Irreversibilità della crisi, irriformabilità dell’UE, fine del riformismo

La crisi di sistema non si risolve con il riformismo: le politiche neokeynesiane rilanciano marginalmente il ciclo economico e possono consentire un accumulo di forze anticapitaliste, ma non risolveranno mai la crisi del sistema capitalistico, che potrebbe scegliere soluzioni drastiche (la guerra).


Irreversibilità della crisi, irriformabilità dell’UE, fine del riformismo

La crisi di sistema non si risolve con il riformismo: le politiche neokeynesiane rilanciano marginalmente il ciclo economico e possono consentire un accumulo di forze anticapitaliste, ma non risolveranno mai la crisi del sistema capitalistico, che potrebbe scegliere soluzioni drastiche (la guerra); la socialdemocrazia è collusa con le politiche di austerità e l’UE è irriformabile. Occorre accumulare rapporti di forza per stralciare i trattati internazionali fondativi dell’UE non per tornare alle sovranità nazionali, ma per fondare sull’autodeterminazione dei popoli una nuova federazione europea socialista e comunista.

di Giovanni Bruno

L’analisi delle vicende greche, delle relazioni internazionali nell’eurozona e della natura dell’Unione Europea, che ho proposto in un precedente articolo, è necessaria per comprendere lo scenario in cui ci muoviamo e i reali rapporti di forza che dobbiamo affrontare rispetto agli obiettivi realistici che deve proporsi un movimento antiliberista/anticapitalista.

Le politiche neoliberiste (che stanno togliendo diritti e garanzie conquistate a suon di lotte durissime dai lavoratori e lavoratrici durante la seconda metà del Novecento, tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70) del rigore fiscale e dell’austerità hanno prodotto la più profonda crisi economico-sociale dal 1929 (o forse anche peggiore), portando letteralmente alla fame milioni di persone in tutto il globo, mentre un manipolo di uomini hanno concentrato nelle proprie mani quasi la metà della ricchezza economica mondiale*.

Dagli anni Ottanta in avanti, oltre alla rivincita su scala planetaria con il blocco socialista e i paesi decolonizzati, gli imperialismi hanno attaccato proletariato e classi medie interni per recuperare la ricchezza sottratta alle classi dominanti nel trentennio ‘50-‘80 quando la presenza dell’URSS, le lotte nei paesi occidentali, la contingenza del ciclo espansivo del capitalismo nel dopoguerra (ricostruzione, industrializzazione, consumismo) avevano costretto le borghesie europee occidentali a concedere salario diretto, indiretto (servizi sociali: scuole ospedali, trasporti, assistenza) e differito (pensioni) alle classi popolari e lavoratrici.

La morsa della crisi da sovrapproduzione produttiva che stringe il sistema dalla seconda metà degli anni ’70, i tentativi di rinnovamento dell’organizzazione della produzione tramite la rivoluzione informatica negli anni ’80, le prospettive delle tecnologie informatiche e della digitalizzazione con la new economy nei ’90, infine la virata verso il capitalismo finanziario speculativo e di rapina tra fine XX e inizio XXI secolo: tutto ciò ha provocato la discesa agli inferi del capitalismo.

Le crisi sono state una costante dalla metà degli anni ’70 ad oggi (con periodi di stagnazione, recessione e/o stagflazione), periodo segnato dall’assottigliarsi dei profitti, con il conseguente blocco industriale (sovrapproduzione e sottoconsumo di merci), e i tentativi di aggirare il fenomeno con la sottrazione di capitali all’investimento produttivo e la loro dislocazione in attività puramente finanziarie (dall’estrazione del plusvalore attraverso il processo D-M-D’ all’immediata appropriazione di profitto tramite la speculazione finanziaria D-D’: fare soldi con i soldi, senza dover passare attraverso la lunga e faticosa produzione delle merci, il sogno del capitalista puro!). Questi tentativi, evidentemente, non solo non hanno risolto il problema del funzionamento del capitalismo, ma ne hanno aggravato le condizioni, con una regressione sociale e politica che tende al XIX secolo.

