La repressione ai tempi del decreto Minniti

Il Convegno Contro la Repressione delle Lotte e del Dissenso del 22 Aprile a Milano.


La repressione ai tempi del decreto Minniti Credits: https://www.flickr.com/photos/novecentino/

Milano non è una città facile, come testimonia anche la divisione dei cortei del Primo Maggio, non è una città in cui è facile la ricomposizione del conflitto sociale.

Come testimonia la retata anti immigrati in Stazione Centrale, trasmessa in diretta dal fascista Salvini, Milano è una città dove la repressione è una questione seria.

Il Convegno Contro La Repressione delle Lotte e del Dissenso che si è tenuto il 22 Aprile a Milano ha visto un centinaio tra compagne e compagni che hanno partecipato alla discussione lungo il corso della giornata. Il convegno è stato aperto da esponenti delle lotte operaie, inframmezzato dagli interventi “tecnici” di giuristi e giornalisti, chiuso dagli interventi delle lotte territoriali. La logica è chiara: il mondo delle lotte territoriali e quello delle lotte di fabbrica subiscono la stessa repressione ma si parlano poco, ragionano poco insieme e ragionano poco in maniera pubblica.

La tecnica della repressione

Trentamila persone colpite da provvedimenti giudiziari, dal 2010 al 2016, per questioni legate al conflitto sociale, dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio sulla Repressione. Un quantità di provvedimenti mai vista negli ultimi decenni e l'attivismo della magistratura che riesuma leggi fasciste, dice l'avvocato Eugenio Losco. Un apparato di “sicurezza” sproporzionato alle reali esigenze del paese che crea giustificazioni per non essere ridimensionato, dice il giornalista Frank Cimisi.

L'attenzione tecnica è concentrata sui decreti Minniti. L'immigrazione è da decenni il terreno di prova della repressione, almeno dai tempi della legge Turco-Napolitano. Grazie a Minniti, ora ai richiedenti asilo viene tolto un grado di giudizio per quanto riguarda la concessione dell'asilo. Rimane la possibilità di ricorrere in Cassazione, che però è un ricorso più difficile, più costoso, che richiede interventi di legali specializzati. Di fatto, togliere la possibilità del primo appello, toglie la possibilità di ricorrere. Discorso simile per i decreto Minniti sul “decoro urbano” - concetto su cui Milano e Pisapia hanno fatto da apripista con l'assurda campagna delle spugnette dopo il Primo Maggio No Expo. Il costo di un ricorso contro i provvedimenti del decreto Minniti comincia da 600 euro, una cifra che per molti dei soggetti potenzialmente colpiti – proletari e sottoproletari – è quasi impossibile da sborsare.

Il territorio del conflitto

La Val di Susa è stata tra i principali laboratori della repressione. Proprio in questi giorni il movimento No Tav annuncia che il conflitto si muoverà dall'alta valle – dove la militarizzazione del territorio è stata pesantissima – alla bassa valle, dove l'apparato repressivo dovrà fare i conti con una società molto più strutturata e fortemente schierata contro la grande opera. A parlare a Milano per i No Tav è Nicoletta Dosio, che, oltre a essere un volto storico del movimento, è un esempio pratico di repressione. Tutt'ora sottoposta a divieto di dimora nel comune di Susa, Nicoletta Dosio è stata sottoposta agli arresti domiciliari fino all'annullamento deciso dalla Cassazione a dicembre. Proprio in questo Dosio è emblematica di quanto serva una rete di solidarietà diffusa e strutturata per sostenere i singoli colpiti dalla repressione.

Dall'altro capo dell'Italia, viene l'esempio della lotta No MUOS. Partita come vertenza per la salute e pian piano allargata alla presa di coscienza sul ruolo guerrafondaio della NATO, l'intervento di Angela Bregamo riporta il clima di repressione creato a Niscemi – il paese dove fisicamente è installato il MUOS – fino a spingere i niscemesi più attivi – e quindi più sotto tiro – a ritirarsi dal movimento, tanto che ora il movimento è animato principalmente da persone provenienti da fuori dal paese.

Il lavoro

Interviene Mimmo Mignano, il delegato SI Cobas all'Alfa di Pomigliano, processato e poi assolto per aver osato mettere in scena una satirica crocefissione degli operai. Interviene il coordinatore nazionale dello stesso SI Cobas, Aldo Milani, che ha riportato la montatura giudiziaria che gli è costata un arresto con l'accusa di aver estorto soldi per togliere i picchetti a una fabbrica. Il cuore dell'intervento di Milani è dedicato al perché della repressione contro il SI Cobas, alla strategia conflittuale che ha portato importanti risultati, soprattutto nel settore della logistica, in termini di salario, stabilità e condizioni di lavoro.

I risultati stanno al centro anche dell'intervento di Gianni Carrozza, direttore della rivista Collegamenti, sulla lotta contro la Loi Travail in Francia. La riforma del lavoro è stata effettivamente approvata – anche grazie all'imposizione dei poteri presidenziali da parte di Hollande - ma la stagione conflittuale non è passata invano. Dopo la Loi Travail sono stati sbloccati alcuni contratti con condizioni che non erano così favorevoli da molto tempo. Il quadro della repressione però è fosco anche in Francia, i provvedimenti giudiziari fioccano anche al di là delle Alpi, come riporta il saluto scritto mandato da Matthieu Bolle-Redatt (ferroviere della CGT); c'è stata anche un'inquietante ondata di suicidi tra i delegati sindacali in seguito alla fortissima pressione organizzata dallo stato. Non bisogna dimenticare che dall'attacco dell'ISIS del Novembre 2015, in Francia vige lo stato di emergenza proclamato e rinnovato dal governo socialdemocratico di Hollande.

Infine, la connessione tra le lotte è il punto su cui si sono concentrati gli interventi di Massimiliano Murgo (FIOM e Autoconvocati Marcegaglia) e Mauro Sanson (ex delegato SGB all'IKEA). Murgo è stato protagonista della vertenza contro “il più potente dei padroni europei” che si è conclusa con l'occupazione degli uffici del Gruppo Marcegaglia e la denuncia per gli occupanti. La lotta alla Marcegaglia è stata possibile, secondo Murgo, grazie alla pratica dell'autoconvocazione che ha permesso ai lavoratori più coscienti di superare le divisioni tra le organizzazioni sindacali e costruire la solidarietà all'esterno della fabbrica.

Il nodo aperto rimane questo: la ricomposizione del conflitto sociale, il superamento della concorrenza tra i sindacati conflittuali, l'incontro tra il conflitto di classe nei luoghi di lavoro e i conflitti territoriali. Nel frattempo, i padroni e il governo continuano ad avvitare la vite della repressione.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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