Attacco frontale al diritto di sciopero

Il paese si blocca con lo sciopero dei trasporti: i media bypassano sulle ragioni e parlano di “abuso” e nocività dello sciopero. Ecco l’Italia che vuole annullare il conflitto sociale.


Attacco frontale al diritto di sciopero Credits: lettera43.it

Lo sciopero nazionale dei trasporti del 16 giugno indetto dai sindacati di base (CUB, SLAI Cobas, SGB, USI-AIT, ORSA e altri) ha riscontrato una grande risposta e partecipazione dei lavoratori in tutto il Paese come non accadeva da anni, ma a differenza del passato, i mass media non hanno fornito alcuna informazione sulle ragioni dello stesso, anzi, hanno attaccato il diritto di sciopero parlando di “abuso”, di grave “danno nei confronti della concorrenza”, e hanno posto il problema di cosa si possa fare in futuro per evitare che i lavoratori possano agire.

Nonostante gli stessi giornalisti abbiamo riconosciuto che lo sciopero è stato proclamato ed esercitato rispettando le leggi introdotte negli anni ’90 per regolamentarlo, non hanno posto alcuna domanda a coloro che scioperavano né hanno fornito informazioni sulle ragioni chi lo ha indetto e di chi vi ha aderito. Zero assoluto!

Perché, dunque, questa disinformazione? Quali le ragioni di un tale accanimento in un Paese la cui Costituzione garantisce il diritto allo sciopero?

Lo sciopero, vale a dire il conflitto sociale, è parte stessa della società così come all’interno di un nucleo familiare. Il conflitto, ancora prima della lotta dei lavoratori, significa manifestare il proprio dissenso e proporre una alternativa. Significa, altresì, lottare per i propri diritti e ideali, proprio come accadde nel 1943 quando in tutta Italia scattò il primo grande sciopero nazionale dalla instaurazione del fascismo per difendere i diritti dei lavoratori e fermare la produzione bellica nazista. Costò arresti e deportazioni, ma oggi viene ricordato come atto coraggioso e necessario per tutta la Resistenza, nonché per la dignità di ogni lavoratore italiano.

Oggi lo sciopero è un'azione collettiva che i lavoratori mettono in atto per rivendicare il loro diritto ad un lavoro dignitoso e ad un salario equo, per difendersi dall'attacco del padronato, di chi li vorrebbe asserviti e a costo-zero, come nelle piantagioni di cotone dell'Ottocento. Il diritto di sciopero è un segno di civiltà, è lo strumento con cui ogni società si trasforma attraverso nuovi equilibri ai quali anche i lavoratori possono concorrere con le loro organizzazioni. La possibilità dei cittadini di organizzarsi e associarsi per rappresentare le proprie istanze sta alla base della nostra Repubblica Parlamentare nata proprio dopo la dittatura fascista che aveva cancellato tali libertà e deportato ogni oppositore politico e sindacale.

Le organizzazioni sindacali sono strumenti talmente importanti nella democrazia moderna che la nostra Carta Costituzionale lo specifica in due articoli: l'articolo 39 "L'organizzazione sindacale è libera” e l'articolo 40 "Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano".

Cos’è, dunque, che spaventa nell’esercizio dello sciopero?

Venerdì 16 giugno, nel rispetto delle norme che garantiscono i servizi nelle fasce orarie protette, si è svolto lo sciopero del trasporto pubblico e privato, e nella logistica connessa ai trasporti. È stato indetto dalle organizzazioni sindacali di base sopra citate contro la privatizzazione dei servizi e contro il peggioramento delle condizioni di lavoro. Come per l’ATM, azienda a partecipazione pubblica che gestisce la rete dei trasporti a Milano e che fornisce ogni anno utili nelle casse del Comune, che sarà oggetto di un bando europeo nel 2018 che comporterà lo scorporo dell'azienda e la partecipazione a tutte le gare d’appalto in cui sarà scomposto il servizio. Una minaccia per la continuità delloccupazione, dei salari e del servizio alla cittadinanza. Temi sollevati dai lavoratori, ma ignorati dai mass media che dovrebbero informare e che, invece, sono la voce del padrone che lamenta il traffico e le mancate consegne.

