Usa, Cina, Coree: guerra commerciale e guerra guerreggiata

Chi porta il mondo sull'orlo della catastrofe? Donald Trump.


Usa, Cina, Coree: guerra commerciale e guerra guerreggiata Credits: di Gage Skidmore https://www.flickr.com/photos/gageskidmore/27715503852/

Repubblica Popolare Cinese, Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti d'America.

Quale paese ha invaso altri paesi? Quale paese ha bombardato nuclearmente altri paesi?

La guerra guerreggiata

Come nota giustamente Deirdre Griswold del Workers World Party statunitense – nell'articolo che pubblichiamo in questo stesso numero – l'idea che i nord-coreani siano semplicemente pazzi, è risibile. Aldilà di ogni possibile retorica roboante, a Pyongyang sono ormai convinti che sia meglio avere le armi di distruzione di massa e affrontare l'isolamento internazionale piuttosto che essere accusati di avere le armi di distruzione di massa ed essere rasi al suolo come l'Iraq.

La questione nucleare in Corea non avviene nel vuoto assoluto. Gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato di porre formalmente fine alla Guerra di Corea, hanno sempre rifiutato un trattato di pace. Secondo fonti apparse sui giornali sudcoreani – che di solito diffondono ogni forma di propaganda anti-nord – questo rifiuto sarebbe stato ripetuto nelle ultime settimane. I diplomatici nord coreani avrebbero offerto la fine del programma missilistico e nucleare militare in cambio di un trattato di pace definitivo e della rimozione dell'embargo.

Il rifiuto statunitense di risolvere la crisi coreana dovrebbe essere un campanello d'allarme per chiunque al mondo non voglia la catastrofe nucleare. Nel nostro piccolo, dovrebbe essere un campanello d'allarme per tutti coloro che dopo un anno di presidenza Trump si attardano ancora a polemizzare con Hillary Clinton pur di non ammettere il granchio preso con l'idea di “Trump nuovo isolazionista”.

L'idea che gli Stati Uniti giochino al cambio di regime a Pyongyang è già abbastanza pericolosa. Se ne stanno accorgendo anche i sud coreani. Dopo decenni di propaganda scatenata – fondamentalmente viene da Seul ogni fantasiosa e truculenta notizia sul Nord – anche a Sud ci si è cominciati a rendere conto di quanto sarebbe disastrosa una guerra. Anche solo una guerra “convenzionale”. Negli ultimi anni la società sud coreana si è svegliata. Anni di scioperi e proteste. La figlia del dittatore Park, vincitrice delle elezioni del 2012, costretta alle dimissioni dopo l'immenso scandalo sulla collusione e corruzione tra potere politico e potere capitalistico. La riorganizzazione della sinistra politica dopo la messa fuori legge del Partito Progressista. Il nuovo Partito della Giustizia, favorevole al dialogo col Nord, rimane un partito minore e, certamente, il governo di Seul rimane stabilmente nel campo americano. Ma, oggi, per convinzione o per paura, a Seul sono fermamente contrari al nuovo interventismo di Trump.

La guerra economica

In questa situazione, tutti quanti sanno che il mediatore principale è e dovrebbe essere la Cina. Ovviamente, il presidente Trump non trova nulla di meglio che fomentare la guerra commerciale. Abbiamo già trattato sul nostro giornale come gli USA, fin dai tempi di Obama, abbiano alzato lo scontro sulla produzione di alluminio.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, all'interno dell'amministrazione statunitense sarebbe in corso uno scontro tra il ministro del commercio Ross e lo stesso Trump. In particolare, Trump avrebbe rifiutato un accordo sul taglio della capacità cinese di produrre acciaio – un accordo proposto dalla parte cinese – contro il parere di Ross. Troppo poco per Trump, troppo poco per rinunciare alla guerra commerciale che Trump ha promesso per essere eletto.

Il commercio come guerra entra anche nella crisi nord-coreana. Le sanzioni contro Pyonyang – considerate controproducenti da mezzo mondo – sono state adottate anche dalla Cina, ma gli USA vogliono di più. Vogliono il taglio delle forniture energetiche dalla Cina alla Corea del Nord.

Il linguaggio di Trump è quello dell'embargo, che si parli di Cuba, del Venezuela o della penisola coreana.

Verso un oriente nucleare?

I comunisti nei paesi a capitalismo avanzato non hanno certo la chiave per risolvere la crisi coreana. È ovvio che la chiave della crisi sta a Pechino e Mosca. Se le due potenze saranno in grado di ridurre a più miti consigli Trump, come in parte sono riuscite a fare sulla Siria, la crisi potrebbe essere congelata.

Avendo in mente anche un altro problema. La presenza di una Nord Corea nucleare aprirebbe però un problema enorme: l'oriente nucleare. Corea del Sud e Giappone hanno la tecnologie e i mezzi finanziari per dotarsi di armamenti nucleari nel giro di pochi mesi. Altri stati dell'area hanno la tecnologia nucleare e potrebbero ottenere in poco tempo quella missilistica. Una situazione di crisi permanente nella penisola coreana, con una Corea del Nord che mantiene il deterrente nucleare, potrebbe portare a un equilibrio nucleare molto meno in equilibrio, molto più pericoloso.

Quale che sia il risultato delle azioni russe e cinesi, non ci si può comunque limitare a tifare. Ormai più di dieci anni fa ci fu un movimento di massa contro i regime change di Bush Jr. Fino a poco tempo fa, i regime change di Obama non venivano neanche riconosciuti come tali. E ancora peggio con Trump, il presidente più deriso ma meno seriamente contestato.

Questo è uno dei nodi che gli antimperialisti nel nostro paese e negli altri paesi a capitalismo avanzato dovrebbero ricominciare pazientemente ad annodare: i nostri paesi non hanno il diritto di sostituire i governi degli altri paesi.

09/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: di Gage Skidmore https://www.flickr.com/photos/gageskidmore/27715503852/

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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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