Comunisti, elezioni, unità: una riflessione

In un panorama politico sconfortante dove l’attacco alla classe subalterna è sempre più feroce e portato avanti da entrambe le facce del bipolarismo, è necessario e urgente impegnarsi concretamente per l’unità dei comunisti e offrire una speranza di cambiamento a tutti gli sfruttati e ai giovani privati del loro futuro.


Comunisti, elezioni, unità: una riflessione

Dopo l’esito delle elezioni amministrative avvenute in varie città d’Italia, preso atto dei devastanti risultati avuti nel campo dei comunisti e della sinistra di classe, si è naturalmente aperta una fase di analisi e ragionamento che sta portando ogni compagno e compagna a esprimersi sui motivi del fallimento. Un fallimento che va oltre la semplice questione elettorale, ma che ci mette di fronte a uno scenario inquietante, in cui i comunisti sono relegati a mera posizione di testimonianza, se non a una vera e propria sparizione in un panorama politico dall’assetto sempre più bipolarista.

Nessuno tra noi ha più la forza per farsi sentire, per scardinare la linea politica, sostanzialmente identica, di centro-destra e centro-sinistra, che oggi governano insieme nel governo del banchiere Draghi.

Ci troviamo in un paese in cui non esistono alternative a liberismo e capitale, e in cui lo stesso conflitto tra le organizzazioni politiche egemoni è un conflitto esclusivamente simulato. Il centro-destra e centro-sinistra, e tutte le forze che si rifanno a questi due schieramenti, dalla Lega e Fratelli d’Italia, fino a chi “da sinistra” si allea col Pd, si confrontano nei salotti, simulano divisioni sulle questioni legate ai diritti civili o a un antifascismo buono per far finta di dissentire su chissà quali temi, ma poi sostengono le stesse riforme, le stesse leggi, lo stesso assetto dell’Unione Europea, la stessa vicinanza alla Nato e ostilità ad i paesi non allineati.

Hanno anche votato congiuntamente, in sede Ue, un dispositivo che sostanzialmente equipara il nazifascismo al comunismo, i carnefici ai liberatori, chi si batte per l’affermazione della razza e chi ha lottato e lotta contro lo sfruttamento e per l’uguaglianza tra gli uomini. Posizioni politiche gravissime, che danno forza alla peggiore destra (sempre a braccetto con chi sostiene il capitale) e che hanno poi come naturale esito situazioni come l’attacco squadrista di no-vax e fascisti alle sedi del sindacato.

Quando parliamo di centro-sinistra non possiamo fare a meno di tornare sugli attacchi devastanti fatti alla classe lavoratrice da una parte politica che ormai è vero punto di riferimento di Confindustria: il Jobs Act, la cancellazione dell’articolo 18, la riforma Fornero, la progressiva precarizzazione del lavoro, la privatizzazione della sanità, l’autonomia scolastica e la buona scuola, il decreto Minniti, la vendita delle case popolari ai privati, le missioni militari e l’asservimento alle politiche imperialiste della Nato, il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, il tentativo attuale di disgregamento del paese con l’autonomia differenziata, e tanto tanto altro...

In una situazione come questa, con tante micro-organizzazioni comuniste disgregate e conflittuali tra loro, che ricevono consensi elettorali da prefisso telefonico e in sostanziale progressiva sparizione, credo che nessun compagno o compagna che si ritiene tale possa evitare di fare autocritica, o di ritenere necessario un grande cambiamento di linea a partire da se stesso, dalle proprie modalità di azione e interazione…

E sono personalmente sicuro di una cosa: qualsiasi percorso di ripresa e di rinascita del pensiero e dell’azione comunista in questo paese non può che partire da una ferma e intransigente opposizione al centro-sinistra e alle sue politiche filopadronali e capitaliste. Penso davvero che questo sia il punto minimo di partenza per una qualsiasi riaggregazione delle forze comuniste.

Al Pd e al centro-sinistra, nemici oggettivi della classe lavoratrice, non può essere dato alcun credito e chi anche in questa fase ha dato loro sostegno, magari per ragioni di agibilità e opportunità politica nei territori, è per quanto mi riguarda funzionale agli interessi padronali e alla sparizione dei comunisti e si pone “dall’altra parte della barricata”.

Dunque, un’assoluta autonomia dei comunisti dal campo degli oppressori, a ogni livello nazionale e territoriale, è il primo ed essenziale punto di partenza.

