“Sinistra populista” o sinistra anticapitalista?

Giovanni Bruno commenta il documento unitario [1] approvato dalla Federazione pisana del Prc in tema di costruzione del nuovo blocco storico e di alleanze politiche.


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La battaglia politica che si apre in questo scorcio d’anno, e continuerà nei prossimi mesi del nuovo anno, è (per quanto ci riguarda) incentrata sulle convulsioni della “sinistra”: a seguito della linea uscita dal congresso nazionale il nostro partito è impegnato nelle due imprese di riattivare, radicare e sviluppare l’organizzazione e contemporaneamente tessere le trame per ricostruire una sinistra (“soggetto unico” o lista elettorale unitaria) che possa tornare a rappresentare i settori deboli della società nelle istituzioni, e specificatamente in parlamento, per offrire una alternativa alle politiche neoliberiste che da trent’anni dominano i paesi europei (con governi bipartisan, sia di destra che si centrosinistra).

I disastri dell’austerità, delle privatizzazioni, della distruzione dei servizi pubblici e dello Stato sociale (smantellamento del sistema sanitario pubblico nazionale, del sistema pubblico dell’istruzione, della previdenza – pensioni e sussidi) sono sotto gli occhi di tutti: una polarizzazione della distribuzione della ricchezza, con i ricchi sempre più ricchi e un aumento delle fasce che cadono nelle classi impoverite e si avvicinano alla soglia della miseria (dopo le fasce popolari e proletarie colpite duramente negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, con la crisi di inizio secolo anche quelle del ceto medio sono sottoposte a questo processo di impoverimento progressivo), la disgregazione sociale e l’abbandono di sentimenti di solidarietà a favore di stati emotivi dettati dalla paura che degradano verso l’aggressività, la chiusura rispetto allo straniero, e sfociano sempre di più in xenofobia, razzismo e, progressivamente, fascinazione per il fascismo come se fosse la soluzione rispetto al sistema oppressivo (mentre non è che una ideologia violenta, funzionale agli interessi del capitale).

Le politiche neoliberiste, espressione dell’imperialismo globalizzato, rappresentano la versione estrema del sistema capitalistico nella fase di crisi, che cerca di sopravvivere a discapito del proletariato interno ed esterno ai paesi imperialistici (il popolo euroatlantico di USA e UE): i processi di ristrutturazione produttiva con le innovazioni tecniche e informatiche, la finanziarizzazione dell’economia per ottenere profitti immediati, bypassando la produzione di merci che ha ormai raggiunto il limite di saturazione dei mercati, l’indebitamento indotto verso paesi e verso persone fisiche a condizioni che provocano inevitabilmente un circuito di progressivo aumento del debito, da cui non è possibile uscire se non con politiche di svendita del patrimonio (pubblico e privato), il ricorso alla guerra come strumento di espansione territoriale ed economica sono le ricette avvelenate che gli organismi internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale) e le istituzioni sovranazionali del polo imperialistico europeo (Banca Europea, Commissione Europea) ci hanno imposto in questi anni, continuando a ripetere che non ci sono alternative possibili.

Su una cosa possiamo dare ragione ai burocrati dell’élite sovranazionale dominante che ci governa: che politiche riformiste e di distribuzione della ricchezza, in una fase di contrazione economica e di crisi di sistema (crisi da sovrapproduzione che dura da almeno trent’anni, crisi finanziaria che si manifesta periodicamente e la cui ultima fiammata si è sviluppata dieci anni fa, ma non è ancora stata risolta), non sono possibili. È la analisi che anche il Partito della Rifondazione Comunista fa da anni (anzi, decenni), ma a cui non dà risposte conseguenti: non ci sono margini per il riformismo, occorre una radicale discontinuità rispetto al sistema che produce la crisi e mettere in discussione i trattati internazionali che stanno a fondamento dell’Unione Europea e che sono a tutto vantaggio della borghesia transnazionale e delle multinazionali che agiscono su scala globale.

Per queste considerazioni, il continuo appello a riunire le forze della sinistra antiliberista risulta velleitario, quando non errato: un programma di alternativa reale dovrebbe partire da principi anticapitalisti, a cui il nostro partito genericamente si richiama, e che dovremmo cercare di condividere con altre forze e soggetti disponibili ad un reale processo di trasformazione, proponendo un fronte anticapitalista coerente, o avendo il coraggio di presentarsi autonomamente.

L’obiettivo di costruire una sinistra antiliberista è invece limitativo, in quanto non fa i conti con la radice del problema, che è il sistema capitalistico ed imperialistico: si rischia di essere risucchiati da soggetti politici (come Possibile e Sinistra Italiana) che non intendono rompere con le compatibilità di sistema, ma solamente correggerne gli eccessi e introdurre riforme inefficaci o solo parzialmente efficaci. Per non parlare poi di Articolo1/MDP della ditta D’Alema-Bersani o di Campo Progressista/Insieme di Pisapia, decisamente ancorati alla prospettiva di ricostruire il centrosinistra (con un PD de-Renzi-zzato, o anche no) e senza fare minimamente autocritica su tutti i provvedimenti votati (dalle grandi opere, alla riforma della scuola, allo smantellamento della sanità, alla disponibilità a manipolare la Costituzione, etc. etc.).

