Che fare?

Sino a che dominerà il modo di produzione capitalista, tutti i lavoratori salariati saranno sfruttati il più possibile, saranno retribuiti il meno possibile – ossia quanto è necessario alla classe dei proletari per riprodursi come tale –, la sicurezza sui luoghi di lavoro sarà sacrificata alla brama di profitto e la scienza, la tecnica e il general intellect saranno oggettivamente sussunti agli interessi di chi possiede in modo monopolistico i mezzi di produzione e domina come classe lo Stato.


Che fare?

Si sente spesso dire – non solo dal papa, ma anche da sindacalisti e sedicenti comunisti – che ci sono dei lavoratori sfruttati ancora oggi in Italia, un qualcosa d’inammissibile, che deve essere assolutamente denunciato. Allo stesso modo, dagli stessi soggetti si sente spesso rivendicare una giusta retribuzione per i lavoratori (salariati). Egualmente si denuncia che vi è una ripresa economica che non va di pari passo con la ripresa dell’occupazione, ci si indigna per la mancata sicurezza sui luoghi di lavoro e ci si scandalizza perché le scoperte tecnologico-scientifiche invece di migliorare le condizioni di lavoro e di vita sono sfruttate per i loro interessi dai capitalisti.

Tutto giusto, tutto vero, ma si dimentica – si ignora o, peggio, si omette di dire – che i casi per cui ci si indigna e che si vorrebbero denunciare non sono, come sembrerebbe o si dà a intendere, l’eccezione da contrastare, ma piuttosto la regola all’interno della società capitalista. Le leggi di quest’ultima, sino a che questo modo di produzione resterà dominante, come sottolineava Karl Marx, – autore ritenuto noto da molti esponenti della (a)sinistra e proprio perciò, in realtà, non conosciuto – hanno la stessa necessità delle leggi di natura. Dunque, sino a che dominerà il modo di produzione capitalista, tutti i lavoratori salariati saranno sfruttati il più possibile, saranno retribuiti il meno possibile – ossia quanto è necessario alla classe dei proletari per riprodursi come tale –, la sicurezza sui luoghi di lavoro sarà sacrificata alla brama di profitto e la scienza, la tecnica e il general intellect saranno oggettivamente sussunti agli interessi di chi possiede in modo monopolistico i mezzi di produzione e domina come classe lo Stato. Allo stesso modo, l’economia crescerà proprio perché non saranno creati nuovi posti di lavoro, ma aumenterà il tasso di sfruttamento, l’orario di lavoro e i ritmi di produzione degli impiegati che dovranno, almeno in parte, sostituire i licenziati. 

Perciò le lamentele di stampo moralistico non potranno che continuare a lasciare il tempo che trovano, finendo con il mistificare – magari in perfetta buona fede – lo stato di cose esistente. In tal modo, diversi intellettuali della (a)sinistra continueranno a ripetere pubblicamente che l’unica significativa personalità della sinistra italiana sarebbe il papa, un gesuita a capo di una delle più reazionarie teocrazie del mondo, l’unico paese che continua a contrastare la stessa Organizzazione delle nazioni unite. Peraltro il pontefice, proprio sui diritti civili, le uniche rivendicazioni portate avanti dalla (a)sinistra – dai diritti delle donne, a quelli degli omosessuali, all’eutanasia – ha posizioni decisamente reazionarie, in perfetto accordo con l’istituzione che dirige in modo assolutistico.

