Il renziano Beppe Grillo

Grillo è l’altra faccia di Renzi. Su lavoro e sindacato proposte simili e stesse sorti per i lavoratori: lavoro precario, sottopagato e senza diritti.


Il renziano Beppe Grillo

“Uno vale uno”. È il motto, mai applicato all’interno del M5S, che di fatto il partito di Grillo tenta di far passare in una proposta di programma sul tema lavoro e pubblicata sul sito del comico genovese. Sul lavoro, uno vale uno per il M5S, un lavoratore ed un imprenditore, uno di fronte all’altro, per una “governance della propria impresa” che “per il movimento 5 stelle, va disintermediata”.

Si legge sul blog di Beppe Grillo che “Robotizzazione, digitalizzazione, avvento dell’economia dei beni immateriali”, sono il tema intorno al quale, per il M5S, “bisogna ripensare il rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro”. Come? Svincolando “il concetto di produttività dal totem del cartellino”. Soluzione: “smart working” (leggi, lavoro a cottimo) e “forme nuove di democrazia e partecipazione sui luoghi di produzione, tagliando al tempo stesso i vecchi privilegi e le incrostazioni di potere del sindacato tradizionale”. Ovvero, appunto, disintermediare. Tradotto: flessibilità e sottrazione ai lavoratori della possibilità di organizzarsi in sindacato.

Il Movimento 5 Stelle torna, quindi, sul tema che già trattò, in forme ancora più grezze, poco più di quattro anni fa: l’esclusione del sindacato dai luoghi di lavoro. Oggi, il tema è ripreso per lanciare la proposta truffaldina di “governance” dell'azienda. Anzi, peggio. Perché oggi Grillo utilizza come una trappola il tema (quanto mai attuale) del “lavorare meno, lavorare tutti”, per far passare la proposta di smart working legata al totem della produttività tanto caro alle aziende, a Marchionne e a Renzi.

Innovazione contro forze conservatrici è un mantra rilanciato sistematicamente da chiunque dica - come oggi il M5S - di “guardare al futuro del mondo del lavoro” per riportare, nei fatti, i rapporti di lavoro ad un periodo precedente le conquiste operaie, pre-novecentesco. Non a caso, e per fare solo qualche esempio, sul dualismo conservatorismo-innovazione dei rapporti di lavoro si sono espressi: Berlusconi, nel 2002: “Togliere questo blocco conservatore che sclerotizza il mercato del lavoro”; Brunetta, nel 2009: “I sindacati sono importanti, ma quando sono conservatori non servono al paese”; Monti, nel 2012: “Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro”; già Grillo, nel 2013: “Eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti politici; non c’è più bisogno dei sindacati”; ed anche Renzi, ovviamente, che nel 2014 parlò dei sindacati come “forze conservatrici” che fanno resistenza a “chi vuole creare lavoro”. Tutti, da Berlusconi a Grillo, passando per Monti e Renzi, propongono, chi più esplicitamente, chi meno, il superamento di quel dualismo da perseguire, nei fatti, attraverso la riduzione dei diritti dei lavoratori, la crescita della precarietà ed in generale con l’indebolimento della capacità di contrattazione dei lavoratori. Abolizione dell’articolo 18, articolo 8, riforma Monti-Fornero, Jobs act, sono tutti provvedimenti approvati nel nome dell’ammodernamento dei rapporti di lavoro, dettata dalla dichiarata necessità di stare al passo con i tempi.

Come faceva notare la compagna Carla Filosa, lo smart working di cui parla oggi il M5S (ma già contenuto in una proposta di legge promossa da esponenti PD), dietro “l’apparente cogestione legittimata tecnicamente” nasconde il “comando sul lavoro altrui” di sempre che, seppure “dissimulato”, rimane “assolutamente presente”. Ovviamente, perché il sistema regga senza troppi problemi e quella dissimulazione mantenga ben nascosto il rapporto di comando aziendale sui lavoratori, c'è bisogno della definitiva frantumazione della classe lavoratrice. Ed allora ecco che il M5S rilancia la proposta di sottrarre al sindacato la funzione di soggetto organizzato dei lavoratori capace di intervenire nella contrattazione con l’impresa e nell’organizzazione del lavoro. In sostanza, Grillo risulta essere renziano almeno quanto Renzi. Anche l’ex presidente del Consiglio, infatti, ha teso la sua azione politica alla frantumazione dei corpi intermedi, quindi anche del sindacato ed ha tentato un rapporto diretto con i lavoratori. Il risultato è lo stesso, che lo si dica alla Grillo o alla Renzi: lavoratori isolati, impotenti di fronte alla capacità di ricatto padronale e costretti ad accettare precarietà, lavori sottopagati e diritti negati.

La “governance” senza intermediazione sindacale proposta dal M5S, presuppone l’asserzione renziana per cui “l’imprenditore non è uno cattivo”, tant’è che risulta giusto che abbia il “diritto di lasciare a casa” un lavoratore, anche senza motivo. In questo modo, cioè nell’impostazione grillo-renziana, il licenziamento, la produttività, la flessibilità, risultano elementi necessari a quella centralità d’impresa intorno alla quale si promuoverebbero indifferentemente gli interessi di un amministratore delegato e di un operaio, e che perciò possono, ed anzi devono essere co-diretti da padrone e lavoratori senza che questi ultimi si organizzino in sindacati. Un’immagine esteriore da Mulino Bianco, poi varchi la soglia e ti ritrovi nell’Overlook Hotel di Shining.

Ma nel momento in cui si assuma come reale questa immagine esteriore descritta da chi, evidentemente, non conosce gli ambienti di lavoro e le condizioni di vita dei lavoratori, non ci si stupisce nemmeno che Grillo dica basta alle piazze, quali luoghi di manifestazione dei disagi e delle rivendicazioni delle classi popolari. “Non è più tempo di manifestazioni in piazza” suona quindi come un messaggio del M5S indirizzato ai centri di potere, che seppure sono spesso bersaglio del populismo cialtrone di Grillo, in realtà non sono e non saranno nemmeno scalfiti da un governo pentastellato. A quei centri di potere Grillo sostanzialmente dice: Tranquilli, siamo in grado di assumere la responsabilità di governo; saremo capaci di arginare qualsiasi conflitto sociale, qualsiasi protesta. Ai vari Marchionne, il M5S si presenta come il partito che potrà raccogliere il testimone di governo lasciato da Berlusconi, Monti e Renzi, e proseguire sulla strada della frantumazione della classe lavoratrice, del suo indebolimento e che dietro la foglia di fico della modernizzazione dei rapporti di lavoro erode diritti e punta dritto verso ulteriore precarietà e lavoro sottopagato.

È del tutto evidente, quindi, che non sarà il M5S a salvarci da politiche antipopolari, di riduzione dei diritti e deflazione salariale. Le piazze che il M5S non ha mai occupato, se non per ascoltare i monologhi del suo capo indiscusso ed indiscutibile, dovranno essere percorse da un vasto movimento di classe, che sappia, tra l’altro, rimettere in primo piano il tema della democrazia e della rappresentanza nei luoghi di lavoro.

15/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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