Gli obiettivi economici della guerra

Il bombardamento della Siria, la strategia Usa in Medio Oriente e nell’America Latina, la guerra economica dei dazi, hanno lo scopo di conservare l’egemonia politica ed economica degli Usa. La “sinistra” occidentale si accoda.


Gli obiettivi economici della guerra Credits: https://www.soldiersforthecause.org/2012/01/19/the-profits-of-war/

Non so se corrisponda al vero - parrebbe di no - ma nelle riunioni di sezione del Pci, quando ero giovanissimo, i meno sprovveduti di me provenienti dalla Federazione provinciale ci raccontavano che la parola “crisi” i cinesi la scrivono combinando due logogrammi che significano rispettivamente “pericolo” e “opportunità”.

Sta di fatto che dopo ogni crisi niente rimane come prima, e le formazioni economico-sociali subiscono dei cambiamenti, talvolta in positivo e talvolta in negativo. E che lo sbocco finale, che può essere anche catastrofico, dipende anche dai rapporti di forza fra le classi. Lo sbocco negativo, purtroppo ci sembra di intravederlo nel democraticissimo Occidente, dove xenofobia, neofascismo e guerre stanno minacciando il futuro.

Non tutto è perduto. Non siamo ancora allo sbocco finale, ma questo si sta avvicinando e non certo in direzione di una la prospettiva di miglioramento per le classi sfruttate. E non è nemmeno da escludere che dopo la flebile ripresa delle economie “mature”, sia in arrivo una nuova devastante bolla finanziaria, di cui alcuni osservatori intravedono qualche segnale.

Tutte le evidenze empiriche, anche quelle di fonte ufficiale ci dicono che dalle nostre parti, mentre il Pil stenta a raggiungere i livelli pre-crisi le condizioni di vita dei lavoratori dal 2007 in poi sono peggiorate in termini di reddito, di tutele del welfare, di stabilità lavorativa e di potere contrattuale; che la mobilità sociale si è fermata, o meglio ha cominciato a funzionare a ritroso, facendo precipitare vicino alla soglia della povertà o anche oltre notevoli pezzi di proletariato e di ceto medio; infine che si è divaricata la forbice fra i ricchi e i meni abbienti, tanto che nel 2017 otto super ricchi disponevano del 50 per cento della ricchezza mondiale!

Da qui la rabbia popolare che ha castigato, anche sul piano elettorale in molti paesi, i fautori delle politiche liberiste, ma spesso a vantaggio di formazioni populiste e xenofobe, utili valvole di sfogo delle sofferenze sociali.

La via alternativa alla barbarie l’avrebbero dovuta indicare i partiti delle classi lavoratrici. Ma nei paesi occidentali questi partiti o non ci sono o sono minoritari e al loro posto esiste una “sinistra” (le virgolette sono assolutamente obbligatorie) che nel migliore dei casi permane nel minoritarismo e rivendica politiche keynesiane, senza rendersi conto che a questo livello di sviluppo del capitalismo esse sono impraticabili in assenza di cambiamenti profondissimi di struttura. La “sinistra” maggioritaria, invece, da Blair in poi, ha sposato l’ideologia dominante e fatto il lavoro sporco dal capitale: macelleria sociale a suon di tagli del welfare, abbattimento dei diritti dei lavoratori, privatizzazioni e guerre.

Lo scontro in atto fra i diversi settori del capitale vede prevalere in questa fase storica le posizioni più restauratrici e violente.

La stessa costruzione europea è stata una scelta di classe che ha devastato il “modello sociale europeo” per pervenire a politiche ordoliberiste che hanno creato il terreno di coltura delle forze più reazionarie. La presenza attiva dei socialdemocratici nel processo costitutivo e nella successiva gestione non ha minimamente intaccato il disegno neoliberista né ha ridotto il carattere autoritario e antidemocratico dell’integrazione europea.

La rappresentanza del settore egemone del capitale – chiamiamolo impropriamente ma per semplicità “di destra” – non è di esclusiva pertinenza delle destre vecchie e nuove, ma anche i “democratici” in Europa come negli Usa, fanno del loro meglio per curarne gli interessi economici, politici e militari. Hillary Clinton, per esempio, è stata emblematicamente una feroce fautrice delle politiche imperialiste americane e da questo punto di vista Trump non si colloca in discontinuità con la politica dei democratici. Non c’è da stupirsi se in questa rincorsa a rappresentare questi interessi stiano avendo la meglio le formazioni di destra, meglio attrezzate ideologicamente e pragmaticamente allo scopo.