L’obiettivo dei comunisti, e dunque di Rifondazione Comunista, non deve allora essere quella di inseguire le altre forze sul piano del riformismo, ma di sviluppare un proprio programma, con una prospettiva strategica anticapitalista e di transizione al socialismo (che le contraddizioni e la crisi del sistema rendono attuale) in cui si dichiari la rottura delle compatibilità (dal Patto di Stabilità, alla revisione salariale e fiscale) per accumulare forze sociali e politiche al fine di ricostruire un blocco storico che sostenga politiche di nazionalizzazione e socializzazione delle forze produttive e finanziarie, che rilanci i servizi sociali e pubblici per tutte le fasce della popolazione.

In questo senso, inseguire l’Assemblea del Brancaccio come un miraggio può risultare mistificante: la ricerca di alleanze sociali e politiche è assolutamente naturale e necessaria, ma a condizione che si abbiano idee chiare non solo sui contenuti e sui punti programmatici da negoziare, ma sull’approccio che si vuole tenere nella ricerca di queste alleanze. In altri termini, Rifondazione Comunista dovrebbe individuare un programma che sia strategico per avviare il processo di trasformazione sociale in senso anticapitalista e socialista e punti irrinunciabili per una alleanza politico-elettorale.

Non entro nel merito del “soggetto unico”, obiettivo che è ormai fuori dall’agenda politica: la questione della lista elettorale non è però meno pregnante, in quanto può risultare controproducente se non vi siano elementi programmatici, valoriali e anche simbolici che rendano esplicita la presenza dei comunisti e l’ispirazione complessiva che si propone all’elettorato (e non solo, anche al corpo militante, già molto sconfortato delle ultime vicende elettorali).

La Federazione di Pisa sta da tempo discutendo su questi temi: la formazione di una segreteria unitaria che vede compagne/i della mozione 1 (legati in maggioranza alle Tesi Greco) e della mozione 2 uniti in un programma di lavoro basato sul rilancio di Rifondazione Comunista e dalla condivisione della necessità di una visibilità e centralità politica del PRC, ha portato alla proposta di elaborazione di un documento della Federazione per offrire un contributo alla discussione interna: il documento, approvato dal CPF con due voti contrari, è stato poi presentato all’assemblea dei segretari il 10 settembre e presenta sinteticamente alcuni punti di discussione in vista degli appuntamenti politici dei prossimi mesi. In particolare, la Federazione di Pisa evidenzia che alcuni contenuti e punti programmatici sono irrinunciabili e che devono esservi espliciti riferimenti alla presenza dei comunisti nella eventuale compagine che si formerà.

Nel documento si sottolinea che, se queste condizioni programmatiche, valoriali, e anche simboliche, non dovessero essere soddisfatte, occorrerà valutare la possibilità che il PRC si presenti autonomamente, con i propri programmi e il proprio simbolo. Anche se viene utilizzato un lessico sfumato, il documento prende posizione chiaramente: pur collocando una eventuale scelta di questo tipo sul piano della possibilità, il significato è importante in quanto non esclude la possibilità di presentarsi autonomamente e con il nostro simbolo (cosa che dal Congresso ad oggi, molti dirigenti nazionali hanno considerato irrealistico).

Lo stesso segretario Acerbo ha in alcune occasioni ventilato la possibilità che Rifondazione si presenti autonomamente, ma a questo ipotetico scenario occorrerebbe dare gambe politiche affinché gli sviluppi dello scenario politico non ci trovi impreparati o, peggio, costretti ad accettare condizioni di compatibilità imposte da altri al momento in cui ci fosse un’accelerazione verso le elezioni nazionali.



Note

[1] Contributo alla discussione per l'assemblea nazionale dei segretari del 10 settembre 2017 approvato dal Comitato Politico Federale. Pisa 30 agosto 2017

Il Comitato Politico Federale della Federazione di Pisa con il presente documento vuole offrire, nella giornata del 10 settembre della Festa Nazionale di Liberazione, un contributo alla discussione politica che si sta sviluppando soprattutto a livello nazionale.

Con l'assemblea del Brancaccio si sono aperti confronti tra varie forze politiche, organizzazioni e cittadini per promuovere un’alternativa di sinistra, in contrapposizione al modello di centro sinistra.

Anche Rifondazione Comunista partecipa a questa discussione e riteniamo che proprio da noi debba partire lo stimolo per approfondire i contenuti programmatici e dare rapidamente una svolta a questo processo.

