Grecia-Ue. Il thrilling della trattativa

L'incertezza dei risultati del confronto tra Grecia e troika impone di tenere aperta la via dell'uscita dall'euro. I motivi della rigidità delle istituzioni europee, che potrebbero essere irriformabili. Il ruolo dei comunisti.


Grecia-Ue. Il thrilling della trattativa

L'incertezza dei risultati del confronto tra Grecia e troika impone di tenere aperta la via dell'uscita dall'euro. I motivi della rigidità delle istituzioni europee, che potrebbero essere irriformabili. Il ruolo dei comunisti.

di Ascanio Bernardeschi

Le notizie sulle trattative in corso tra il governo greco di Tsipras e le istituzioni europee congiunte con il Fmi (leggi troika), si susseguono febbrilmente alternando i toni ottimistici a quelli più catastrofici. Illustrare nel dettaglio gli snodi e gli alti e bassi di questo negoziato pieno di suspense richiederebbe lo spazio di un trattato e forse l'utilità di un simile lavoro non sarebbe proporzionale alla pazienza richiesta per una ricostruzione.

Nell'essenziale le “istituzioni”, che non avevano nascosto il loro disappunto per la vittoria della sinistra in Grecia, hanno congelato i 7,2 miliardi di aiuti che dovevano essere pagati nel febbraio scorso a quel paese e stanno giocando al rialzo chiedendo ogni volta qualcosa in più – elevati avanzi primari nei prossimi anni, tagli alle pensioni, privatizzazioni dei servizi, riduzione delle tutele del lavoro – rispetto alle proposte di quel governo di modo che il programma col quale aveva ottenuto il consenso del popolo greco vada a farsi benedire. In sostanza si chiede alla Grecia di continuare il massacro sociale dei precedenti governi. Cioè la stessa politica che ha condotto quel paese sull'orlo del baratro e che è stata severamente punita dall'elettorato.

L’austerity ha fatto precipitare il prodotto interno lordo greco di ben il 26 percento. I risultati dei “compiti a casa” assegnati dalla troika sono disoccupazione, crollo della domanda e dei Pil, un rapporto debito/Pil ancora più insostenibile. Così non solo si impedisce la ripresa ma si aggrava anche il peso del debito. Di fronte alle ripetute controproposte greche, la Merkel, Hollande e compagnia bella hanno chiesto che la Grecia faccia "più sforzi" sulla strada dell'austerità. Renzi, che in un primo momento si era precipitato a cavalcare la vittoria di Tsipras, non ha mosso un dito per favorire una soluzione.

La posizione dei comunisti non può quindi che essere al fianco del popolo greco la cui vittoria, con l'annesso smacco delle politiche liberiste, potrebbe aprire prospettive importanti per tutta l'Europa e soprattutto per i paesi economicamente più deboli, qual'è anche l'Italia. Un default greco, che nessuno ad oggi è in condizione di escludere, aprirebbe scenari imprevedibili nel resto dell'Europa. Basti solo pensare che già il nostro spread oscilla e risente fortemente delle alterne notizie sulla trattativa tra Grecia e UE.

Pare però che le istituzioni europee non vogliano prenderne atto e preoccuparsene, continuando nell'opera di trasferimento di ricchezza dalla Grecia ai "creditori". Il loro principale assillo sembra punire la Grecia per dare un esempio a tutti coloro che intendano muoversi nella sua stessa direzione. Altrimenti non si capirebbe perché la Bce abbia escluso dal quantitative easing i titoli di stato greci o perché finora si siano gettati i soldi europei nel pozzo greco solo per salvare le banche, trasferire semplicemente il debito in altre mani, lasciando però che rimanesse insostenibile. Si tratta di una follia dei politici e dei banchieri? Certamente no. Il fatto è che finora la preoccupazione maggiore è stata di tutelare i margini di profitto attraverso la contrazione del tenore di vita delle classi lavoratrici. L'abbandono delle politiche keynesiane a partire dagli anni 80 del secolo scorso, accentuato con la caduta dei paesi a “socialismo reale” dell'Est Europa, si spiega esattamente come un tentativo di attivare misure che contrastino la caduta del saggio del profitto.

