Cultura ed economia

La cultura è un potenziale economico, il suo mancato sviluppo rallenta la crescita.


Cultura ed economia

Siti, mostre, concerti, manifestazioni culturali influenzano il PIL. La cultura è un potenziale economico, il suo mancato sviluppo rallenta la crescita.

di Guido Capizzi

In Italia ci sono oltre 3.600 musei, circa 5.000 siti culturali, 46.000 beni architettonici vincolati, 49 siti Unesco. Sono soltanto alcuni dati per ricordare come la cultura sia radicata nel territorio e perché l’attenzione economica verso il settore sia alta.

Dall’Unione Europea arrivano nuove opportunità anche in termini di bandi di finanziamento per i comparti culturale e creativo, mentre approfonditi studi e ricerche ci dicono che la cultura catalizza innovazione e crescita a essa collegata: insomma l’ambito cultura ha un elevato potenziale economico legato a sé.

Certamente non sono facili l’analisi e la comprensione in una stagione di perdurante crisi economica (nel mondo occidentale) e anche istituzionale (in Italia).

Eppure sarebbe sufficiente che si considerasse l’innovazione della comunicazione via web che trascina le nuove strategie di marketing per un settore tradizionalmente legato a quello culturale, ovvero il turismo, per cominciare a disegnare il quadro del rapporto tra cultura ed economia.

Provando ad azzardare, ad esempio, che il mancato sviluppo turistico del Sud Italia, nonostante le bellezze paesaggistiche naturali, sia lo specchio del mancato sviluppo dei beni culturali di quell’area, si potrebbero comprendere i ritardi ed elencare i responsabili degli stessi, oltre che le potenzialità di rinnovamento grazie a nuove politiche economiche dei settori.

Il turismo rappresenta circa il 10% del PIL e ha 2 milioni di occupati.

Il settore culturale rappresenta circa il 5% del PIL e occupa 1 milione e mezzo di persone.

Inoltre, i due comparti coinvolgono i residenti nei territori: dunque, come gli interventi sul turismo favoriscono oppure deprimono lo sviluppo economico, anche le risorse per la cultura e l’effettuazione delle spese possono rilanciare un settore molto articolato (occorre dire, comunque, che le misure sono molto complesse).

Qui si potrebbe anche introdurre il tema della sinergia tra pubblico e privato e ribadire che dove l’intervento pubblico è forte può succedere che il privato vada a investire, ma se il pubblico arretra il privato difficilmente interviene per supplire, smentendo i troppi che affermano il contrario.

La cultura è un valore di civiltà ed è, perciò, una risorsa per una crescita economica sostenibile.

Quando gli economisti analizzano il comparto culturale si soffermano sulla sua consistenza per l’occupazione e sul volume d’affari generato per il contributo al PIL, senza dimenticare che la cultura è di interesse collettivo mentre la produzione (ovvero l’economia) è di interesse individuale, arrivando all’interrogativo: il bene culturale è estraneo ai meccanismi di mercato?

C’è anche da non dimenticare il prevalente ruolo del capitale umano nella produzione di eventi culturali. La cultura è frutto di ricerca localizzata, sul territorio, mentre lo sviluppo tecnologico e la riduzione dei costi di transazione internazionale hanno consentito la delocalizzazione delle attività manifatturiere.

Nei Paesi UE, in termini statistici, il rapporto KEA considera due blocchi di attività culturali: il primo viene definito “visual arts-performing arts-heritage” e in pratica comprende archivi, musei, biblioteche, mostre, teatro. Il secondo blocco è definito “cultural industries” e riguarda le produzioni cinematografiche, musica, spettacolo ed editoria.

In sintesi il rapporto tra cultura ed economia è oggi sufficientemente stretto. Al punto che si devono studiare nuovi equilibri tra domanda e offerte, nuovi orientamenti verso modelli d’uso del tempo e delle risorse.

31/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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