I dazi di Trump: favoriscono i lavoratori o i padroni dell’acciaio?


I dazi di Trump: favoriscono i lavoratori o i padroni dell’acciaio? Credits: https://www.peoplesworld.org/wp-content/uploads/2018/03/960x540AP5231-1.jpg Autore Susan Walsh / AP

L’imposizione da parte del Presidente Donald Trump dei dazi aggiuntivi su acciaio e alluminio ha provocato un intenso dibattito negli USA tra dirigenti e militanti sindacali, e, più generale, tra i progressisti. Sono emerse una varietà di opinioni su questioni quali la reale efficacia dei dazi come strumento di politica industriale e le reali motivazioni politiche di Trump. Questo articolo rappresenta una tra le diverse analisi e commenti che People’s World pubblicherà sull’argomento. Le opinioni esposte sono quelle dell’autore.

“I dazi! Voglio i dazi! Dove sono i miei dazi?" Come un bambino che strilla reclamando la sua merenda, Trump vaga per le sale della Casa Bianca chiedendo i dazi, i grandi dazi, i grandi piani tariffari. Per essere onesti, questa è l'unica cosa su cui è stato coerente per 50 anni: la fiducia nei dazi come strumento di protezione per gli affari americani (si noti che il suo punto di vista non è mai stato incentrato sulla protezione dei lavoratori; l’attenzione è invece rivolta ai propri affari finanziari).

Egli ritiene che l’industria manifatturiera ruoti attorno all’acciaio e che Pittsburgh (da sempre principale centro della produzione siderurgica americana, ndr) sia ancora immersa in una nuvola di grigio fumo di carbone bruciato negli altiforni e non invece un innovativo centro tecnologico.

Essendo alla fine riuscito ad imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio, in una di quelle tipiche conferenze stampa di presentazione alla Casa Bianca, in perfetto stampo pubblicitario, e coinvolgendo esponenti del suo staff e alcuni lavoratori dell'industria siderurgica, Trump, la mattina dell’8 marzo ha firmato pubblicamente un impegno che rimane tuttavia non chiaro nei dettagli. Assediato da pressioni provenienti da tutte le parti, ha esentato dai dazi – ma non ha chiarito per quanto tempo – Messico e Canada, che anche il presidente del sindacato dei lavoratori dell'acciaio USW, Leo Gerard, ha difeso come concorrenti leali.

Trump ha inoltre ventilato vaghe promesse di esenzioni per altri paesi, a condizione che si presentino con il cappello in mano a perorare la loro causa nei prossimi 15 giorni. Ora immaginiamo come andrà a finire in Europa, dove Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Turchia e Svezia detengono ancora il controllo, diretto o indiretto, di molti fattori legati alla produzione dell’acciaio. Se si guarda all'India e ad altri paesi, la linea di demarcazione tra amici e nemici appare ulteriormente confusa: a questo punto né il Presidente né l'opinione pubblica possono dirsi sicuri di distinguere i cattivi dai buoni.

La nostra è terra di dumping: il mercato statunitense è stato spesso lo sbocco dei prodotti in acciaio e alluminio il cui costo di produzione, per molti fornitori stranieri, è molto minore, per via delle loro diverse sensibilità sugli aspetti salariali e ambientali (o, meglio dire, per la mancanza di tali sensibilità). Molti di essi non sono i veri produttori, ma intermediari verso la Cina che vanta una netta superiorità di risorse.

In effetti, nella narrazione di Trump sulla questione dei dazi, la parte del cattivo è assegnata alla Cina. Essa rappresenta anche il collegamento con altri paesi che traggono beneficio dal declino dell'acciaio made in USA. Gli americani stanno ancora imparando chi fa che cosa nella rete labirintica della catena globale dell’offerta, della domanda e degli intermediari. Anche alcune aziende americane potrebbero infatti essere annoverate tra gli attori cattivi e tali potrebbero essere alcuni paesi alleati.