La novità della fase sta nel fatto che l’unipolarismo Usa, affermatosi a seguito del crollo del campo “sovietico” non esiste più e stiamo assistendo a uno scontro per l’egemonia con potenze economiche emergenti, quali la Cina e la Russia. In particolar modo la Cina è data dalla maggior parte degli esperti come in via di superamento, in termini di capacità produttiva, del gigante Usa, se non addirittura già in testa.

Anche in questo caso le stesse statistiche ufficiali vedono che la Cina ha quasi raggiunto in pochi anni il Pil degli Usa se lo si calcola in termini di reddito nominale in dollari Usa; ma lo ha già superato se lo si calcola in termini di “potere di acquisto equivalente” (PPP), una misura che risente meno delle fluttuazioni dei cambi. Già nel 2015, per esempio, gli Usa registrarono un Pil in dollari di 18.558 miliardi, mentre la Cina si è attestata a 11.383 miliardi. In termini di PPP, invece la Cina si attestava a 20.853 miliardi, sopravanzando gli Usa di oltre 2mila miliardi. Anche il sito statistico ufficiale dell’Unione Europea, Eurostat, afferma che il miglior metodo di calcolo sia il secondo e fornisce, per il 2016, il dato di un Pil di 15.609 miliardi di dollari PPP della Cina, contro i 13.533 degli Usa.

La progressiva perdita di capacità egemonica degli Usa sta determinando un colpo di coda pericoloso, cui anche gli alleati Europei, pur dimostrandosi critici di tanto in tanto, non riescono a sottrarsi. Tale colpo di coda si manifesta in forme accomunate dalla parola “guerra”. Si tratti della guerra economica dei dazi, che rischia di generare gravi ripercussioni in tutte le economie sia direttamente sia in conseguenza delle inevitabili contromisure dei paesi colpiti; si tratti delle guerre vere e proprie che stanno caratterizzando questo inizio di secolo, devastando principalmente l’area mediorientale, in cui non si è esitato ad armare il terrorismo contro gli stati non graditi, a sostenere il gendarme Israele e a bombardare ricorrentemente; si tratti della guerra mediatica volta a demonizzare demonizzazione degli antagonisti e dei loro alleati (Russia, Corea del Nord, Siria, Cuba, Venezuela, Iran….); si tratti, infine, della guerra “diplomatica”, o meglio della strategia golpista praticata nel cortile di casa dell’America Latina che sostiene i peggiori dittatori e ostacola il percorso recentemente intrapreso da alcuni paesi verso l’indipendenza economica e una maggiore giustizia sociale. I casi del golpe giudiziario in Brasile contro Lula e la Rousseff, del sostegno alla violentissima opposizione venezuelana e del blocco economico contro Cuba sono solo i più eclatanti.

Le ragioni economiche di tutto questo sono evidenti e meriterebbero ognuna una trattazione a parte.

Il teatro mediorientale ha per gli Usa una molteplice valenza. Da un lato è la più importante riserva energetica necessaria a sostenere il sistema energivoro americano, che non si intende abbandonare, anche ostacolando i pur pallidi accordi internazionali in fatto di clima e ambiente. Da un altro lato si cercano di bloccare i regimi che tentano di rilanciare l’indipendenza economica e il riscatto dei popoli mediorientali, come per esempio si è fatto in Libia, la quale intendeva costruire degli strumenti finanziari indipendenti dal dollaro per lo sviluppo delle economie africane. Ancora, questi conflitti permettono agli Usa di attestarsi militarmente in vicinanza dei veri nemici, anche se non dichiarati: Cina e Russia. Non va infine dimenticato che l’area mediorientale e quella dei paesi ex “satelliti” dell’URSS hanno un’altra importanza strategica dal punto di vista economico, perché fanno parte della cosiddetta “via della seta”, l’insieme di infrastrutture terrestri e marittime con cui la Cina intende potenziare i propri sbocchi di mercato verso l’Occidente, rafforzando la sua capacità competitiva nei confronti degli Usa.