Ma c’è tanto, tanto altro da fare…

Se guardiamo nel campo comunista, un campo sempre più asfittico e insignificante, molte carenze, errori, problemi sono palesi un po’ a tutti i compagni e compagne. Tutti noi non possiamo che prendere atto del fatto che i comunisti attivamente impegnati nella militanza sono sempre di meno, che le nostre organizzazioni sono sempre più deboli e meno riconosciute nei movimenti di massa, e che pur cercando di costruire ed essere parte di lotte e vertenza nel campo della lavoro, della scuola, della sanità, dell’ambiente, non siamo in grado di stabilire una vera e duratura connessione con le classi subalterne, che sempre più subiscono l’egemonia culturale borghese, e che ritenendoci insignificanti fanno sempre più spesso riferimento al centro-destra e centro-sinistra per la risoluzione dei loro problemi, oppure si rifugiano in un astensionismo ormai dilagante e sempre più in linea con i valori statunitensi.

E tutto questo è a mio avviso (ma ormai ce ne siamo accorti in tante e tanti) in strettissimo collegamento col problema della disgregazione, frammentazione, divisione comunista. Un tema, quello della mancanza di unità e della sua necessità, su cui tutti ci confrontiamo da anni, anche se troppo spesso con poca continuità, convinzione, coraggio.

La mia personale impressione è che il tema venga affrontato sempre con l’intento di difendere e conservare ciò che c’è, in antitesi al costruire ciò che manca. Si parla di “unità dei comunisti ma… alle mie condizioni”.

Nessuno di noi vuole mettersi realmente in gioco su questo, e il primo bisogno è quello del “fare egemonia sugli altri compagni”, piuttosto che sul “fare sintesi” per costruire qualcosa che non c’è, che manca, e di cui tutti noi sentiamo il bisogno: un partito comunista finalmente unito, autonomo, coerente, attuale, in grado di costruire una vera e forte opposizione di classe per l’alternativa di sistema.

È questo un tema su cui mi interrogo da anni, il mio vero obiettivo politico… Penso, differentemente da altri, che l’unità dei comunisti sia un valore in sé, che la nostra disgregazione sia il nostro principale limite, che la nostra mancanza di credibilità derivi soprattutto da questo, che le energie spese nel conflitto tra le nostre micro-organizzazioni, se fossero scatenate contro l’avversario di classe, sarebbero sufficienti a farci crescere velocemente modificando gli attuali rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Certo, non avverrebbe immediatamente, ma con pazienza e perseveranza un partito comunista unito, in grado di far lavorare assieme i “comunisti ovunque collocati” potrebbe davvero cambiare le sorti del paese e di tutti noi.

Perché dunque non si fa? Perché questa miopia, queste spinte alla disgregazione? Questa lotta intestina costante?

I proletari, i lavoratori, i precari, i disoccupati, gli studenti e i giovani senza futuro, di fronte alle nostre divisioni rimangono allibiti. Ci vedono come matti, dei matti inutili. E un comunista inutile non è un comunista.

Occorre davvero guardarci tutti in faccia, interrogarci sui tanti errori commessi, fare autocritica come mai abbiamo fatto prima d’ora. E occorre poi passare dalle parole ai fatti, mettendo in piedi un patto di consultazione permanente tra le forze comuniste politiche e sociali, un fronte anticapitalista aggregato intorno a un programma minimo di classe, un progetto costituente che porti alla nascita di un’unica soggettività comunista. Qualcosa da far nascere non a ridosso delle elezioni, ma fin da subito, con l’intento di costruire un percorso credibile a medio e lungo termine.

Qualcosa che certamente è molto distante da ciò che accade in questo momento; dalle accuse reciproche tra compagni, dall’arroccamento nel sicuro fortino della propria organizzazione, che fa dire a molti “ripartiamo da noi”, senza considerare che questo “noi” per avere senso, andrebbe riferito ai comunisti ovunque collocati e non a quelli che si riconoscono in una singola e palesemente ininfluente organizzazione, qualsiasi essa sia.

Avremo il coraggio e l’intelligenza per dare vita a un percorso per l’unità comunista?

Mettiamo in campo un progetto credibile in questo senso e muoviamoci adesso, perché ce n’è un terribile bisogno!

15/10/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Roberto Villani

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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