Radio Kobanî

Perché quando si parla del popolo curdo, c’è così tanta omertà e silenzio?


Radio Kobanî

- Oppression

you seek population control
oppression
to divide and to conquer is your goal
oppression
I swear that hatred is your home
oppression
you just won't leave bad enough alone -

Ben Harper

Nel 2017 uscì nelle sale, senza grande eco, un docufilm bellissimo, chiamato Radio Kobanî, diretto dal talentuoso regista curdo – ma cresciuto nei Paesi Bassi - Reber Dosky. Il film racconta la vita della radio libera, nata tra il fumo e la polvere della battaglia tra i resistenti curdi e le milizie dell’ISIS, chiamata appunto Radio Kobanî, nata da un'idea della ventenne Dilovan Kîko. La storia è molto semplice: una giovane donna curda, Dilovan, ha deciso di documentare gli ultimi giorni di controllo di Kobane da parte delle milizie dell’ISIS e le storie dei rifugiati che ritornano alle loro case semidistrutte. Nonostante le sue strazianti esperienze, la positività di Dilovan è resiliente, e la forza dei cittadini di Kobane e la loro capacità di collaborare di fronte alla distruzione le darà la forza di continuare a raccontare questa dolorosa storia di morte e di resistenza.

Le donne curde come Dilovan hanno avuto in questi anni di guerra una presenza massiccia, tanto da creare l’Unità di Protezione delle Donne, che rappresenta un vero e proprio unicum in quella zona del mondo martoriata che è il Medio Oriente. Una di queste, Aysa Deniz Karacagil, è morta il 29 maggio a Raqqa, e la sua storia è stata raccontata da Zerocalcare nel suo bellissimo Kobane Calling. In un paio di tavole della graphic novel, sentiamo dire al protagonista che racconta: “mentre la ascolto, penso a tutti gli sciacalli nostrani che costruiscono consenso sulle crociate contro l’Islam, riempiendosi la bocca in difesa dei diritti delle donne, mentre l’unico argine all’ISIS finora è stato il sacrificio di uomini e donne che rivendicano la loro identità. E me lo spiegano in un campo profughi, dove la responsabile è donna, in una città dove il sindaco è una donna, mentre siamo ospiti di un villaggio il cui capovillaggio è una donna”. È un passo fondamentale che descrive perfettamente la situazione femminile nel Kurdistan. Le donne curde stanno combattendo per garantire voce, dignità e riscatto sociale al popolo femminile, sempre più oppresso, violentato, schiavizzato da una visione sociale tribale e medievale del Califfato (il movimento femminista curdo segue l’ideologia della Jineologia, termine coniato da Ocalan, che prevede la totale rottura dalle istituzioni maschili e agire al di fuori dei canoni della mascolinità, creando un proprio esercito, le proprie associazioni, i propri partiti politici), ma anche della nuova Turchia islamica di Erdogan. E il movimento femminile curdo sta lottando molto più di quanto stia facendo quello dell’occidente ricco e capitalista, che spesso vede il femminismo ormai superato ed élitistico.

In Siria, intanto, si continua a combattere senza sosta. L’esercito di Ankara, appoggiato anche da alcuni Paesi dell’Occidente, ha intrapreso un vero e proprio genocidio teso all'eliminazione culturale e fisica del popolo curdo. I continui bombardamenti dei villaggi hanno provocato finora trentacinquemila morti e tre milioni di rifugiati. Una storia di cui non si parla mai, di cui non c’è mai traccia nel mondo dell’informazione occidentale.