Proposte programmatiche che siano di rottura con le compatibilità di sistema imposte dal modello capitalistico, sulla base della quali anche i governi di centro sinistra hanno basato le loro politiche recenti e passate.

Proposte programmatiche alternative che riteniamo siano necessarie e urgenti nel contesto di crisi economica e sociale, non soltanto per rispondere alle intollerabili diseguaglianze, ma per evitare l’avanzata sempre più becera e sfacciata del neo fascismo che si alimenta con il malcontento generale per le condizioni di vita che nel corso degli anni si sono aggravate.

Abbiamo apprezzato le linee guida delineate dall’assemblea del Brancaccio incentrate sulle implicazioni sociali della Costituzione antifascista, e sulla base degli indirizzi provenienti dal nostro Congresso, è determinante declinare questi elementi programmatici tenendo come punto di riferimento chi più ha sofferto della crisi e degli interventi legislativi posti in essere dai governi succedutesi.

Entrando nella fase decisiva di quelli che saranno gli schieramenti/compagini elettorali riteniamo sia fondamentale che qualsiasi tipo di confronto non debba prescindere da questi contenuti e dalle soggettività a cui vorremmo dare voce in Parlamento.

Per questi motivi il CPF di Pisa ritiene impellente che si definiscano delle proposte concrete, di facile percezione e di impatto comunicativo sulla lotta alle disuguaglianze e per la giustizia sociale, a partire dalle centralità dei temi del lavoro. Auspichiamo e ci dobbiamo impegnare affinché le politiche per i salari ritornino ad a essere campagna fondamentale con provvedimenti mirati al recupero del potere di acquisto dei salari, utilizzando anche leve che agiscano a ridurre differenze salariali ormai intollerabili rispetto alla dignità di tutti i tipi di lavoro. Riteniamo che sia non più rinviabile proporre l’innalzamento dei salari più bassi e il contenimento di quelli più alti.

Per il recupero del potere di acquisto dei salari è necessario eliminare anche tutte le forme di precariato e ridurre il ricorso all'esternalizzazione dei servizi nel pubblico e nelle società esternalizzate dovrà essere garantita la parità di salario a parità di mansione e di diritti, con applicazione dei contratti di settore.

Obiettivo prioritario dovrà essere quello di fermare i processi di privatizzazione, delocalizzazione e deindustrializzazione, restituendo i settori strategici produttivi e finanziari al controllo pubblico.

Una chiara e netta alternatività alle politiche liberiste non può, a nostro avviso, prescindere dalla questione fiscale, sia attraverso un effettivo recupero della progressività sancita dalla costituzione, non solo rivedendo le aliquote IRPEF, ma anche rivedendo i pesi delle tassazione diretta e indiretta e introducendo meccanismi di perequazione reddituale sulle tariffe di servizi e utenze.

Una efficace lotta alle disuguaglianze deve considerare anche le pensioni: innalzare al di sopra della soglia economica di povertà il livello delle pensioni più basse (non con il contributo di solidarietà), applicando un principio di equità anche attraverso correttivi sul meccanismo di rivalutazione degli assegni previsti per alcuni tipi di pensione che prevedono emolumenti largamente superiori ai 5 mila euro/mese.

Il perseguimento della giustizia sociale non può prescindere anche dalla piena esigibilità dei diritti fondamentali tra i quali quello alla salute. Il modello liberista deve essere, in questo campo, contrastato, contro tutte le forme di privatizzazione e contro l’attività privata intramoenia.

La nostra organizzazione deve rivendicare la completa adesione al principio sancito dall'art. 11 della nostra Costituzione, rigettando le logiche di guerra che, anche attraverso un atteggiamento compiacente del nostro governo, della Unione Europea e della NATO, hanno determinato crisi internazionali che sono sfociate e stanno sfociando in conflitti sanguinosi;dobbiamo essere promotori di un forte impegno per la pace, anche attraverso l'opposizione alla militarizzazione dei nostri territori e dell’UE e per l’uscita dalla Nato.

Lo sviluppo di un programma finalizzato alla piena esigibilità dei diritti universali per tutte e tutti, indipendentemente da nazionalità, ceto sociale e credo religioso è inoltre l’unica alternativa contro lo storico tentativo delle destre e del fascismo di individuare nell’”altro” la causa dei mali e delle sfortune nei tempi di crisi, con la totale omissione delle responsabilità dei sistemi capitalistici.

In questo contesto, risulta difficile pensare a un confronto con soggetti che comunque pur avendo rivisitato le loro posizioni, mantengono l'idea che le politiche devono muoversi nelle compatibilità economiche e di sistema, ma sicuramente non in contrasto con il modello capitalista.

Per le cose sin qui esposte riteniamo che sia indispensabile per Rifondazione Comunista ottenere, nel confronto, un esplicito riconoscimento dei nostri contenuti programmatici, non rinunciando alla possibilità di presentarsi autonomamente qualora questo non si verifichi.

16/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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