La fase superiore dell’imperialismo

Viaggio nella crisi.Parte V.Le mutazioni strutturali che caratterizzano il passaggio dalla fase multinazionale a quella transnazionale dell’imperialismo.


La fase superiore dell’imperialismo

Viaggio nella crisi. Parte V.

Le mutazioni strutturali che caratterizzano il passaggio dalla fase multinazionale a quella transnazionale dell’imperialismo, insieme all’ultima crisi di sovrapproduzione, hanno comportato una modificazione dei processi produttivi volta a scardinare la resistenza di classe, la trasformazione dello stato nazionale e la sua subordinazione agli organi sovranazionali del capitale transnazionale e un riacutizzarsi dello scontro interimperialistico.

di Maurizio Brignoli

 

Dalla fase multinazionale a quella transnazionale

Il passaggio all’attuale fase transnazionale dell’imperialismo, che incomincia agli inizi degli anni ‘70 con l’esplosione dell’ultima crisi di sovrapproduzione, è caratterizzata da importanti trasformazioni strutturali rispetto a quella precedente. La fase multinazionale (1945-1971) si distingue per la realizzazione di forme di integrazione sovranazionale del capitale monopolistico finanziario (Fmi, Bm, Gatt), capaci di garantire stabilità nella lotta fra i concorrenti e di subordinare le istituzionali nazionali rendendo il capitale finanziario autonomo dalle economie nazionali. Direzione e proprietà del capitale multinazionale sono in una nazione, ma gli investimenti sono fatti in molti paesi differenti. Il capitale statunitense impone la sua forza sul mercato mondiale grazie agli investimenti diretti all’estero (ide) delle sue multinazionali e domina, attraverso i suddetti organismi sovranazionali, la comunità finanziaria internazionale, mentre la ricostruzione post-bellica gli garantisce un’egemonia sul mercato mondiale.

La forma multinazionale permette al capitale produttivo, attraverso anche un controllo finanziario centralizzato, di superare i limiti del mercato nazionale tramite un’integrazione delle fasi produttive, di circolazione e di realizzazione del plusvalore; è così possibile una localizzazione più adeguata degli impianti e il superamento della frammentazione della produzione mondiale. La ristrutturazione del sistema capitalistico basata su un’integrazione del mercato mondiale, determina il grande sviluppo dell’economia mondiale (fra il 1948 e il 1971 la produzione annua mondiale mantiene una crescita media del 5,6%), siamo in quella che Eric Hobsbawm chiama “età dell’oro” del capitalismo. Grazie a questa fase espansiva di accumulazione del capitale è possibile realizzare, tramite i sistemi di welfare state, una strategia che punta a integrare il proletariato cercando di favorire un compromesso fra le classi. Le conquiste ottenute dal proletariato sono frutto di un rapporto dialettico fra le lotte condotte nei centri dell’imperialismo negli anni ‘60 e ‘70 e la favorevole fase di espansione del modo di produzione capitalistico. Quando il ciclo accumulativo verrà meno lo “stato sociale” inizierà a essere smantellato.

Nella fase transnazionale la novità è data dal fatto che proprietà e direzione di monopoli e grandi imprese sono formate da capitali provenienti da differenti paesi uniti alle dipendenze di una struttura direttiva unica indipendente dallo stato nazionale. L’obiettivo di queste imprese è il mercato mondiale (restaurato nella sua totalità dopo la caduta dell’Urss e la transizione al capitalismo della Cina). Siamo di fronte a una “trasversalità” dei capitali che si dislocano attraverso le filiere produttive e finanziarie in una lotta con i capitali avversari [1].

Di fronte alla crisi il capitale deve ridefinire la divisione internazionale del lavoro e perseguire una valorizzazione, non più realizzabile nel mercato interno, attraverso gli ide, i prestiti ai “paesi in via di sviluppo” (coi quali i debiti, di fatto irrecuperabili, si trasformeranno in proprietà di capitali reali tramite la privatizzazione delle aziende pubbliche dei paesi debitori) e la speculazione.

Forza-lavoro e materie prime a prezzi vantaggiosi dei paesi subordinati della gerarchia imperialistica, permettono profitti superiori, inoltre l’esportazione di una parte del capitale dai centri dell’imperialismo favorisce la disoccupazione e l’ampliamento dell’esercito industriale di riserva all’interno, con conseguente abbassamento dei salari e aumento del saggio di plusvalore. Va però ricordato che le esigenze degli ide e quelli della speculazione sono diverse e in una fase di accentuazione della crisi i primi crescono meno dei secondi [2].