Insomma, zitti e guai a votare NO ai referendum come i lavoratori Alitalia! Bisogna andare a lavorare, essere grati al padrone per questa benevolenza, e se vi tagliano il salario o vi licenziano non permettetevi di scioperare e manifestare! I cortei bisogna farli solo il sabato e senza intralciare il commercio possibilmente, come insegna la Camusso.

Ma, nonostante CGIL, CISL e UIL non indicano più scioperi e non organizzino più il conflitto, i lavoratori non ci stanno e, benché molti siano precari e temano di perdere il lavoro, il conflitto risorge ogni volta che l’ingiustizia sociale trabocca. Altre organizzazioni sindacali, costituite da lavoratori nel segno della Costituzione, continuano a sostenere le istanze del mondo del lavoro e a indire scioperi se occorre. Ecco cosa da fastidio nell’esercizio del diritto di sciopero! Ecco cosa ha fatto alzare il volume di tutti i TG nazionali e perfino dei salotti televisivi!

Ha dato molto fastidio il fatto che, nonostante l’ignobile Accordo sulla Rappresentanza e l’opera soporifera dei sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL), ci sia ancora qualcuno che osi esprimere il conflitto, che si permetta di esercitare un diritto costituzionale, che informi e organizzi i lavoratori che non accettano di regredire ancora dopo aver perso l’art.18, la pensione, la scuola pubblica e la sanità, mentre i soliti “furbetti” speculano sui risparmiatori, evadono il fisco, derubano le banche e si spartiscono gli appalti.

Viviamo in un'epoca in cui c’è una sola voce e un solo attore. La classe dei padroni della finanza e delle multinazionali è l'unica che appare, insieme alla sua corte borghese, e divulga la propria cultura, una cultura dove non c’è più spazio per il dissenso e per il pubblico, per la collettività intesa come società titolare di diritti, oltre che di doveri.

Il mondo 3.0 che ci stanno servendo è a pagamento, privato, tutto è consumo, dal cerotto alla dialisi, tutto è merce, dalla mela al lavoratore. Ce lo chiede l'Europa e secondo Bruxelles dobbiamo adeguarci.

Ormai è diffusa in Italia la prassi secondo cui una parte del salario viene obbligatoriamente destinata alla previdenza complementare gestita dai fondi privati e la sanità viene spinta sempre più nelle mani del privato (la Clinica Santa Rita ne è l'emblema lombardo). Queste operazioni sono possibili grazie all'assenza di un soggetto politico che rappresenti e difenda realmente le istanze della classe dei lavoratori e grazie alla collusione del sindacato confederale che ha abbandonato ogni forma di lotta, che riceve finanziamenti dai padroni attraverso gli enti bilaterali, e che siede nei consigli di amministrazione dei fondi privati delle pensioni creati dopo la riforma del 1996. Nel recente passato, quando uno sciopero fermava il Paese per un giorno e milioni di lavoratori scendevano in piazza, nessun giornalista si sarebbe sognato di criticare il diritto di sciopero né si sarebbe azzardato a parlare di “rappresentatività”.

Oggi scavalcano la verità giuridica e preparano il terreno culturale per abbattere definitivamente tale diritto. Ma la Costituzione non assegna il diritto di sciopero sulla base della “rappresentatività” sindacale. Lo assegna al lavoratore, poiché lItalia è una Repubblica fondata sul Lavoro” e “la sovranità appartiene al Popolo”.

La malizia che sta dietro l’espressione “rappresentatività” così tanto sbandierata dai giornalisti (o pseudo tali) italiani, sta nella volontà di alimentare la discriminazione sui Sindacati di Base che non si sono ancora piegati al volere della classe dominante per trasformarsi in consulenti per servizi sanitari e pensionistici come gli altri.

A questo si dovrà resistere e opporre unità di azione dei lavoratori e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali. Lo scenario che si presenta parla di censura e repressioni crescenti, ma la storia ci insegna che solo la consapevolezza e l’unione sono le risposte che romperanno le catene.

24/06/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: lettera43.it

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L'Autore

Alfredo Comito

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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