Venticinque anni di Ilva. Il prezzo della privatizzazione

Nessun privato sacrificherà il proprio profitto né per la salvaguardia dell'ambiente e della salute, né dell'occupazione. Per farlo è necessario l’intervento dello Stato


Venticinque anni di Ilva. Il prezzo della privatizzazione

Partiamo dal 1995, e da una cifra: 1.400 miliardi di lire. È il prezzo al quale, durante il governo Dini, la ex Italsider, di proprietà pubblica, viene privatizzata e svenduta al gruppo di Emilio Riva. 1.400 miliardi per una società che allora ne vale 4.000. Quasi un terzo del prezzo di mercato. Come un cappottino venduto ai saldi nei grandi magazzini. La contropartita avrebbe dovuto essere il rilancio del colosso dell'acciaio, entrato in crisi negli anni ‘80, e gli investimenti per ridurre l'impatto ecologico dello stabilimento, proprio mentre iniziano a emergere i dati sull'aumento allarmante del numero dei tumori nella città di Taranto.

Dopo diciassette anni, una ordinanza del Tribunale di Taranto dispone il sequestro dell'acciaieria per “grave violazione ambientale” e il Pubblico Ministero Patrizia Todisco - finalmente una donna! - sequestra l’area a caldo (parchi minerali, cokerie, agglomerato altiforni e acciaierie). È il 2012 e i vertici dall'azienda, da Emilio Riva al figlio Nicola, sono tutti indagati. Li salva il governo Monti, che, per evitare la chiusura dello stabilimento, emette uno dei primi decreti salva-Ilva, con il quale autorizza il proseguimento della produzione.

Il figlio di Emilio Riva approfitta del caos giudiziario per fermarsi in Inghilterra dove si trova e rifiutarsi di rientrare in Italia, dove lo attenderebbero gli arresti domiciliari. Nel frattempo, il tribunale di Milano sequestra 1 miliardo e 200 milioni di euro della famiglia, già portati all’estero e il governo Renzi commissaria lo stabilimento, che, nel 2015, finisce in amministrazione straordinaria. I Pubblici Ministeri del tribunale di Milano accusano i Riva di “bancarotta e di aver sperperato il patrimonio dello stabilimento”, accusa dalla quale, circa un paio di mesi fa, vengono assolti in primo grado, con una sentenza in cui, incredibilmente, i giudici sostengono che “i proprietari dello stabilimento hanno speso vari miliardi per migliorare l’ambiente”.

Nel 2016, arriva ArcelorMittal, che vince la gara, ottiene un accordo firmato da tutti i sindacati, si assicura lo stabilimento più grande d'Europa nella produzione di acciaio e incassa lo scudo penale, cioè l'immunità sui danni ambientali prodotti da scelte del passato. Sono tutti contenti, dai sindacati al governo: “abbiamo salvato l'occupazione e l'ambiente”. In realtà, né uno né l'altro. L'accordo interrompe le fibrillazioni in corso, rinunciando a ogni minima richiesta di nazionalizzazione, accettando ArcelorMittal e scaricando i costi della transizione sui lavoratori, con 3.000 licenziamenti e nessuna garanzia reale sui tempi del risanamento ambientale.

Non passa nemmeno un anno che ArcelorMittal annuncia altri esuberi e mette i lavoratori in cassa integrazione. Nel frattempo, le promesse sugli investimenti e sulla bonifica continuano a restare lettera morta. Mentre lo stabilimento viene spremuto aumentando controllo e sfruttamento e disinvestendo persino sulla necessaria manutenzione, l'accordo diventa poco più che carta straccia ed esce fuori il vero volto di ArcelorMittal, il “killer dell'acciaio” che acquista stabilimenti in mezzo mondo per chiuderli, conquistare quote di mercato e imporre prezzi da monopolio.

Quando, a maggio dell'anno scorso, lo scudo penale viene messo in discussione, ArcelorMittal ha quasi fatto centro. Ha trovato l'alibi per procedere con il piano di disimpegno già programmato dall'inizio, approfittando anche del sequestro e della intimazione a spegnere l’altoforno 2 (AFO 2), che nel 2015 ha ucciso l’operaio Morricella con uno spruzzo di ghisa incandescente. Mentre persino il segretario della Cgil rivendica lo scudo penale e il rispetto di un accordo già svuotato dai fatti, ArcelorMittal prende la palla al balzo per uscire dalla partita e, al grido di “non si possono cambiare le carte in tavolo”, minaccia di spegnere definitivamente anche gli altri due altiforni. Annuncia, cioè, di staccare la spina all'Ilva, come già fatto per altri stabilimenti italiani, vedi Piombino, o esteri.

Pochi giorni fa, una sentenza del tribunale del riesame revoca lo spegnimento dell’AFO 2, riaprendo la partita e spostando ancora una volta la palla avanti, ma, di nuovo, senza affrontare il tema degli interventi strutturali che servirebbero per proseguire la produzione di acciaio, salvaguardando le condizioni dei cittadini e dei lavoratori. Può anche essere che, dal momento in cui scrivo queste righe a quando saranno pubblicate, la situazione si capovolga ancora. Non il nodo di fondo, però, quello che si trascina da venticinque anni.

Venticinque anni di promesse, menzogne e approssimazione da parte di tutti, politica, proprietà, vertici sindacali. Venticinque anni con un bilancio di decine di morti sul lavoro, decine di migliaia di licenziamenti e dodicimila morti stimati a causa delle emissioni.

È stato questo il prezzo della privatizzazione: prima con Riva, che avrebbe dovuto portare efficienza, innovazione e sviluppo, poi con ArcelorMittal, ancora contando sull'illusione che il profitto garantisca la sicurezza, il lavoro e l'ambiente. L'illusione, anche, che si possa affidare a un soggetto privato, di cui non si sarà mai in grado di controllare le decisioni, quello che è nei fatti un asset strategico e imprescindibile dell'intero sistema paese.

Cosa altro dovrà accadere perché si capisca che la privatizzazione non è stata la soluzione ma, anzi, è stato il problema? Cosa altro dovrà accadere a Taranto, a Terni, a Piombino, perché gli attori di questa vicenda comprendano che l'unica strada possibile per continuare a produrre acciaio limitando l'impatto ambientale della fusione è la nazionalizzazione della grande industria siderurgica italiana, quella da cui dipende il prezzo e la fornitura dell'acciaio a tutto il resto del sistema industriale del paese.

Sia chiaro, in questa vicenda non esistono più soluzioni facili, forse non ci sono mai state e più passa il tempo più sarà difficile trovarne, sia per produrre acciaio sia per provare a ripensare l'economia di questi territori. E di sicuro questa storia non è una partita a scacchi e non si tratta di decidere se vincerà il lavoro o l'ambiente. Fino ad ora hanno perso entrambi, con una catena infinita di responsabilità, accumulate nei decenni le une sulle altre, come macerie.

Non è impossibile produrre acciaio garantendo salute, sicurezza e diritti, senza condannare, d'altra parte, una intera città. In altre parti d'Europa e del mondo si fa. Soltanto che costa. Soprattutto su uno stabilimento come quello di Taranto, che, dopo venticinque anni di disinvestimenti, non compete certamente con gli stabilimenti tedeschi. Ci deve essere allora un interesse più generale per farlo. Nessun privato sacrificherà il proprio profitto né per la salvaguardia dell'ambiente e della salute, né dell'occupazione.

È una legge di mercato, dura come la pietra. Pardon, come l'acciaio!

25/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Como

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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