La crisi, questa sconosciuta – Parte IV

Quarta parte dell’escursione a tappe tra le lacune dell’economia politica. Keynes.


La crisi, questa sconosciuta – Parte IV

Quarta parte dell’escursione a tappe tra le lacune dell’economia politica. Keynes. 

“Le idee della classe dominante sono
in ogni epoca le idee dominanti”
(Karl Marx, L'ideologia tedesca) 

di Ascanio Bernardeschi 

Dopo Marx, il più importante avversario dei negazionisti, fu senz'altro il barone inglese John Maynard Keynes il quale formulò una critica alla Legge di Say del tutto sovrapponibile a quella già enunciata da Marx. Egli, a differenza della generalità degli economisti a lui contemporanei, ammise che una insufficiente domanda aggregata avrebbe potuto impedire la piena occupazione. Una delle sue più importanti scoperte fu il moltiplicatore degli investimenti, i cui meccanismi erano già stati in buona parte descritti da Marx, anche se in forma discorsiva e non matematica. In parole semplici, in condizione di disoccupazione, un investimento è capace di incrementare la domanda, e con ciò il reddito nazionale, in una misura multipla del suo importo. Tale moltiplicatore è tanto più grande, quanto più grande è la quota dei redditi spesa in consumi (“propensione al consumo”). Altrettanto una diminuzione degli investimenti, riducendo la domanda di beni di investimento, innesca una spirale perversa che moltiplica il deficit di domanda.
Come conseguenza viene capovolta la convinzione secondo cui l'entità degli investimenti dipende dall'entità dei risparmi necessari per finanziarli e che gli investimenti pubblici sottraggono risorse a quelli privati e impediscono l'allocazione ottimale di tali risorse. In realtà, sempre in condizione di disoccupazione, gli investimenti, provocando – con il moltiplicatore – un aumento del reddito disponibile, generano l'importo dei risparmi esattamente necessari a finanziarli. Solo che nei momenti di depressione quando le prospettive di vendita del prodotto sono scarse, gli imprenditori non investono, e quindi si riduce anche il risparmio. A questo punto diviene utile un intervento “esterno” dello stato, che può sostenere la domanda con politiche di bilancio (spesa pubblica in deficit) e monetarie. 

La terribile crisi iniziata nel 1929 indusse, dopo un po' di esitazioni, sia gli USA che la Germania di Hitler a percorrere questa strada. Non si tratta di misure necessariamente favorevoli alla classe lavoratrice. La stessa guerra, con la distruzione dei capitali superflui e con le spese per gli armamenti, si può considerare come una politica keynesiana di destra. Però, in un modo o nell'altro, con la guerra o con la promozione del welfare state, per un po' di anni queste politiche hanno convissuto dialetticamente con le spinte al rigore dei conti pubblici. E nei casi più felici hanno migliorato le condizioni di vita e consentito, allontanando lo spauracchio della disoccupazione, di accrescere il potere contrattuale dei lavoratori.
Mentre Marx aveva anticipato molte di queste acquisizioni – nonostante l'economista inglese non l'abbia mai ammesso, ed anzi abbia dichiarato la sua netta avversione verso la teoria maxiana – a Keynes mancò nel suo arco la freccia della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto secondo la quale, con il progredire dell'accumulazione e l'introduzione di tecnologie che risparmiano lavoro, si determina una tendenza alla riduzione del saggio medio del profitto fino al punto in cui i capitalisti decidono di interrompere i processi di investimento e con ciò fanno funzionare al contrario il moltiplicatore: meno investimenti = meno redditi e meno occupazione = meno domanda = meno investimenti e così via. 

L'elemento di novità di Keynes rispetto a Marx è invece il ruolo della politica economica e monetaria statale, che difficilmente avrebbe potuto essere messo a fuoco ai tempi di Marx e che in parte riflette il l'intreccio tra stato e economia tipico della fase imperialistica del capitalismo.
Se Keynes riconobbe il ruolo della politica monetaria (espansione della liquidità e abbassamento dei tassi di interesse in maniera da rendere più convenienti gli investimenti), vide anche il rischio che la sola espansione della liquidità, senza riguardo all'economia reale, avrebbe potuto tradursi nella “trappola della liquidità”, cioè in comportamenti dei privati volti a detenere questo denaro o a impiegarlo in strumenti finanziari e attività speculative fini a sé stessi. Anche in questo caso Marx lo aveva anticipato trattando il capitale fittizio. 