In realtà, non è che il sistema non funzioni: è eccellente per chi lucra con le speculazioni, rastrella risorse e concentra potere proprio mediante le continue crisi finanziarie. Il sistema neoliberista, concentrato feroce dello spirito selvaggio del capitalismo, permette infatti l’arricchimento di alcuni strati minoritari di neo-borghesia composta da amministratori/manager e speculatori/finanziari, affiancandosi e in parte sostituendosi alla tradizionale borghesia proprietaria e imprenditoriale, tramutata in ceto parassitario legato alla rendita speculativa dalla crisi produttiva. È un fenomeno che avviene in tutti i Paesi, Italia inclusa**.

Tuttavia, questo modo di aggirare la crisi produttiva ha subito trovato nuovi limiti nell’eccedenza di capitali, con le bolle speculative esplose negli anni ’90 in Europa (svalutazione della lira in Italia e della sterlina in Inghilterra nel 1992); in Messico (1994); in Asia (le cosiddette “tigri asiatiche”, rivelatesi nel 1997 “tigri di carta”: Thailandia, Indonesia, Malesia, Corea del Sud, Filippine e, di riflesso Nuova Zelanda, Hong Kong, Singapore e Giappone; Cina e Taiwan, invece, non subirono ripercussioni dalla crisi); in Russia (1998); in America Latina (in Brasile tra fine 1998 e inizio 1999 e poi, il default in Argentina nel 2001); infine, negli USA e nell’UE, con i fallimenti di alcuni istituti di credito (determinante quello della banca d’affari [investiment banking] Lehman Brothers tra agosto 2007 e settembre 2008, che ha avviato la crisi economica attualmente in corso).

Anche i paesi in via di sviluppo (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), che finora avevano scansato l’onda della crisi, cominciano adesso a mostrare segni di cedimento (comincia a scricchiolare anche la Cina…), segno che la marcescenza del sistema, su scala planetaria, intacca anche i nuovi centri del potere economico che si vanno costituendo nelle regioni extraoccidentali.

Il crescente indebitamento della popolazione, con la continua offerta di credito mediante prestiti ad alto tasso di interesse (i cosiddetti prestiti subprime, spazzatura, a strati sempre più ampi di persone che non avevano la possibilità di sostenerli) e pacchetti di investimenti ad alto rischio (i cosiddetti derivati tossici), ha provocato una sovrastima di ricchezza (una “bolla speculativa”: il valore reale è decine di volte inferiore a quello dichiarato, con la conseguenza che quando si svela il meccanismo l’istituto finanziario fallisce e i debitori perdono tutto) che ha raggiunto il punto di rottura con il crollo del valore dei prodotti finanziari, gettando irrimediabilmente nella miseria i debitori e provocando il crollo dl sistema finanziario internazionale (occidentale).

In questa crisi devastante, le uniche ricette messe in campo nel sistema capitalistico “occidentale” sono quelle neoliberiste di austerità (restrizione della spesa pubblica, vendita del patrimonio pubblico, estrazione di profitto dagli ambiti naturali, culturali, immateriali; ridimensionamento dell’universalità dei servizi pubblici e implementazione sussidiaria da parte di privati; sfruttamento dell’ambiente e appropriazione proprietaria e/o gestionale dei beni comuni naturali; mercificazione della cultura, dell’istruzione; controllo dell’informazione, dei media e delle reti virtuali; concentrazione della programmazione e produzione dei sistemi informatici, etc.; rigore fiscale (soprattutto la UE e l’eurozona). Ricette amarissime per chi le subisce, ma senza prospettiva se non quella della riduzione dei paesi “curati” con la medicina del FMI (Fondo Monetario Internazionale) a una condizione di subalternità neocoloniale sotto il giogo neoimperialista degli organi economico-finanziari internazionali.

Le ricette del FMI in America Latina e in tutto il mondo sono state quelle di liberalizzare l’economia, cioè privatizzare i servizi, svendere i patrimoni pubblici esistenti, smantellare qualsiasi livello di tutela e garanzia dei lavoratori affinché gli “investitori” (le multinazionali, innanzitutto) trovassero un terreno favorevole allo sfruttamento intensivo delle popolazioni per ridurre drasticamente il costo del lavoro in funzione della salvaguardia dei profitti (sempre più risicati) per gli azionisti proprietari di imprese e aziende. Le stesse ricette applicate dalla UE e dalla BCE (Banca Centrale Europea) hanno prodotto la costituzione di un neocolonialismo a bassa intensità nella Unione e soprattutto nell’eurozona (l’esempio della Grecia è esemplare, ma anche quelli di Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia vanno nella medesima direzione: l’asservimento ad una regione che succhia risorse, la Germania, con la complicità e la collaborazione attiva delle varie borghesie nazionali interessate a condividere i vantaggi e i profitti).