Perché quando si parla del popolo curdo, c’è così tanta omertà e silenzio? Perché film bellissimi come Radio Kobanî non riescono ad avere una distribuzione adeguata, quando invece dovrebbero essere proiettati nelle scuole? La risposta è molto semplice, ed è strettamente collegata agli accordi commerciali che l’Unione Europea ha stretto con la Turchia, anche in relazione alla gestione dei migranti. L'accordo migratorio UE-Turchia del 2016 ha per ora frenato il flusso di rifugiati e altri migranti in Europa (la maggior parte degli scafi con a bordo i disperati salpano da una Libia ormai senza controllo), ma le preoccupazioni dell'Europa in materia di migrazione persisteranno almeno fino a quando la Siria e l'Iraq - due delle principali fonti di rifugiati in fuga verso l'Europa - non avranno raggiunto un certo grado di stabilità. La Turchia e l'UE hanno obiettivi sostanzialmente simili per quanto riguarda la stabilizzazione della Siria e dell'Iraq, ma le parti raramente lavorano insieme su questi temi. Ecco qui l’ipocrisia di fondo dell’accordo. La nuova indagine del Consiglio europeo per le relazioni esterne, sulla richiesta della Turchia di entrare nei 28 Stati membri dell'UE, rivela fino a che punto l'ipocrisia sia diventata un aspetto fondamentale e quasi funzionale delle relazioni UE-Turchia. Nonostante i problemi che il processo di adesione ha incontrato e la forte opposizione pubblica a tale annessione della Turchia in Europa, quasi tutti i governi europei ritengono - per ragioni molto diverse - di dover mantenere, ma non portare avanti, il processo di adesione nel suo stato attuale. Tutti gli Stati membri riconoscono, infatti, che l'immagine pubblica della Turchia in Europa si è deteriorata negli ultimi anni e che i cittadini dell'UE sono generalmente contrari all'adesione della Turchia ma, allo stesso tempo, i paesi dell'UE vedono la Turchia come un grande alleato strategico, un partner commerciale importante (o potenzialmente tale), e una potenza che dovrebbe essere tenuta vicina. Nonostante l’oppressione fascista da parte del presidente Erdogan. L’azione turca si è quindi concentrata in Medio Oriente, in particolare in Siria e in Iraq. Sebbene abbia abbandonato da tempo i suoi sogni di guidare la regione in una nuova Pax Ottomanica, Ankara rimane preoccupata per gli eventi degli stati vicini. La crescente influenza curda in tutta la regione e la guerra civile siriana rimangono priorità nell'agenda politica della Turchia.

Dopo la decisione improvvisa di Trump – convinto non a caso da Tayyip Erdogan - di ritirare circa duemila soldati dalla Siria, i miliziani curdi sono stati lasciati soli, contro la stessa Turchia e contro le milizie estremiste dell’Isis. La milizia marxista curda Unità di Protezione Popolare (YPG) è stata la spina dorsale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), è stata partner chiave di Washington nella lotta contro Daesh, e ha perso circa ottomila tra uomini e donne in questa lotta, anche a causa delle operazioni militari turche. Hanno perso Afrin, e ora temono la sconfitta a Rojava, faro di laicità, democrazia e uguaglianza di genere, in cui la democrazia è davvero un fenomeno partecipato dal basso nell’ambito di una società antirazzista e multietnica. Ora, è chiaro che i resistenti curdi temono che l'esercito turco potrebbe presto lanciare un'incursione nei territori abbandonati dagli americani, e prendere il controllo del confine. Per il popolo curdo, le sue donne militanti e la loro terra questa sarebbe davvero la fine. Con la complicità, ancora una volta, di un Occidente sempre più miope verso i diritti umani e sempre più legato e ossessionato dal denaro.

In conclusione, è doveroso segnalare un lavoro fotografico straordinario, Ombre dal Kurdistan, creato nel 2011 dal fotografo curdo Murat Yazar, con l’intento di raccontare – attraverso un poderoso bianco e nero – la società curda dal suo punto di vista personale ed artistico. Yazar, presentando il suo progetto afferma: “Da adulto, fotografando questa situazione contraddittoria, mi sono reso conto che noi curdi siamo come l’ombra, esistiamo, ma non possiamo comparire nella luce. Con la luce vediamo e con la luce sei visibile, i colori della tua vita sono visibili, mentre nell’ombra esisti, ma non sei allo scoperto, sei nel margine. Ecco, i curdi non possono né vivere la propria cultura, né utilizzare la propria lingua né esprimere le proprie emozioni”.

Ancora una volta, è l’arte, in tutta la sua forza espressiva, è la cultura, è il sapere a rendere libero ogni essere umano dalle paure e dalle superstizioni, e quindi dalla violenza e dalla guerra. Il popolo curdo ne è perfettamente consapevole, e ogni giorno, nell’indifferenza generale, combatte a nome di un confederalismo democratico, di un’ecologia radicale e dell'emancipazione delle donne, per liberarsi dal medioevo culturale che lo circonda, cercando di rendere concrete le politiche che altrove si limitano soltanto a parlare di libertà o uguaglianza.

Opere consigliate:
Radio Kobani, film di Reber Dosky
Kobane Calling, di Zerocalcare
Laboratorio Rojava, AA.VV.
Kurdistan, la nazione invisibile, di S.M. Torelli
Ombre del Kurdistan, fotografie di Murat Yazar

05/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Emiliano Jatosti

Emiliano Jatosti, nato a Roma nel 1981, sviluppa fin dall'infanzia una forte sensibilità verso le arti figurative. Fotografo professionista ed educatore all'immagine, antropologo per passione, ha realizzato il primo documento esistente sulla zona rossa de l'Aquila post-terremoto. Dal 2011, ha vissuto tra Roma, Berlino e Barcellona. Da sempre con la valigia pronta, fa del viaggio la sua ragione di vita, del cinema e della fotografia il modo di raccontarla.

Sito web: www.emilianojatosti.com

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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