Nei testi sacri di macroeconomia, il capitolo Keynes finisce qui, salvo modellizzare (cioè rappresentare con formule matematiche) in maniera esasperata il suo lavoro. In realtà l'economista inglese andò oltre, immaginando le prospettive del capitalismo dopo che si sia affermato un incremento ancora più vigoroso della produttività e che il lavoro necessario alla riproduzione umana si sia drasticamente ridotto. Nell'opera Possibilità economiche per i nostri nipoti, 1930, sostiene che continuando tendenze progressive di lungo periodo del capitalismo, nell'arco di un secolo sarà possibile liberarci dalla penuria. Ma lo sviluppo tecnologico richiederà meno forza lavoro, con la conseguente disoccupazione. Per Keynes non si tratta di una malattia ma del risultato di un progresso con cui occorre misurarci, evitando guerre, controllando l'andamento demografico, garantendo un tasso di accumulazione adeguato, e riducendo l'orario di lavoro.
In sostanza, sia pure ignorando il ruolo della lotta di classe e fornendo una rappresentazione edulcorata del capitalismo, il suo contributo ricorda alcune intuizioni presenti nel noto Frammento sulle macchine di Marx e fa suoi alcuni obiettivi della classe lavoratrice, quali la riduzione dell'orario di lavoro. 

La crisi del welfare state e l'esplosione del debito pubblico però sono una manifestazione dei limiti delle politiche keynesiane. La tendenza alla caduta del saggio del profitto non può essere contrastata, anzi viene accentuata, con tali politiche. Il debito crescente riflette sia l'impegno finanziario dello Stato per arginare tale caduta sia, nel caso opposto, l'insostenibilità del sostegno della domanda oltre certi limiti. Il debito, inoltre, cresce con il progredire della crisi che diminuisce le entrate fiscali.
La storia ci sta dimostrando che, mentre si stanno realizzando le potenzialità per l'esito prospettato da Keynes (e con diversi accenti da Marx), lo sfruttamento si va facendo sempre più intenso e violento. E così sarà fintanto la molla che aziona l'economia rimarrà l'accumulazione di denaro. La crisi ci dice che ci sono le condizioni oggettive per un rivolgimento sociale. È compito dei comunisti realizzare quelle soggettive. 

Per la prima parte:
http://lacittafutura.it/economia/la-crisi-questa-sconosciuta.html

Per la seconda parte:
http://lacittafutura.it/economia/la-crisi-questa-sconosciuta-parte-ii.html

Per la terza parte:
http://lacittafutura.it/economia/la-crisi-questa-sconosciuta-parte-iii.html 

Glossario:

Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto
Il mercato determina una tendenza al livellamento dei prezzi, cioè all'imposizione, per ogni merce prodotta di un valore medio di mercato, dato dal lavoro sociale necessario (a un livello medio di produttività) alla produzione di quella merce. Se un capitalista riesce a introdurre un'innovazione che accresce la produttività nella sua impresa e gli consente di produrre a costi inferiori di quello prevalente nel mercato, si assicurala possibilità di vendere realizzando un profitto superiore a quello medio. È proprio per questa ragione che vengono introdotte le innovazioni.
Ma si può produrre a costi inferiori al valore di mercato solo diminuendo la quantità di lavoro impiegata in quella produzione, cioè diminuendo nella propria impresa il valore di quel prodotto, portandolo al di sotto del valore di mercato. Così il capitalista può vendere al valore di mercato (o anche a un valore leggermente inferiore) e incrementare il suo margine di profitto.
Le cose vanno bene fintanto gli altri capitalisti non reagiscono introducendo anch'essi delle innovazioni che annullano il vantaggio competitivo iniziale, o addirittura mandano “fuori mercato” il primo innovatore. Nella incessante corsa della concorrenza, una volta incassati i vantaggi temporanei di chi è più veloce nell'introdurre l'innovazione, abbiamo come risultato che il valore delle merci prodotte diminuisce e che uno stesso numero di lavoratori mette in movimento una massa crescente di mezzi di produzione. In altri termini, con la generalizzazione dell'innovazione, in ogni merce sarà incamerata una minore quantità di lavoro mentre aumenterà il valore del capitale costante (C, macchine, materie prime ecc.) in proporzione a quello del capitale variabile (V, forza- lavoro).
Certamente, nell'ipotesi ragionevole che nel tempo le innovazioni interesseranno tutti i settori, tenderà a diminuire anche il valore dei singoli elementi unitari che costituiscono sia C che V, in quanto è possibile produrre in meno ore di lavoro sia i beni di consumo dei lavoratori che i mezzi di produzione. In questo modo diminuisce anche il costo di riproduzione della forza-lavoro, quindi il lavoro necessario. E pertanto aumenterà sia il saggio del plusvalore che il plusvalore in termini assoluti. Tuttavia l'accresciuta produttività farà sì che nello stesso tempo di lavoro aumenti la massa dei mezzi di produzione messi in movimento dal singolo operaio. Pur tenendo conto della riduzione dei valori unitari, tale processo si risolve in un accrescimento della composizione di valore del capitale (C/V) e in una sostituzione di lavoratori con macchine.
Per il sistema economico nel suo complesso il saggio medio del profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore realizzato e il capitale impiegato, cioè da Pv/(C+V).
Se analizziamo questa espressione in termini di plusvalore, capitale costante e capitale variabile per unità di lavoro (basta dividere l'espressione generale per il numero totale dei lavoratori impiegati) vediamo che:
- il numeratore, Pv, pur ipotizzando che aumenti spettacolarmente il grado di sfruttamento e che quindi il valore della forza-lavoro tenda a zero, ha un limite nella durata dell'orario di lavoro (anche se il lavoratore campasse di sola aria e tutto il suo lavoro si traducesse in plusvalore, e anche se l'orario di lavoro si protraesse oltre ai limiti biologici, in una giornata di lavoro un lavoratore non può produrre più plusvalore di quello corrispondente a 24 ore lavorative);
- il denominatore invece, pur considerando la riduzione dei costi unitari dei mezzi di produzione, non ha un limite nel suo aumento; o meglio il limite è dato solo dall'arresto del processo di accumulazione, che non è solo accumulazione di mezzi di produzione, ma soprattutto è accumulazione di valore.
Pertanto la tendenza generale sarà alla diminuzione del saggio del profitto, pur con interruzioni, rimbalzi e fasi – anche prolungate nel tempo – in cui prevale la tendenza opposta.