Dunque, i comunisti dovrebbero aver chiaro – per farlo comprendere anche al proletariato digiuno di marxismo – che la fine dello sfruttamento, una giusta retribuzione per il lavoro svolto, una reale sicurezza sul lavoro saranno possibili soltanto dopo che un processo rivoluzionario consentirà di superare il modo di produzione capitalistico e si sarà affermato il socialismo. Anche l’uso capitalistico delle macchine, dell’organizzazione del lavoro, della scienza, della tecnica e del general intellect – finalizzato essenzialmente a massimizzare lo sfruttamento della forza lavoro – verrà meno e sarà sostituito dall’uso socialista, che ne farà uno strumento essenziale per sviluppare l’emancipazione del genere umano. Discorso analogo vale per i servizi pubblici, gli apparati dello Stato e la stessa pianificazione, ovvero sino a che dominerà il blocco sociale borghese, i servizi pubblici, gli apparati delle Stato e la stessa economia di piano saranno essenzialmente funzionali a massimizzare i profitti e a mantenere subalterno il proletariato e il sottoproletariato. Anche in questo caso, occorre far comprendere, anche ai lavoratori digiuni di marxismo, che servizi pubblici e uno Stato davvero efficiente sarà possibile esclusivamente quando la dittatura più o meno democratica della borghesia sarà sostituita dalla dittatura più o meno democratica del proletariato. 

Si tratta di un punto fondamentale che distingue i sedicenti riformisti e socialdemocratici dai comunisti, ovvero la consapevolezza che non è possibile un capitalismo razionale, giusto e dal volto umano e che, quindi, soltanto la rivoluzione socialista potrà realizzare una società realmente giusta e razionale. Peraltro le pseudoriforme ottenute dai sedicenti riformisti e socialdemocratici, o sono in realtà delle riforme regressive, delle controriforme, finalizzate a tornare al liberismo delle origini, eliminando le successive contaminazione del liberalismo con democrazia e socialismo – secondo l’ideologia neoliberista – o sono delle apparenti e momentanee concessioni finalizzate, esclusivamente, a scomporre il blocco sociale antagonista, separando le avanguardie rivoluzionarie dalla masse degli sfruttati dotate di scarsa coscienza di classe. In quest’ultimo caso, dunque, si tratta di solo apparenti concessioni della classe dominante, realizzate dai riformisti, che sorgono in realtà dal timore delle classi dominanti di perdere il loro potere e con esso i propri enormi privilegi. Così, dinanzi al rischio di perdere il loro dominio – possibile solo quando le avanguardie rivoluzionarie sono egemoni sulla massa degli sfruttati, o quando vi è “il cattivo esempio” di Stati socialisti – il padronato si vedrà costretto a consentire alcune riforme, per rinforzare i sedicenti riformisti a discapito dei rivoluzionari e, dunque, di oppressi e sfruttati. Per cui le uniche reali riforme le conquistano i soli rivoluzionari e, giammai, i riformisti o sedicenti tali.

Le reali riforme sono, peraltro, la base del programma minimo, necessario al blocco sociale egemonizzato dai comunisti, ad accumulare le forze in una fase in cui non vi sono le condizioni oggettive e soggettive per dar vita a un processo rivoluzionario. 

In primo luogo – anche perché si tratta della rivendicazione più immediata, la sola che sorge spontaneamente anche fra i lavoratori privi di coscienza di classe – abbiamo la rivendicazione di uno stipendio migliore o di un salario minimo. In realtà, la mancanza di una formazione marxista porta a essere preda delle opinioni dominanti, in cui i termini reali tendono a confondersi per impedire una effettiva emancipazione sociale. In tal caso, quando si parla di salario minimo, si intende in realtà lo stipendio minimo fissato per legge. Si tratta di una misura assolutamente insufficiente, in quanto il salario, da un punto di vista scientifico, ovvero marxista, è un concetto sociale che corrisponde a quanto la classe degli sfruttatori deve dare agli sfruttati per poter consentire loro di riprodursi, e perpetuare così – potenzialmente in eterno – lo sfruttamento. Peraltro nel salario non è contenuta soltanto la sua determinazione diretta, ovvero lo stipendio, ma anche tutti i servizi sociali a prezzi calmierati o gratuiti e la pensione e il trattamento di fine rapporto. Per cui il padronato, dinanzi a una intensa lotta di classe dal basso, potrebbe concedere stipendi più alti, ma addirittura diminuire il salario, aumentando i prezzi dei servizi sociali e/o comprimendo le pensioni e i trattamenti di fine rapporto.

