Il dollaro in guerra

La perdita di egemonia del dollaro e i guai finanziari degli Usa fanno parte del retroscena dei conflitti in diverse parti del mondo.


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Sul Fatto Quotidiano di domenica 22 Aprile, Furio Colombo, che immagino permanentemente tormentato da due aste di bandiera conficcate nel cervello, quella americana e quella israeliana, si domanda come sia possibile “fare a meno dell’America” e, preoccupatissimo per le acrobazie politiche senza rete di Trump, teme che “il Paese [con la maiuscola] che fino a un momento fa era stato capofila dell’avanguardia” di praticamente tutto lo scibile e tutti i diritti si chiuda in se stesso e non regali più a noi poveri sudditi il bene prezioso della sua democrazia, la cui esportazione nel mercato mondiale è sostenuta da un elevata capacità competitiva non esattamente sul terreno economico. Poi conclude: “forse Trump, con tutti coloro che lo stanno imitando, sta rappresentando la profezia di Fukuyama: la Storia [ancora con la maiuscola] si è fermata”.

Sì, quella fine della storia di Fukuyama che andava bene quando serviva a diagnosticare il venir meno dell’antagonismo di classe e dei movimenti antimperialisti dopo l’ ‘89, ora è temuta ma non perché il modo sta fermo, piuttosto perché, a differenza di quello che pare al Furio furioso, si sta muovendo, anche se non nella direzione da lui auspicata, ponendo fine all’egemonia americana e affermando un nuovo multipolarismo.

Lo abbiamo accennato in un articolo dello scorso numero, trattando le ragioni economiche delle guerre di Trump e lo abbiamo fatto osservando esclusivamente l’economia reale, tralasciando i problemi della moneta. Dato che il dollaro costituisce la valuta maggiormente utilizzata negli scambi internazionali, e che – venuto meno primato industriale statunitense – Wall Street primeggia ancora in campo finanziario, nonostante il gigantesco debito Usa verso l’estero, l’analisi dei soli flussi reali non esaurisce la spiegazione che avevamo tentato di abbozzare. Con questo articolo intendiamo colmare questa lacuna.

Una premessa: il dollar standard

Agli inizi del ‘900 venne stabilito dalle autorità americane che un dollaro rappresentasse il valore di circa 1,67 grammi di oro. L’equivalenza e la convertibilità con l’oro, denominata gold standard, è stata praticata per oltre un settantennio con una interruzione in corrispondenza con la prima guerra mondiale e una serie di accorgimenti, limitazioni e fluttuazioni durante la grande depressione degli anni ‘30, quando invece la maggior parte degli stati europei dovettero abbandonare il gold standard. Al termine di quel burrascoso periodo la parità – valida però solo negli scambi internazionali – fu portata a 35 dollari l’oncia, pari a 0,81 grammi per dollaro.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods definirono il valore di ogni moneta nazionale in termini di dollari e solo in questo modo indiretto le varie monete acquistarono un rapporto con l’oro. Fu così che il dollaro conquistò il ruolo di moneta utilizzata e accettata praticamente da tutti negli scambi internazionali.

Tuttavia, dal 1968 la parità di 35 dollari iniziò a valere solo per gli scambi fra le banche e non per i privati, mentre sul parallelo libero mercato dell’oro la quotazione del metallo prezioso divenne ben superiore, fino a raddoppiare, raggiungendo 70 dollari l’oncia. Nel frattempo fu ammessa la fluttuazione dei cambi.

Nei primi anni ‘70, a seguito dell’aumento del costo delle materie prime e delle spese per la guerra del Vietnam, si sviluppò un processo inflattivo, tanto che, nel 1971, il presidente Nixon ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità del dollaro in oro. Fu la definitiva morte del sistema di Bretton Woods, ma non la morte del ruolo economico degli Stati Uniti e della sua moneta. Anzi, la potenza economica e militare Usa ha fatto sì, per vari decenni, che il dollaro, nonostante rappresentasse poco più che una cambiale, fosse ancora la moneta utilizzata quasi esclusivamente nei pagamenti internazionali.

Ciò ha permesso agli Stati Uniti, che gradualmente perdevano di peso come produttori mondiali, di mantenere un tenore di vita superiore alle proprie capacità produttive, stampando dollari e con questi acquistando prodotti sul mercato mondiale, e ha permesso di finanziare le proprie guerre e il proprio sia pur minimale welfare con l’emissione e il collocamento nel mercato mondiale di titoli del debito pubblico in dollari. Soltanto Cina e Giappone, per esempio, sono creditori verso gli Usa per un ammontare quasi 3.500 milioni di dollari.