In questa situazione appare chiaro che il liberismo è un modello di capitalismo funzionale alla produzione di una divaricazione di ricchezza sempre più ampia e alla concentrazione di potere economico (ricchezza e controllo di capitali produttivi e speculativi) nelle mani di un gruppo sempre più ristretto, una élite oligarchica che domina perfino sulle borghesie nazionali. La classe dominante transnazionale è però sorretta dalle borghesie nazionali che, almeno in parte, ottengono vantaggi e arricchimento a loro volta.

L’abbandono delle politiche di austerità e di rigore fiscale sono auspicabili per dare una boccata di ossigeno all’economia produttiva e conseguentemente all’occupazione, attraverso un’immissione di liquidità nel sistema da parte di una banca centrale. È quanto avvenuto negli USA con la funzione strategica della Federal Reserve che ha “salvato” il sistema bancario prestando denaro e intraprendendo politiche espansive con l’acquisto di titoli, o ancora con i provvedimenti neokeynesiani da parte di Obama (su sanità, fisco, ambiente) che consentono ai bisognosi, tramite apposite risorse statali, di pagarsi l’assicurazione (portando profitti alle compagnie assicuratrici), producono un trasferimento fiscale dai più ricchi alla middle class (sostenendo la classe imprenditoriale) e aprono a nuova occupazione nei settori di tutela ambientale. Obama non ha minimamente pensato di intaccare il sistema capitalistico, come la propaganda becera e grottesca dei repubblicani afferma definendolo “socialista”, ma semmai di sostenerlo, almeno fino alla prossima, immancabile per il capitalismo, nuova crisi del ciclo economico. Insomma, un mini New Deal del XXI secolo.

Tuttavia, e la storia del Novecento insegna, neppure tali provvedimenti potranno consentire l’uscita dalla crisi. I margini di manovra sono minimi, in un sistema devastato e putrescente come quello capitalistico. Per questo, le forze che rappresentano gli interessi delle borghesie dell’UE (PPE e PSE) non intendono allentare la presa rigorista, temendo la perdita di controllo sulle regioni periferiche essenziali per la tenuta dell’economia europea (tedesca in primis). D’altronde, gli interessi della Germania non devono essere contrastati da un angolo visuale nazionalistico [è tutta colpa della Germania che siamo in queste condizioni], ma di classe, se è vero che in dieci anni (tra il 2003 e il 2013) la ricchezza si è polarizzata fortemente anche in Germania***: la crisi e il processo di neocolonialismo dell’UE non devono essere perciò affrontati con il richiamo alla sovranità nazionale e ad un implicito conflitto tra nazioni (in funzione antigermanica), ma in termini di lotta di classe sulla base dei principi della solidarietà internazionalista.

La vicenda della Grecia ha plasticamente evidenziato che nessuna politica riformista è possibile, neppure come allentamento temporaneo della morsa, che determinerebbe una redistribuzione del debito su scala continentale, il ritorno a politiche riformiste (di stampo neokeynesiano, cioè liberal-democratico, con immissione di liquidità e l’acquisto di titoli da parte della BCE, piuttosto che di ripristino dello Stato sociale di matrice socialdemocratica) e la rinuncia al trasferimento massivo di ricchezza verso le fasce alte della popolazione, come avvenuto finora. Inoltre, vi è il timore, da parte di chi detiene il potere, che movimenti oppositori al neoliberismo possano accumulare forza e consenso, riorganizzando soggetti politici alternativi che intacchino lo stato di sospensione della democrazia e sottraggano i governi nazionali e il controllo delle istituzioni comunitarie alla sciagurata “larga intesa” tra PPE-PSE.

I margini del sistema capitalistico sono ormai consumati: le politiche del riformismo sono impedite dall’involuzione del ciclo economico che non può continuare senza una violenta scossa ai privilegi del ceto oligarchico e della classi dominanti, mentre il neo-keynesismo non rappresenta altro che un palliativo, neppure tanto efficace (un’aspirina di fronte a un tumore al cervello con metastasi in tutti gli organi del corpo: questo rappresentano le politiche riformiste a fronte della crisi del sistema capitalistico nell’età della globalizzazione).