Da questo punto di vista i comunisti, anche operando all’interno dei sindacati, devono far capire alla massa dei lavoratori privi di una visione autonoma del mondo e, dunque, soggiogati dall’ideologia dominante, che occorre battersi per il salario sociale nel suo complesso, ossia nella forma diretta equivalente alla busta paga, indiretta ovvero per servizi sociali gratuiti o calmierati e nella forma differita: trattamenti di fine rapporto e pensioni. Solo in tal modo si potranno riconnettere le lotte, unendo in un blocco sociale antagonista al dominante, oltre al proletariato settori degli studenti (in quanto forza lavoro in formazione), dei pensionati (in quanto ex sfruttati) e componenti dei ceti medi e del sottoproletariato.

D’altra parte i comunisti devono rimanere coscienti e favorire la presa di coscienza fra i proletari che il salario sociale, all’interno del modo di produzione capitalistico, ha una misura fondamentalmente determinata, ovvero equivale a quanto devono sborsare gli sfruttatori per garantire all’insieme degli sfruttati di riprodursi, allo scopo di perpetuare lo sfruttamento. Anche perché se in un singolo posto di lavoro – ma anche in una azienda e persino in un paese o addirittura in un subcontinente – i lavoratori riescono, con il conflitto di classe, a aumentare in misura significativa il salario sociale, gli sfruttatori per non fallire, non potendo competere con la concorrenza, saranno costretti a delocalizzare la produzione.

Quindi, per quanto importante, in una fase di crisi, questo genere di lotta va incontro a dei limiti insuperabili, all’interno del modo di produzione capitalistico. Perciò è essenziale che i comunisti siano consapevoli e facciano prendere coscienza alla massa degli sfruttati che sino a che non vi sarà una fase rivoluzionaria, al centro del programma minimo di classe vi dovrà essere un’unica parola d’ordine, ovvero la lotta sulle condizioni di sfruttamento della forza lavoro. 

In effetti, come abbiamo visto, nel capitalismo lo sfruttamento è dato, mentre resta indeterminata la quantità e le modalità dello sfruttamento che sono regolate in modo contrattuale. Perciò, in tale ambito, restano determinanti i rapporti di forza fra le classi. Dunque la durata della giornata lavorativa – da cui dipende il pluslavoro, il plusvalore e dunque la quantità dello sfruttamento – è in sé indeterminata e, proprio perciò, è su questo aspetto che deve concentrarsi la lotta di classe degli sfruttati.

Allo stesso modo i ritmi di lavoro e, di conseguenza, dello sfruttamento e le condizioni di quest’ultimo non sono in sé determinati, ma dipendono dai rapporti di forza fra le classi. Perciò è essenziale che la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario vada insieme con la lotta per ridurre i ritmi e per conquistare un controllo da parte degli sfruttati sulle condizioni del loro sfruttamento.

Certo, anche in questo caso tale lotta non è risolutiva, in quanto se la si vincesse solo localmente, i capitalisti sarebbero costretti, per non soccombere alla concorrenza, a delocalizzare. D’altra parte tale lotta è realmente ricompositiva del fronte degli sfruttati, occupati e disoccupati, insegna che solo la lotta paga in una società divisa in classi e dà agli sfruttati il tempo necessario per organizzarsi e sviluppare la propria coscienza di classe. In tal modo, tale lotta è propedeutica all’apertura di una fase almeno potenzialmente rivoluzionaria.

Per condurre questo tipo di lotta e gettare le basi per un possibile processo rivoluzionario è essenziale che i comunisti si convincano e convincano, di conseguenza, una parte significativa del blocco sociale degli sfruttati che la lotta sindacale ha dei limiti strutturali – per la sua natura concertativa – e che deve essere affiancata dalla costruzione di consigli dei lavoratori, in primis nei luoghi di lavoro e in secondo luogo nei quartieri proletari mediante cui battersi per il salario indiretto, ovvero per servizi sociali tendenzialmente gratuiti.

16/07/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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