Rientrano tra queste misure l'espropriazione del potere di signoraggio sulla moneta non solo ai danni dei singoli stati, ma delle stesse istanze politiche dell'unione, così come la conferita indipendenza dai governi alla Bce. Anche in questo caso si è trattato di una scelta politica ben precisa, che si inserisce nella strategia di fondo del capitale e che ha reso sempre più divergenti le prospettive economiche dei PIIGS rispetto a quelle del Nord Europa. Infatti, mentre tali divergenze si fanno sempre più profonde, i paesi con maggiori difficoltà nella bilancia dei pagamenti non dispongono più della possibilità di competere svalutando la propria moneta.

Forse solo ora, timidamente, con l'avvitarsi della crisi, si assiste a qualche timido ripensamento teorico, che però al momento non sta inducendo significativi cambiamenti nella prassi. Dobbiamo quindi essere consapevoli che la durezza dei negoziati Grecia-Ue ci parla della difficoltà (per usare un eufemismo) di riformare le istituzioni europee, concepite appositamente per tutelare gli interessi del capitale. Bisogna quindi essere preparati anche a una rottura netta con queste regole e quindi con questa Europa e con l'euro. Forse rispondono alla necessità di tenere aperta anche questa prospettiva, ufficialmente fin qui non annunciata, i contatti avviati dalla Grecia con altri interlocutori (Russia e Cina, per esempio). Tali contatti hanno dato adito a lamentele in ambito Ue, i cui continui ricatti, tuttavia, spingono oggettivamente quella nazione proprio verso l'uscita dall'euro. Non mancano voci sulla valutazione di ipotesi in tal senso da parte del governo greco, quale la possibilità di emettere dei “pagherò”, con cui retribuire gli stipendi dei lavoratori pubblici ed erogare le pensioni, nei fatti una sorta di valuta parallela all'euro.

Se l'Europa prosegue nella sua rotta, per la Grecia esiste solo un'alternativa al default: è il rapporto con i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina Sudafrica), con altri paesi che rifiutano la sudditanza all'austerity, come quelli dell'America Latina (Venezuela, Argentina, Bolivia, Nicaragua...) e con gli europei che stanno malino come lei, gli altri PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, la “G” sta per Grecia). Questo non solo perché la Grecia non ha i soldi in cassa neppure per pagare gli stipendi, ma anche perché le politiche di welfare da essa prospettate aumenteranno necessariamente il costo del lavoro e quindi diminuiranno la sua competitività sul piano internazionale, a meno che non si realizzi un sistema economico di dimensione adeguata per poter attuare le proprie politiche con una certa autonomia. Inoltre l'aumento del costo del lavoro tenderà a contrarre il saggio del profitto e pertanto serve anche un ruolo pubblico di supplenza alla prevedibile riduzione degli investimenti privati e, più in generale, un'ipotesi di sistema economico in cui non sia il profitto l'elemento centrale, andando gradualmente verso forme di socializzazione dell'economia e intaccando gli attuai rapporti di produzione.

In un articolo su Le Monde del 31 maggio, Alexis Tsipras ha affermato che il tira e molla di questi ultimi mesi “non riguarda solo la Grecia” ma è “l’epicentro di un conflitto tra due strategie diametralmente opposte”: una che intende realizzare l’unificazione sulla base della “uguaglianza e solidarietà tra i popoli e i cittadini”, l'altra che invece vuole “la spaccatura e la divisione della zona euro, e quindi della UE”. Si può concordare a patto che non venga meno la consapevolezza che la seconda via, quella della spaccatura, non è un atteggiamento incoerente, ma risponde a una precisa logica e a precisi interessi di classe, tra cui quello di abbattere ogni limite che si frappone alle scorrerie del capitale planetario.

C'è da augurarsi quindi che Syriza accompagni il lavoro “diplomatico” e quello parlamentare a una sensibilizzazione e mobilitazione in grado di fare avanzare le coscienze su questi ineludibili punti cruciali. La realizzazione del programma di Salonicco richiede un forte sostegno e un spinta dal basso, insieme alla piena consapevolezza di quali siano i reali ostacoli che si incontreranno per strada. Da parte nostra non deve mancare il contributo internazionalista di solidarietà, di idee e di impegno anche sul nostro fronte interno. Tra i PIIGS, la Spagna con Podemos, il Portogallo con i suoi cugini Juntos Podemos, l'Irlanda con il Sinn Féin, sono dati per probabili vincitori alle prossime elezioni. Manca solo l'Italia, in cui spadroneggia Renzi. Dovremo sorbirci ancora anni di disastrosa austerità o forse è possibile cambiare, contribuendo a realizzare più favorevoli rapporti di forza anche per la Grecia?

07/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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