La crescita dei profitti e il benessere dell’impresa promuove il lavoro?

Proviamo a confutare la vulgata ufficiale su occupazione femminile, giovanile e precarietà. Gli sgravi fiscali, le decontribuzioni ecc. concorrono a ridurre il costo del lavoro e ad aumentare i profitti, non l’occupazione.


La crescita dei profitti e il benessere dell’impresa promuove il lavoro?

Premessa

L’impresa ci sfrutta.

La riforma del lavoro che porta il nome dell’allora ministra Fornero è stato uno dei tasselli sui quali è stata costruita una cocente sconfitta del movimento operaio. Ci riferiamo all’insieme dei provvedimenti adottati che vanno dall’innalzamento dell’età pensionabile alla riscrittura dell’art 18 della Legge 300/70, meglio nota come Statuto dei lavoratori, fino agli sgravi contributivi per le imprese che assumono donne.

L’argomento non è di secondaria rilevanza in un paese nel quale l’occupazione femminile è tra le più basse dei paesi dell’Unione Europea (Ue), un paese nel quale il part-time è quasi sempre una scelta obbligata e non volontaria.

Se volessimo riflettere e agire sull’occupazione femminile dovremmo mettere in campo alcuni altri obiettivi: un welfare inclusivo e potenziato (il che comporterebbe scelte importanti come indirizzare una quota maggiore della ricchezza prodotta allo stato sociale a discapito dei capitali e delle imprese), l’innalzamento dei salari e magari anche la introduzione del salario minimo da accompagnare con una legge ancora più restrittiva in materia di tempo determinato e contratti flessibili.

La precarizzazione del lavoro è anche, ma non solo, questione di genere. A farne le spese sono del resto le donne e le giovani generazioni che pagheranno un prezzo elevato al momento del pensionamento costringendo lo Stato a adottare misure di sostegno dell’assegno previdenziale. E qui entra in gioco la questione previdenziale che il mondo sindacale ha ridotto all’innalzamento dell’età pensionabile, dimenticando che una riforma progressiva dovrebbe partire dal ripristino del sistema retributivo con aumento dei costi a carico dello Stato.

Nel corso degli anni è invece prevalsa la logica di contenere la spesa previdenziale con la motivazione di una riforma del welfare a favore delle giovani generazioni: un luogo comune di facile confutazione perché i precari odierni, malpagati e sfruttati, saranno i pensionati di domani in perenne miseria e difficoltà economica.

Ha quindi ragione il portale degli economisti liberal che, a proposito di occupazione femminile, asserisce: “lo strumento è capace di promuovere la domanda di lavoro femminile e la crescita delle imprese?”. Noi crediamo di no e proveremo a fornire ulteriori elementi di analisi.

La disoccupazione colpisce le donne

L’Italia, stando all’Ocse, presenta una percentuale di donne attive nel mercato del lavoro pari al 40%, oltre il 27% in meno dei paesi sviluppati. Se guardiamo agli ultimi 40 anni all’insegna del neoliberismo, abbiamo perso potere di acquisto e di contrattazione, le condizioni salariali sono peggiorate, ma al contempo la quota di ricchezza destinata alle imprese è cresciuta a dismisura. Se oggi si parla con tanta insistenza dell’occupazione femminile è perché l’Unione Europea si è data un obiettivo strategico che a cascata si ritroveranno a gestire i vari paesi.

La parità di genere e l’occupazione femminile sono parti integranti del Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi, ma le ricette proposte sono le stesse che hanno alimentato precarietà e disoccupazione, ossia il sostegno alle imprese.

Detassando il salario di secondo livello e favorendo le imprese con sgravi fiscali continui si pensa di favorire l’occupazione femminile e delle giovani generazioni, quando invece si alimenta solo la spirale della precarietà, si indebolisce lo Stato e il gettito fiscale.

Non è quindi un problema legato alla domanda o all’offerta di lavoro. Le ricette neoliberiste portano solo acqua al mulino delle imprese, indeboliscono lo Stato e ridimensionano il welfare.

Per favorire i processi di precarizzazione si va verso una sorta di gender-based tax, la riduzione delle imposte sul reddito delle donne e al contempo si arriverà a tagliare ulteriormente lo Stato sociale.

In gioco non c’ è solo la ipotesi di detassare le imprese che assumono donne ma anche la riduzione del costo del lavoro femminile che poi produrrà effetti negativi sul costo del lavoro in generale con perdita del potere di acquisto e di contrattazione come avvenuto nei 40 anni neoliberisti.

La parola d’ordine: detassare le imprese

È venuto il momento di fare un bilancio in merito ai benefici per le imprese che assumono giovani e donne disoccupate. Quanti sono i posti di lavoro creati e con quali redditi? E al contempo i costi a carico dello Stato hanno portato reali benefici effettivi?

La politica degli sgravi fiscali non è stata di aiuto per il rilancio dell’occupazione e della competitività delle imprese. Del resto i ritardi dell’Italia rispetto agli altri paesi Ue sono assai evidenti.

L’impatto sui salari è solo negativo

Lo sgravio contributivo permette alle imprese evidenti risparmi ma i redditi percepiti dai beneficiari? Se vediamo i dati si capisce che le forme svariate di precarietà hanno permesso assunzioni o a tempo determinato, o part-time o con forme contrattuali sfavorevoli spingendo verso il basso l’intera dinamica salariale e contrattuale come si evince dai bassi aumenti salariali percepiti dalla forza lavoro italiana con evidente perdita del potere di acquisto.

La decontribuzione ha ridotto il costo del lavoro e del potere di acquisto. Tanto maggiori sono i benefici e gli aiuti alle imprese, tanto più crescerà la perdita economica per le classi lavoratrici: l’esatto contrario di quanto Fornero e company hanno raccontato per anni. A guadagnarci sono solo le imprese se pensiamo che tagliando il costo del lavoro di 100 euro, stando all’analisi sopra menzionata de “La Voce”, la crescita del salario netto è di soli 14 euro.

Il tasso di occupazione all’insegna della precarietà

Lo sgravio fiscale accordato alle imprese può anche far crescere il tasso di occupazione femminile ma i salari percepiti dalle donne sono bassi e all’insegna di contratti precari e a tempo. Alimentando poi la spirale della precarietà si costruisce una forza lavoro ricattabile e disposta ad accrescere la produttività a costo zero per le imprese che a loro volta accumuleranno profitti.

E rimane irrisolta la questione del divario salariale. La detassazione, gli sgravi e la precarietà non colpiscono solo donne e giovani ma l’intera forza lavoro. Detassare il reddito delle lavoratrici può essere una soluzione alternativa o in aggiunta alla detassazione delle imprese che assumono? Noi pensiamo di no perché riducendo il costo del lavoro si continuerà solo a favorire la caduta dei salari decretando perdita del potere di acquisto e di contrattazione.

20/05/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federico Giusti

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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