Si spiega quindi la punizione, a suon di bombe, missili, colpi di stato o pesanti ingerenze negli affari interni, subita in diverse occasioni da alcuni stati che hanno tentato di uscire dal dollar standard per inaugurare nuove forme di relazioni commerciali con l’estero e nuovi strumenti creditizi. La Libia ne è un esempio. Non è stata la loro presunta incapacità di rispettare i diritti umani o la loro presunta detenzione di armi di distruzione di massa o i loro presunti crimini di guerra, ma la necessità della superpotenza americana e con lei dell’Occidente nel suo insieme di tutelare i propri interessi.

Il debito pubblico

Tuttavia la situazione della finanza pubblica Usa è diventata molto preoccupante. Il debito si è ingigantito e si sostiene – ma fino a quando? – solo grazie al ruolo del dollaro come moneta di scambio internazionale. Recentemente i tagli alle tasse, le spese militari e qualche sprazzo di politica keynesiana hanno portato questo debito a livelli stratosferici (21 mila miliardi di dollari, circa il 124 per cento del Pil).

Un gruppo di ex presidenti del consiglio di consulenza economica della Casa Bianca, tra cui la ex direttrice della Federal Reserve (la banca centrale degli Stati Uniti), Janet Louise Yellen, scrivono per esempio nel Washington Post dell’8 aprile, riportando l’opinione di alcuni economisti, che “Il deficit del bilancio federale si avvia verso il superamento di 1 trilione di dollari l'anno prossimo e peggiorerà nel tempo. Alla fine, il debito e il disavanzo crescenti causeranno un aumento dei tassi di interesse e la quota di gettito fiscale necessaria per soddisfare il debito crescente peserà progressivamente sulla capacità del governo di provvedere ai propri cittadini e di rispondere alle recessioni e alle emergenze”.

Pur divergendo da altre considerazioni di politica economica con gli economisti citati, gli articolisti concordano con questa valutazione, aggiungendo però che la causa di ciò risiede “nei grossi tagli alle tasse e nelle guerre non finanziate, più che nel costo della riforma sanitaria di Obama, che invece è l’imputato principale dei professori loro rivali. La riduzione del gettito fiscale farà “scendere le le entrate al di sotto del 17% del Pil, il livello più basso degli ultimi 50 anni, se si escludono le conseguenze delle due recessioni precedenti”. Quindi non solo sta salendo il debito, ma crescono anche, in maniera assai sostenuta, gli interessi su tale debito, rischiando di diventare insostenibili.

La Cina, fra i maggiori detentori dei titoli del debito americano, di fronte all’aumento dei tassi sul debito americano, e pertanto della sua perdita di valore (il valore effettivo attuale di un dato debito a scadenza è inversamente proporzionale al tasso di interesse) sta operando per ridurre questo suo credito sia riducendo gli acquisti di titoli sia vendendo quelli già in suo possesso. Il che favorisce ulteriori inasprimenti dei tassi e riduzione del livello di fiducia verso tale debito nei mercati.

È di pochissimi mesi fa la notizia che l’agenzia di rating cinese Dialong Global ha declassato il debito Usa a BBB+, una valutazione non certo esaltante e che probabilmente ha avuto un suo peso nella decisione di Trump di dichiarare la guerra dei dazi alla Cina.

Le contromisure di Trump rappresentano quindi un disperato tentativo di preservare condizioni e regole che fin qui avevano permesso agli Usa di adottare la flat tax e di sostenere crescenti spese militari, quindi bilanci costantemente in deficit, facendone pagare al resto del mondo i costi, diversamente da altri paesi aventi livelli paragonabili di indebitamento pubblico, di costo degli interessi su tale debito e soprattutto aventi forti conti in rosso verso l’estero, come per esempio l’Italia, che, se vogliono rispettare le “regole del gioco”, devono ricorrere a tagli di spesa pubblica.

Ma nell’attuale situazione multipolare appare difficile che il “mondo” ubbidisca a queste regole. Qua e là si può disgregare qualche realtà statuale recalcitrante ma non attrezzata ad affrontare anche militarmente il colosso americano. Però i maggiori competitori ormai si sono organizzati anche a questa eventualità e il flop delle politiche statunitensi in Medio Oriente dovrebbero costituire un avviso chiaro. Sarà ascoltato?

28/04/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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