L'approccio di Trump apre le porte del governo a lobbisti assoldati di ogni paese, l'esatto opposto del “prosciugare la palude”. In fila, gente! Chi otterrà un favore dal cattivo ragazzo Trump? Questo è solo uno degli spettri che si nascondono dietro le preoccupazioni che Trump stia scatenando una guerra commerciale.

Nelle interviste televisive, il presidente della confederazione sindacale AFL-CIO, Richard Trumka, definisce questa paura come un'esagerazione e propone una tesi che appare convincente. Gli Stati Uniti hanno infatti già adottato svariati dazi in altri settori, non delle stessa entità di quelli emanati da Trump, ma è una pratica abbastanza ordinaria, e nessuno ha mai gridato alla guerra commerciale.

Ciò è abbastanza vero, ma c'è anche una storia recente, oltre a innumerevoli minacce e contestazioni, a suggerire che nel mondo del nostro indisciplinato Trump l’entità di questi dazi gli si potrebbe ritorcere contro.

Reagan nel 1984 provò ad adottare delle “quote” per frenare le importazioni di acciaio. Il suo gabinetto, come adesso quello di Trump, era nettamente diviso.

Clinton, Bush e Obama hanno tentato di imporre dei dazi, alcuni dei quali molto elevati, ma sono rimasti sempre sopraffatti dalle pressioni contrarie. Perfino alcuni dirigenti sindacali all'epoca cercarono (come alcuni di loro fanno adesso) un approccio più mirato e circoscritto, in quanto i dazi erano considerati uno strumento troppo diretto e indiscriminato.

Ma i sindacati manifatturieri direttamente interessati vedono decimate le loro fila e quindi non sono in vena di discettazioni storiche sull'inevitabilità dell'automazione industriale. Con i dazi sperano di ottenere qualche risultato concreto. In passato essi sono rimasti gravemente delusi; quindi quando Trump arriva e usa la parola "globalisti" in termini dispregiativi, trova un pubblico ben disposto a questi toni.

Per molti le preoccupazioni per le guerre commerciali sono reali, soprattutto dopo che la Commissaria Europea per il Commercio, Cecilia Malmstroem, ha elencato i prodotti degli Stati Uniti che subirebbero immediatamente ritorsioni se l'UE decidesse di contrattaccare: bourbon, burro di arachidi, succo d'arancia, mirtilli e motociclette Harley Davidson. Gli ultimi due generano particolare timore qui nel Wisconsin (stato dove risiede l’autore, ndr).

Trumka pensa che una guerra commerciale sia inverosimile, ma il discorso preoccupa chiaramente l'icona del motociclo, dall’alto del suo 16 per cento di vendite in Europa. “I dazi all’importazione di acciaio e alluminio determineranno un aumento dei costi per tutti i prodotti realizzati con queste materie prime, indipendentemente dalla loro origine”, ha affermato l’azienda. “Inoltre, una tariffa punitiva e di ritorsione sulle motociclette Harley Davidson in qualsiasi mercato avrebbe un impatto significativo sulle nostre vendite”.

Uno dei sostenitori più ferventi e della prima ora dei dazi sull'acciaio in Senato, il democratico dell'Ohio Sherrod Brown, ha elogiato la mossa di Trump ma ha anche sottolineato: “L'avrei fatta diversamente”.

Il senso di disagio generato non riguarda tanto i dazi in quanto tali, ma, in maniera franca, il coinvolgimento di Trump. Il modo in cui il suo ego viene messo in gioco o respinto potrebbe avere un ruolo fuori misura nell'economia mondiale nel momento in cui egli ha reso la Cina e altri paesi lieti di vedere vacillare l'egemonia degli Stati Uniti. La sua amministrazione è pienamente in grado di aprire da sola falle nella “Buona Nave” dei dazi.

Quindi è con cautela che i leader sindacali come Trumka e Gerard, di USW, parlano come se fossero d'accordo con Trump... almeno su questo. Quello che è più arduo per loro da affrontare nelle interviste, è l'atteggiamento dei loro iscritti nei confronti di Trump. Nonostante la naturale affinità dei loro sindacati nei confronti dei Democratici, l'analisi degli elettori e la partecipazione ad alcuni raduni indicano chiaramente che alcuni dei lavoratori loro iscritti trovano un qualcosa di forte e non incoerente nel modo di procedere di Trump, e questo potrebbe essere in parte il motivo per cui hanno votato per lui.