La Siria, per esempio, oltre a essere troppo amica di Iran e Russia, ha compiuto il grave delitto di scegliere, fra due possibili gasdotti che la potevano attraversare, quello più gradito alla Russia, cioè dall’Iran verso l’Europa via Iraq e Siria, mentre gli Usa sostenevano una infrastruttura alternativa dal Qatar verso l’Europa via Turchia e Siria. I risvolti dell’una e dell’altra scelta sono facilmente intuibili e riguardano le possibilità di sbocco commerciale del gas dell’una o dell’altra nazione, oltretutto una risorsa proveniente da uno stesso bacino e che quindi può arricchire chi per primo riesce ad esportarlo e quindi ad estrarlo.

A prescindere dal fatto che il recente bombardamento della Siria si è ridotto a un avvertimento telegrafato, rimane la gravità che le intenzioni americane erano di accendere un conflitto in un’area in cui è presente militarmente la Russia. La somiglianza fra l’attacco alla Siria e i precedenti (Iran, Jugoslavia, Afghanistan, Libia….), anche nei toni della propaganda, non devono ingannare. Nei precedenti la Russia e la Cina erano già gli obiettivi, ma li si colpiva indirettamente, tentando di mettere intorno a loro regimi di comodo e di appropriarsi di risorse energetiche preziose. Dopo il fallimento di questa strategia in Siria, dove il terrorismo allevato dalle potenze occidentali sta perdendo, anche grazie all’intervento russo, c’è la necessità di combattere meno indirettamente la Russia. e pertanto c’è il rischio di un coinvolgimento diretto di questa potenza nucleare, che si cerca di demonizzare, come sta avvenendo, per esempio, col russiagate. Così come è stato gravissimo il bombardamento della Siria di alcuni giorni prima da parte di Israele, contro cui nessuno ha mosso un dito.

Molto più evidenti sono le ragioni dell’impegno degli Stati Uniti nell’America Latina. Questo è sempre stato considerato il proprio cortile di casa ed è un bel guaio se alcune nazioni progettano invece una loro diversa collocazione sia sullo scacchiere internazionale che sul piano delle politiche sociali, oltretutto stabilendo rapporti politici e commerciali con Cuba, Russia e Cina. L’inclusione del Brasile nei Brics, con le conseguenti aperture economiche verso il “nemico”, per esempio, costituiva un vulnus inaccettabile.

In questo quadro preoccupante brilla per ignavia il nostro governo. Gentiloni, mentre acriticamente e in maniera immotivata prende per buone le accuse ad Assad riguardo il presunto uso delle armi chimiche, dichiara che gli attacchi non sono partiti dalle basi Nato e Usa nel nostro paese, basi che comunque hanno inevitabilmente fatto da supporto logistico.

Mentre la destra si divide fra contrari all’intervento (Lega) e attendisti (Forza Italia), mentre il M5stelle ancora una volta fornisce ampie assicurazioni riguardo al suo recentemente acquisito atlantismo e il PD balbetta il suo sostegno a Gentiloni, quale deve essere il ruolo dei comunisti e della sinistra di classe?

Indispensabile è – ovviamente – un No pieno e totale al coinvolgimento dell’Italia in simili avventure, anche indirettamente, tramite le basi collocate nel proprio territorio. Ma questa pur necessaria posizione non basta. Visto il ruolo che sta acquisendo la Nato, l’insussistenza di una politica estera dell’Unione Europea, sostituita dall’asse Trump-Marcon-May, le tremende ripercussioni economiche, sociali e politiche della guerra, i relativi costi che vengono sempre fatti prevalere su quelli dei servizi pubblici, i danni provocati agli interessi italiani (vedi l’estromissione dell’ENI in alcune realtà), occorre rivendicare la piena riconquista della nostra indipendenza dalle strategie economiche e militari degli Usa e dei suoi alleati, battendoci per l’uscita dalla Nato e la chiusura delle basi militari straniere nel nostro paese. Sarebbe inoltre utile sperimentare forme di coordinamento su scala mondiale fra le varie formazioni anticapitalistiche. Anche la rottura dei trattati europei che stanno annichilendo ogni possibilità di intervenire nell’economia e di contrastare la crisi economica deve essere all’ordine del giorno. Oltretutto non dobbiamo essere impreparati all’eventualità che comunque l’Unione europea si sfaldi. E urge costruire un movimento europeo che si opponga alle politiche di austerità. Solo così – non abbandonando il campo alla propaganda della Lega – sarà possibile riannodare i rapporti con le classi sfruttate e ricostruire l’autonomia politica dei comunisti.

21/04/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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