Riferimento:
K. Marx, Il Capitale, Libro III, Sezione terza, Ed. Riuniti, Roma, 1965. 

Frammento sulle macchine
Come abbiamo visto a proposito della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto Marx analizza gli effetti del progressivo accrescimento della produttività che avviene con la progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine. Dal punto di vista dei capitalisti, ne conclude che sempre meno il lavoro sarà in grado di valorizzare l'enorme massa di capitale accumulato.
Nei Grundrisse (manoscritti in preparazione del Capitale che sono importanti, dato che il 2° e 3° libro del capitale ci sono giunti come abbozzi incompiuti, editi da Engels con qualche rimaneggiamento) affronta l'argomento dal punto di vista dei lavoratori e della società nel suo complesso. Si tratta del famoso Frammento sulle macchine, citato a proposito e a sproposito. Vi si trova ovviamente conferma dei limiti della valorizzazione, ma si ragiona sulle conseguenze più generali di una tale prospettiva.
La tesi è che, con l'incorporazione della scienza nelle macchine, il lavoratore si riduce a un'appendice delle macchine stesse. La massa di valori d'uso prodotti (di ricchezza reale, di cui il valore è solo un aspetto) dipende più dalle potenze della scienza che dal lavoro vivo. Perdendo importanza il lavoro vivo nella produzione di valori d'uso, perde importanza anche il tempo di lavoro come misura del valore. E anche il plusvalore prodotto cessa di essere la condizione per lo sviluppo della ricchezza. Sarà possibile cioè sviluppare la ricchezza materiale, moltiplicare i beni utili prodotti, a prescindere dall'accumulazione capitalistica, che invece tenderà a rallentare il suo ritmo. In tal modo il non lavoro, il dedicarsi alla ricerca, alla scienza, all'arte ecc. non sarà più, come adesso, una prerogativa di pochi.
Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; [...]. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato”.
Viene così ribadito il concetto che lo sviluppo capitalistico tende a ridurre il tempo necessario ma, contraddittoriamente, pone il tempo di lavoro e l'eccedenza di lavoro come unica fonte di arricchimento.
La pulsione del capitalismo di appropriarsi del pluslavoro, introducendo le macchine, crea le condizioni per ridurre anche il lavoro stesso e accrescere il tempo di non lavoro disponibile per l'umanità. Quando riesce a realizzare l'accumulazione di plusvalore a prescindere dai valori d'uso genera una sovrapproduzione, una crisi e un'interruzione dell'accumulazione stessa. Emerge così che la crescita delle forze produttive non può essere subordinata all'estorsione di pluslavoro; che la classe lavoratrice deve divenire padrona del prodotto del proprio lavoro; che è possibile regolare questa produzione sulla base dei bisogni, e dell'obiettivo di liberare progressivamente gli uomini dal lavoro. La vera misura della ricchezza sarà appunto questo tempo liberato e non il tempo di lavoro.
Se il valore di scambio diventa inessenziale, allora la produzione basata sulla sua accumulazione, il capitalismo, corolla, con tutto il suo antagonismo e le sue contraddizioni. La possibilità di produrre con meno lavoro apre nuove possibilità di sviluppo umano, grazie al tempo di lavoro liberato. O, detto con le parole di Marx:
Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell'antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare lavoro eccedente, ma in generale la riduzione del lavoro necessario alla società ad un minimo, a cui poi corrisponde la formazione artistica, scientifica, umana degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per essi tutti”.
Non si deve però pensare che Marx ipotizzasse un crollo automatico. Egli voleva dirci piuttosto che la società capitalistica crea le condizioni del suo superamento. In un altro passo dei Grundrisse egli scrive: “se nella società così com'è (divisa in classi) non trovassimo già le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani ad essa corrispondenti per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi”. Cioè che si possono realizzare con le lotte di classi, solo le rivoluzioni sociali che le condizioni oggettive permettono.

Riferimenti:
K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, Vol. II. pp.389-411. 

27/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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