Viaggio nella crisi

Iniziamo con questo articolo un serie dedicata alla crisi, al suo sviluppo, e ai suoi aspetti concreti.


Viaggio nella crisi Credits: @zak_says

Iniziamo con questo articolo un serie dedicata alla crisi, al suo sviluppo, e ai suoi aspetti concreti. La fase attuale del capitalismo, quella che chiamiamo fase dell’imperialismo transnazionale, nome complicato ma che spiega bene il concetto di una produzione che ormai avviene mediante filiere che attraversano gli stati, è il prodotto (dialettico) del tentativo da parte del capitale di superare la sua ultima crisi da eccesso di sovrapproduzione iniziata negli ’60. Il capitale nel cercare di superare la sua crisi si è concentrato e centralizzato (ha fatto anche tante altre belle cosette) creando veri e propri giganti che si contendono il mercato mondiale, guerreggiando sia per la ripartirsi le risorse del pianeta che per spartirsi i profitti dello sfruttamento - sempre più intensivo - dei lavoratori. Il viaggio che faremo partirà dunque proprio dalla crisi cercando di coglierne in maniera sintetica le sue caratteristiche principali da un punto di vista si teorico che concreto per poi arrivare a definire gli elementi cruciali della fase attuale.

In questo primo breve scritto svolgeremo una introduzione teorica all'interpretazione delle crisi che si manifestano nel modo capitalistico di produzione.

di Rita Bedon

Le prime cose che credo sia utile chiarire sono: nel capitalismo "la merce" nella sua forma come valore di scambio ha la preminenza rispetto al suo valore d'uso.

La contraddittorietà, all'interno del sistema economico capitalista, è interna al carattere duale che in esso assume la merce. La merce definita nella sua utilità è un valore d'uso. Il valore di scambio gli deriva soltanto perchè in essa è oggettivato e materializzato il lavoro astrattamente umano; per il possessore della merce questa non ha un valore d'uso immediato, altrimenti non la scambierebbe, essa ha un valore d'uso per altri; per chi la scambia, la merce ha il solo valore d'uso di essere depositaria di valore di scambio.

Per la merce forza lavoro possiamo fare la stesso ragionamento, per il lavoratore che la possiede ha un valore di scambio, per il capitalista che l'acquista ha importanza il suo valore d'uso. L'unica merce che non è prodotta capitalisticamente è la forza lavoro (questa è una distinzione molto importante in raffronto al capitale costante che entra nella produzione).

Ciò è vero per tutte le merci che per essere tali devono avere un valore d'uso. Quello che interessa al capitale è che le merci prodotte possano essere scambiate alla fine del processo ad un valore che aumenti, di una certa quantità, il valore del capitale investito nella produzione, che chiameremo plusvalore. Accade spesso che sia settorialmente o per l'intera economia le merci che non si riescono a vendere a un certo prezzo remunerativo per il capitale, vengano distrutte, ma questo non significa che abbiano perso il loro valore d'uso.

All'interno dello scambio semplice di merci "merce-denaro-merce" è già presente la "possibilità" della crisi, perché è possibile che chi possiede la merce non riesca a trasformarla in denaro in quanto non trova chi è disposto a scambiarla o abbia la possibilità di farlo.

Ora esaminando il processo di produzione, possiamo mettere in evidenza che al suo interno avviene qualcosa che permette al capitale di essere valorizzato, e questo deriva dalla dualità interna alla forza lavoro di essere valore d'uso e valore di scambio. Il suo valore di scambio sarà equivalente al valore di scambio di una certa quantità di merce prodotta in un certo tempo, ma se il tempo di lavoro eccede questa frazione, il lavoratore verrà utilizzato per il valore d'uso della forza lavoro che è una merce di proprietà del capitalista.

In questo tempo eccedente si produce il plusvalore.

