vuole abbandonare il capitalismo.

A meno che non si cada nell’illusione ancora più ingenua di immaginare un imperialismo dal volto umano, non guerrafondaio, ma addirittura pacificatore. Tale credenza autocontraddittoria, in quanto un imperialismo non guerrafondaio è un ossimoro, non può esistere, visto che è consustanziale al concetto stesso di imperialismo

Certo in quest’ultimo caso ci si potrebbe appellare a un esponente del marxismo come Kautsky, cosa che generalmente si evita di fare, in quanto è ormai divenuto quasi senso comune per i marxisti, che nel momento in cui sostiene tesi del genere il teorico del superimperialismo è già, quantomeno in sé, un rinnegato.

Tornando alla concezione da moltissimo tempo a questa parte divenuta classica nel marxismo, non si può che concludere che l’imperialismo non è un incidente di percorso, dei neocon “democratici” o di Nethanyu, che ne avrebbe bisogno per non essere condannato e rischiare di finire in carcere. Si tratta, al contrario, di un aspetto “necessario”, naturalmente non in senso assoluto, in senso deterministico, perché non può che portare avanti una politica imperialista esclusivamente chi si ostina a voler rimanere fedele al capitalismo anche quando quest’ultimo è divenuto un freno allo sviluppo delle forze produttive, non ha più nulla di progressivo da offrire, in quanto giunto nella sua fase putrescente.

Solo così si può comprendere che l’ostinazione dell’Unione europea a proseguire nella guerra alla Russia non è una scelta irrazionale, o dovuta al tradimento, all’essersi venduti, come sostengono non pochi analisti a noi vicini. Il sostegno alla guerra in Ucraina è funzionale a imporre ai subalterni le politiche di riarmo, che non possono che essere antitetiche, in quanto tali, con ogni idea di Stato sociale. 

Ma cerchiamo ora di spiegare nel modo più semplice e sintetico possibile perché la guerra diviene tanto più necessaria quanto più si pretende di voler salvare il capitalismo dalla sua irreversibile crisi. Più il capitalismo si sviluppa e più crea necessariamente sovrapproduzione, a causa della tendenziale caduta del tasso di profitto. La concorrenza, in effetti, impone a ogni impresa per sopravvivere di innovare, generalmente meccanizzando la produzione e sostituendo progressivamente al lavoro vivo del proletario il lavoro morto delle macchine. Ma solo dal lavoro vivo si può trarre profitto, facendo lavorare il proletario per un tempo superiore a quello retribuito nel salario. Il lavoro morto delle macchine è stato già sfruttato e non può che tendenzialmente, in media, riprodurre il proprio valore di scambio. Così nelle merci prevalendo sempre di più la parte prodotta dal lavoro morto delle macchine la percentuale di profitto, che è l’unica cosa che interessa l’investitore, diminuirà progressivamente. In tal modo, più il saggio del profitto diviene basso, più diviene difficile trovare un investitore disponibile a mettere a rischio i propri risparmi in puntate sempre più rischiose per un possibile guadagno progressivamente limitato. Ma i capitali come i risparmi se non vengono profittevolmente investiti sono progressivamente erosi dall’inflazione e anche nel caso che quest’ultima non ci fosse, ogni spazio lasciato libero da un mancato investimento viene occupato dalla concorrenza che diviene così sempre più temibile. 

Ecco che, allora, sempre più capitali dai paesi ricchi emigrano e cercano di essere investiti profittevolmente nei paesi in cui l’arretratezza tiene a freno la crisi di sovrapproduzione, dove la forza lavoro e le materie prime costano di meno, e che permettono di ampliare il mercato in cui vendere con profitto le merci prodotte. Naturalmente chi investe con profitto all’estero sfruttando la forza-lavoro del paese ospitante non può che temere che quest’ultimo possa, spinto dall’opinione pubblica locale, porre dei limiti agli extra-profitti dei capitali stranieri. Così i capitalisti che investono all’estero faranno sempre più pressione affinché il proprio stato, la dittatura di classe a loro favorevole, sviluppi politiche imperialiste per tutelare gli investimenti all’estero. Politiche imperialiste che sono rese necessarie anche dall’esigenza di garantirsi nuovi mercati, manodopera e materie prime, in primo luogo energetiche, a basso prezzo. Senza contare che più una potenza imperialista si riarma ed espande la propria zona di influenza economica, più le altre potenze, per non essere spazzate via dalla concorrenza, saranno portate a sviluppare analoghe politiche. Naturalmente le armi prodotte debbono essere non solo vendute con profitto, ma anche fatte consumare per lasciare spazio a nuove armi. Senza contare che la sempre maggiore proiezione imperialista implica la guerra ai paesi arretrati e potenzialmente la guerra alle potenze imperialiste concorrenti, soprattutto quando mancano nuovi paesi da sfruttare. Anche prima ci saranno crescenti scontri fra potenze imperialiste, perché lo sviluppo del concorrente rischia di essere una condanna a morte relativa per le altre potenze. Quindi o tutte riescono ad affermarsi ai danni del non allineati, o ci sono sempre più potenziali conflitti interimperialistici.

Senza contare che il sistema più efficace per eliminare, sempre momentaneamente, la crisi di sovrapproduzione, è di distruggere i capitali e dopo di essi anche gli investimenti, le merci e la forza lavoro sovraprodotta. Tale distruzione può avvenire in modo soft con attacchi speculativi, che però rischiano di suscitare reazioni sul piano militare e, comunque, di non risolvere in modo duraturo la crisi. Così a mali estremi, estremi rimedi, i sostenitori del capitalismo anche in crisi passano alla distruzione di capitali, merci e forza lavoro sovraprodotti mediante la guerra. Quest’ultima è, peraltro, sempre utile a chi ha il potere, per impedire agli oppressi e ai subalterni di mettere in discussione i privilegi. Una aggressione imperialista coronata di successo consente anche di scaricare sullo sconfitto i costi del conflitto. Senza contare che nelle potenze imperialiste si socializza il riarmo, ma si privatizzano i profitti che esso genera. Le nuove armi sono pagate con la fiscalità generale che grava sempre sui subalterni che non possono evadere le imposte e sono costretti a pagare anche le mancate entrate dei ricchi evasori.

Infine niente di più profittevole che trovare qualcuno che fa il lavoro sporco e distruttivo della guerra, consentendo alle potenze imperialiste di vendere le armi e, persino, criticare l’uso della violenza da parte dei belligeranti. Ecco perché paesi fortemente influenzati dalla destra radicale guerrafondaia, come Ucraina e Israele, sono così tanto cari a tutti i paesi afflitti da crisi di sovrapproduzione e, di conseguenza, imperialisti o aspiranti tali. Anzi, persino chi sotto assedio reagisce in modo inappropriato come la Russia o Hamas finiscono per tornare utili agli investitori esterni. L’importante è che la guerra o al massimo una momentanea tregua si prolunghino indefinitamente.

Da questo punto di vista non c’è sostanziale differenza fra imperialismo di centrosinistra (democratico) e imperialismo di centrodestra (sciovinista). Cambia soltanto la giustificazione ideologica della guerra davanti al proprio elettorato. Il primo deve mistificare il proprio sostegno alla guerra con la difesa della democrazia, dei diritti umani, il secondo non ha bisogno di nascondere più di tanto che la guerra è funzionale a scaricare i costi negativi della crisi sui più deboli, meglio se stranieri, utilizzando così il razzismo, il suprematismo, il classismo e il pericolo del comunismo.

29/08/2025 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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