Un iscritto al sindacato ed elettore di Trump con cui ho parlato mi ha confidato: “anche se (Trump, ndr) ha colto una buona idea con dieci anni di ritardo, è importante che l’abbia colta, e già questo è stato più di quanto abbia fatto Obama”.

Occorre guardare più in profondità a questo approdo di Trump. La sua concezione dei dazi sembra più frutto di memorie giovanili risalenti agli anni '60 e una mossa tattica, piuttosto che un vero approccio strategico di politica economica. Né Wall Street né i sindacati sono certi di come si svilupperà questa tattica giorno per giorno o persino di ciò che Trump potrebbe fare domani.

Sia Trumka che Gerard auspicano dazi più mirati che colpiscano veramente i “ladri”. E i paesi che praticano il dumping su acciaio e alluminio vendendoli a basso prezzo non sono gli unici ladri. Vi devono essere annoverate anche le società e multinazionali statunitensi che ottengono vantaggio pieno da tali risparmi nella loro catena di approvvigionamento e che mettono in gioco migliaia di posti di lavoro. Ci sono case madri statunitensi che fanno la stessa cosa. Mentre alcuni ritengono che Trump stia fornendo forti motivazioni alle aziende perché rimangano in patria – “costruire con i materiali prodotti negli Stati Uniti” – i dazi ai quali sfuggirebbero potrebbero non rappresentare un fattore decisivo. Potrebbero infatti esserci altri vantaggi nello spostare la produzione all’estero, specialmente laddove si tenga conto che la funzione e gli obiettivi dei dazi sono ancora in fase di definizione.

Diversi leader sindacali con cui ho parlato si sono mostrati preoccupati per i dazi di un “presidente che vuole proteggere l'industria, non il lavoratore”. L'ex lavoratore siderurgico Randy Bryce, uno dei democratici che ha tentato di scalzare Paul Ryan dalla sua poltrona (presidente del Senato, ndr), si è domandato, nel corso di un intervento sulla rete televisiva MSNBC: “Chi è il beneficiario di questo provvedimento? l'operaio americano? No”. Bryce ha quindi considerato il lavoratore americano “solo un'altra carta di poker” nell'arsenale di Trump.

Un leader sindacale che sostiene i dazi ma che odia Trump, ha scherzato sul fatto che: “anche uno scoiattolo cieco trova una noce ogni tanto”. Un altro sindacalista ha invece dichiarato: “Pensate al numero di buone idee che Trump ha reso complicate”. Stava citando la confusione sul DACA (il permesso di soggiorno per i figli degli immigrati, ndr) e sul controllo delle armi: tutte questioni sulle quali il Presidente è stato indotto a fare marcia indietro.

Il vero cambiamento viene dalla legislazione e finora non ci sono state iniziative in tale direzione da parte della Casa Bianca. Si pensi ad esempio al senatore del Wisconsin, Tammy Baldwin, il cui primo tentativo di lanciare il “Buy American” (norme che impongono acquisti di beni americani alle pubbliche amministrazioni, ndr) venne bloccato dal Partito Repubblicano per impedire ai democratici di farci una bella figura.

Bene, ora questa misura è di nuovo in auge grazie ai suoi sostenitori: la normativa “Buy American” richiederebbe che l'acciaio made in USA venisse impiegato prioritariamente nella realizzazione di nuove infrastrutture. I dazi non determinano automaticamente questo effetto. E senza le regole di Baldwin per le infrastrutture, saranno i contribuenti a subire il differenziale di prezzo causato dai dazi.

Ecco perché Baldwin propone una legislazione che assicuri la blindatura, il “Buy American”, e non invece quella zattera colabrodo dei dazi doganali.

Pubblicato su People’s World, 9 marzo 2018

Traduzione dall’inglese di Zosimo

17/03/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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