Il plusvalore si definisce come la quantità di ore lavorate eccedenti il valore della forza lavoro (salario). Il tasso di plusvalore indica il grado di sfruttamento del lavoratore da parte del Capitale.

Il plusvalore prodotto all'interno del processo di produzione deve essere una certa percentuale del capitale anticipato in salario e non meno, e questa percentuale viene stabilita all'interno delle condizioni sociali e tecniche vigenti in quel determinato momento.

Il plusvalore prodotto è determinante per stabilire il grado di valorizzazione a cui perviene il Capitale durante il ciclo produttivo. Il grado di valorizzazione dell’intero capitale anticipato viene misurato dal saggio di profitto; questo viene definito come il rapporto tra plusvalore prodotto e capitale anticipato, sia in salari (capitale variabile) che in capitale costante (macchinari, materie prime e semilavorati).

Per raggiungere tale obiettivo il capitalista tende ininterrottamente a comprimere il salario del lavoratore inserito nel processo produttivo (il capitale impiegato per comprare l'uso della forza lavoro viene definito da Marx capitale variabile). Tale comportamento crea la possibilità di valorizzare il più possibile il capitale investito ed anche di opporsi alla caduta del saggio di profitto che si verifica con l’introduzione di maggiore macchinario (capitale costante).

La tendenza alla diminuzione del saggio del profitto è una caratteristica del modo di produzione capitalistico a cui il capitalista stesso cercherà di opporsi.

 [1]

Il grafico sopra riportato, visivamente molto significativo, mostra una tendenza generale al calo del saggio di profitto e la sua tendenza a convergere verso un livello uniforme tra i paesi esaminati [2].

Molte possono essere le politiche messe in atto dal capitale per ostacolare questa caduta, qui di seguito alcune: un maggiore sfruttamento della forza lavoro, la creazione di un esercito industriale di riserva che agisca in modo da abbassare il livello dei salari, concentrazioni e centralizzazioni del capitale, e via dicendo.

Tutte queste pratiche possono fare ben poco in determinati momenti della produzione capitalistica; sono quei momenti in cui si manifesta la crisi. La crisi ha il suo fondamento nella contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione capitalistici.

Se da un lato il capitale viene spinto ad espandersi sempre di più, dall'altro lato i rapporti di produzione e di proprietà si frappongono a questo sviluppo creando sovrapproduzione di capitale, cioè un capitale che non riesce a valorizzarsi adeguatamente e una sovrapproduzione di merci, cioè merci che non riescono ad essere vendute a un livello di prezzo da remunerare adeguatamente il capitale servito a produrle [3].

Nella crisi il capitale si deprezza, i salari scendono, le imprese falliscono e si creano concentrazioni, e in questo modo si ha un miglioramento dei margini di profitto che rimettono in moto l'accumulazione.

È all'interno del modo di produzione capitalistico la possibilità della crisi, ma il suo verificarsi può dipendere da varie cause (per es.: espansione non omogenea tra i vari settori produttivi, la scarsa valorizzazione del capitale investito, scarsità di domanda solvibile), trasformando la potenzialità in crisi reale che interrompe l'accumulazione di capitale.

Nel prossimo articolo vedremo con esempi più concreti gli aspetti che caratterizzano la fase di crisi.

NOTE

1. M. Li, F. Xiao, A. Zhu, Long waves, institutional changes, and historical trends: a study of the longterm movement of the profit rate in the capitalist world economy, «Journal of World-Systems Research»,vol.XIII,n.1, 2007; vedi: https://thenextrecession.files.wordpress.com/2014/04/long-term-movement-of-the-profit-rate-in-the-capitalist-world-economy.pdf- pag. 39

2. ibidem- pag. 40

3. Vladimiro Giacché, Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi Vladimiro Giacché (Relazione al convegno “Marx e la crisi”, Università di Bergamo, 23 aprile 2010) vedi: http://wwwdata.unibg.it/dati/persone/46/3907.pdf- pag. 5

24/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Rita Bedon

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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