Riorganizzare un fronte antiliberista è necessario, ma deve avere carattere nettamente alternativo al riformismo socialdemocratico e al neokeynesismo. La necessità di tornare ad investire tramite l’intervento pubblico deve essere considerato un obiettivo di fase, non il fine principale, come momento di accumulazione delle forze necessarie a rovesciare i rapporti di forza attuali, non per tornare alle sovranità nazionali, ma per costruire una federazione socialista e comunista fondata sull’autodeterminazione dei popoli.

La fine dell’austerità e del rigore fiscale non può essere considerato l’obiettivo definitivo, soprattutto per i comunisti, che devono indicare un orizzonte strategico di abolizione/superamento del capitalismo e di contrasto all’imperialismo, nella prospettiva di una società socialista e comunista. Senza questa prospettiva storica, propria dei comunisti, le lotte di un’ipotetica “sinistra antiliberista” andranno a sbattere contro nuove, devastanti crisi a cui il sistema andrà inevitabilmente incontro, come dimostrato dalla lezione del XX secolo.

Note:

* [Il 68,7% (3.207 mil.) della popolazione mondiale possiede il 3% della ricchezza, il 22,9% (1.066 mil.) nel possiede il 13,7%, il 7,7% (361 mil.) ne ha il 42,3% mentre lo 0,7% (32 mil.) di iper-ricchi detiene il 41% della ricchezza. Fonte: Oxfam, gennaio 2014]

** [In Italia nel 2014 il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza complessiva [dei quasi 4.000 miliardi di patrimonio su conti correnti, in fondi comuni, in polizze, impiegati in Borsa e in Btp ben 2.000 miliardi sono appannaggio di 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari.

Fonte: Fabio Pavesi - Il Sole 24 Ore - http://24o.it/ise344

Nel 2015 la situazione è andata peggiorando nel nostro Paese: secondo l’Ocse, l'1% della popolazione detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta: tre volte tanto rispetto al 40% più povero che ha solamente il 4,9%.

Anche nella distribuzione della ricchezza esistono forti squilibri: in Italia, infatti, il 20% più ricco (primo quintile) possiede il 61,6% della ricchezza, con il 20% appena al di sotto (secondo quintile) che detiene il 20,9%. Il restante 60% si spartisce il 17,4% della ricchezza nazionale, con il 20% più povero (quinto quintile) che si deve accontentare dello 0,4%.

Tuttavia esistono enormi differenze anche all’interno dello strato privilegiato: il 5% più ricco possiede infatti il 32,1% della ricchezza nazionale netta – in pratica, oltre la metà di quanto detenuto dal primo quintile (il 61,6%) – e di questa all’incirca la metà (il 14,3%) è in mano all’1% più ricco.

Secondo l’Ocse, l’arrivo della crisi economica ha peggiorato una situazione già fortemente segnata dalla diseguaglianza e a farne le spese sono stati soprattutto le fasce più povere: infatti, nel periodo compreso tra il 2007 e il 2011, la perdita di reddito disponibile è stata più intensa per il 10% più povero della popolazione rispetto al 10% più ricco (- 4% contro - 1%).

In sintonia con i dati dell’Ocse sono quelli presentati dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo il quale in sei anni (2008-2014, il periodo segnato dalla crisi economica) l’incidenza della povertà ha subito un aumento di circa un terzo, con la percentuale delle famiglie che si trovano al di sotto della soglia di povertà passata dal 18% al 25%. Oggi sono 15 milioni le persone che vivono questa condizione di miseria, mentre erano 11 milioni prima della crisi.

Fonte: OCSE, Rapporto si Diseguaglianze e crescita)]

*** [In Germania, tra il 2003 e il 2013, il 10% della popolazione detiene il 53% della ricchezza (era il 45% nel 1998 e il 49% nel 2003), le classi medie sono scese al 46% (dal 52% nel 1998 e 48% nel 2003), mentre il restante 50% della popolazione possiede l’1% di ricchezza dal 3% del ’98 e del 2003.

 

Fonti: Statistisches Bundesamt, dalla Fondazione Hans Blöcker e Conferenza Nazionale sulla Povertà (NAK)]

13/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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