Sul piano produttivo abbiamo il toyotismo caratterizzato da una produzione su enorme scala con linee di montaggio decentrate, ma molto più grandi di quelle fordiste. La produzione è divisa all’interno della rete e delle filiere in settori di produzione sparsi e frantumati. È la nuova dimensione transnazionale finanziaria del capitale che permette di controllare un decentramento e una frammentazione della produzione più conveniente per il capitale. Si tratta di realizzare una doppia flessibilità di lavoro e macchine completata poi dalla flessibilità del salario. Importante tener presente, di fronte alla vulgata dominante, che non vi è un processo di “deindustrializzazione” (se non quello determinato dalla chiusura per crisi): il lavoro salariato, flessibilizzato e precarizzato, costituisce la base del modo di produzione capitalistico in forme ancora più ampie rispetto al passato. La produzione viene trasferita verso aree del sistema imperialistico con salari più bassi, meno sindacalizzate, con una buona specializzazione del lavoro. Mentre la fabbrica fordista poteva favorire la resistenza di classe, in quella toyotista questa resistenza è frammentata sul piano del luogo produttivo, delle differenze salariali e della forza di ricatto dell’esercito industriale di riserva.

Varrebbe la pena riflettere sul concetto abusato di “delocalizzazione”, termine mutuato dall’ambito della fisica quantistica e relativistica, dove indica una particella divenuta priva di una localizzazione definita essendo impossibile determinarne contemporaneamente quantità di moto e posizione, per cui si perde l’individuabilità della sua localizzazione (cosa che funziona bene con le operazioni speculative del capitale fittizio), se mai, come suggerito da Gianfranco Pala, è più sensato “dislocazione”, visto che il luogo della produzione resta eccome. Ma in fondo che il lavoro e il valore prodotto dalla forza-lavoro debbano essere fatti passare per “aleatori”, “incorporei” e “senza luogo” paradossalmente (se i fruitori del concetto “delocalizzazione” ne conoscessero l’origine “quantistica”) renderebbe il termine ancora più adatto per l’ideologia capitalistica. Sotto un altro aspetto, sempre in quest’ottica paradossale, andrebbe forse bene anche per quelle teorie sul “capitale cognitivo”, in cui vi è la tendenza ad associare il lavoro (o un segmento specifico di esso) all’“immaterialità” (che in quanto tale non dovrebbe avere un luogo).

Se questa è una fase di riacutizzazione dello scontro interimperialistico, il capitale è pur sempre unito contro il comune nemico di classe. Bisogna scardinare le rigidità – sul piano dell’organizzazione del lavoro, dell’occupazione, delle pensioni, dei meccanismi di indicizzazione dei salari – frutto delle lotte a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70 e di dar vita a una nuova flessibilità tramite riduzione dell’occupazione stabile, dislocazione produttiva, riduzione della quota fissa del salario, moltiplicazione delle tipologie contrattuali e un aumento dell’intensificazione del lavoro collegata con le nuove tecniche di produzione basate sulla rivoluzione informatica e sull’automazione del controllo. I capitalisti sanno perfettamente quanto sia determinante la centralità del lavoro: “la riduzione della manodopera viene operata per qualificare al massimo il la¬voro in senso produttivo, per raggiungere il rapporto più proficuo tra il numero di addetti e le merci da produrre. L’ideale è ottenere un 100 per cento di lavoro che aggiunge valore”[3].

Come ricordato da Taiichi Ohno, padre del toyotismo, in un suo scritto del 1978, non è neppure indispensabile, di fronte a un’intensificazione del controllo sul lavoro, una ristrutturazione tecnolo¬gica radicale. L’obiettivo è l’aumento dell’intensità del lavoro e non della produttività (in parte necessariamente presente, ma non al punto di poter parlare di una tecno¬logia “supe¬riore”), è decisivo riorganizzare il processo produttivo in modo da far avvicinare il tempo di lavoro a una coinci¬denza col tempo di produzione. L’ideologia dominante ha provato a spacciare la multifunzionalità dell’operaio all’interno del sistema Toyota come un recupero del controllo del lavoratore sull’uso della propria forza-lavoro. In realtà l’obiettivo è semplificare al massimo le funzioni ricorrendo a una standardizzazione accentuata che permetta un’eliminazione dei tempi morti. Utilizzare più macchine in sequenza non porta a un recupero del controllo sul proprio lavoro, ma a un aumento della sua intensità, con l’applicazio¬ne di un solo lavoratore a più macchine tramite l’e¬splicazione di funzioni sem¬plificate ed eterodirette, con correlata  disintegrazione delle conoscenze specialistiche dei lavoratori addetti a un determi¬nato reparto che comportavano ancora una certa conoscenza e un controllo, per quanto parziali, del processo produttivo.

 

Note

[1] Cfr. M. Donato - Gf. Pala, La catena e gli anelli, La Città del Sole, Napoli 1999.

[2] Sulla lotta interna al capitale fra le differenti forme di appropriazione del plusvalore cfr. K. Marx, Il capitale, libro III, § 23.

[3] T. Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 1993, pp. 84-5.

 

27/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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