Lenin contro il socialpacifismo

I socialpacifisti condannano astrattamente ogni forma di guerra, senza distinguere fra aggressioni imperialiste, guerre di popolo, guerre per difendere l’indipendenza nazionale, guerre partigiane e guerre civili rivoluzionarie.


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In fasi di crisi economica, in cui il dominio ideologico borghese sulle masse s’incrina, diviene indispensabile per la classe al potere l’appoggio dell’aristocrazia operaia. In tali frangenti, particolarmente deleteria è la funzione dei “pontieri” socialpacifisti che si battono per l’unità del partito operaio, ovvero per l’unità fra internazionalisti e socialimperialisti. Così, in modo esemplare, il rinnegato Kautsky, ignorando lo sviluppo avutosi dal capitalismo all’imperialismo, nasconde la necessità di rompere con il partito operaio borghese. Perciò, come denuncia Lenin, “il pericolo del kautskismo consiste nel fatto che esso, utilizzando l’ideologia del passato, si studia di riappacificare il proletariato e difendere la sua unità con il «partito operaio borghese», di accrescere così il prestigio di questo partito”. [1] Da questo punto di vista Lenin polemizza aspramente con lo stesso Trotskij, allora schierato su posizioni filomensceviche. A parere di Lenin la presunta lotta condotta al frazionismo da Trotskij è nei fatti scissionista in quanto rompe con la maggioranza della classe consapevole, che è favorevole alla rottura con la piccola borghesia. Dunque, come denuncia Lenin: “il «non-frazionismo» di Trotskij è appunto scissionismo, in quanto è la più impudente violazione della volontà della maggioranza degli operai”. [2] Peraltro, a parere di Lenin, “proprio nella lotta di tendenze in seno al marxismo si manifesta l’ala piccolo-borghese e intellettuale della socialdemocrazia, cominciando dall’«economismo» (1895-1903) e continuando con il «menscevismo» (1903-1908) e il «liquidatorismo» (1908-1914)”. [3] Per quanto riguarda quest’ultima componente Lenin osserva: “quando parliamo del liquidatorismo, ci riferiamo a una corrente ideologica determinata, che si è formata nel corso di parecchi anni, che, nella storia ventennale del marxismo, ha messo le sue radici nel «menscevismo» e nell’«economicismo» e che si è legata alla politica e all’ideologia di una classe determinata, la borghesia liberale”. [4] Perciò, Lenin giunge alla conclusione che “i liquidatori sono un gruppo di legalitari che hanno abbandonato il partito e conducono una politica operaia liberale”. [5] Da questo punto di vista, Lenin sostiene che la mancata lotta contro le tendenze liberali nel partito, indica che Trotskij non era in grado di distinguere nettamente fra socialismo e liberalismo. Come osserva a questo proposito Lenin: “Trotskij non ha mai avuto alcuna «fisionomia», ma solo trapassi, transizioni dal liberalismo al marxismo e viceversa, solo brandelli di parole e belle frasi, rubacchiate qua e là. (...) Di fatto, trincerandosi dietro frasi roboanti, vuote e nebulose, Trotskij trae in inganno gli operai meno coscienti e difende i liquidatori, in quanto non parla del problema dell’organizzazione clandestina e nega l’esistenza di una politica operaia liberale ecc.”. [6]

Al contrario, sebbene in taluni casi l’autonomia del partito rivoluzionario dai socialsciovinisti non sia immediatamente realizzabile, bisogna, a parere di Lenin, comprendere che essa “è necessaria e inevitabile per la lotta rivoluzionaria del proletariato, poiché col passaggio dal capitalismo «pacifico» al capitalismo imperialistico, la storia ha preparato questa rottura”. [7] L’unificazione con i socialimperialisti comporterebbe, in effetti, il sostegno alla propria borghesia che sfrutta altre nazioni ostacolando l’indispensabile unificazione del proletariato internazionale.

Ma qual è il fondamento teorico delle posizioni socialpacifiste? I socialpacifisti non comprendono la natura dell’imperialismo, [8] in quanto separano astrattamente la politica dal suo fondamento economico. Separando astrattamente e intellettualisticamente la politica dall’economia dell’imperialismo, il monopolio economico dal politico, i socialpacifisti fanno sorgere l’illusione nelle masse popolari nel disarmo e nell’ultraimperialismo. Tale posizione appare evidente nel “pontiere” e principale esponente della concezione dell’ultraimperialismo: Kautsky. Quest’ultimo, come denuncia Lenin, stacca la politica dell’imperialismo dalla sua economia, stacca il monopolio nella politica dal monopolio nell’economia, per sgomberare la via al suo triviale riformismo borghese del genere del «disarmo», dell’«ultraimperialismo» e altre sciocchezze simili”. [9] In tal modo, smarrendo il nesso dialettico fra struttura e sovrastruttura, i socialpacifisti non intendono come sia lo stesso sviluppo monopolistico alla base della politica imperialista. Si illudono, così, che sia sufficiente appoggiare la componente liberale della borghesia contro i settori più reazionari per arrestare la politica imperialista. Al contrario i liberaldemocratici, forti della copertura a sinistra, spesso portano avanti una politica imperialista in modo ancora più deciso dei conservatori

Allo stesso modo, i socialpacifisti non comprendono come nella dialettica fra concorrenza e monopolio gli opposti trapassino necessariamente l’uno nell’altro; non si avvedono, cioè, che è lo stesso sviluppo monopolistico a generare la concorrenza fra poli imperialisti. Ciò li porta a vagheggiare la ricomposizione dei conflitti fra i differenti capitali monopolistici a base nazionale in un “ultraimperialismo” (in tempi più recenti si è parlato di “impero”), tendenzialmente pacifico, in cui alla guerra si sostituiranno “operazioni di polizia internazionale”.

Non riconoscendo la funzione della guerra quale valvola di sfogo della crisi di sovrapproduzione, i socialpacifisti si illudono che non vi sia nessuna “ragione [economica] di far la guerra”. [10] Al punto che il rinnegato socialpacifista Kautsky, al pari di un filisteo borghese pacifista, dà a intendere che la guerra sia qualcosa di semplicemente irrazionale. Per dirla con Lenin: “Kautsky fa passare di contrabbando la meschina idea pacifistica, borghese, filistea, opportunistica secondo la quale «non vi è alcuna ragione di far guerra»”. [11] In tal modo, i socialpacifisti non comprendono come il restringersi dei margini di profitto – causato dal progressivo prevalere del capitale fisso (le macchine) sul capitale variabile (la forza lavoro), unica fonte di plusvalore – porti a crescenti conflitti interimperialisti per la spartizione del mondo in zone d’influenza economica. 

Dinanzi a un corso storico che mostra implacabilmente il risorgere di conflitti, quando i “fratelli-nemici” imperialisti devono passare a spartirsi il bottino delle nazioni in “via di sviluppo”, i socialpacifisti credono sufficiente ristabilire un equilibrio fra i diversi poli per evitare la guerra. Essa sarebbe il prodotto dell’“unilateralismo” o dello strapotere di un blocco imperialista rispetto agli altri. Tali posizioni tendono a sfumare nel socialimperialismo nel momento in cui individuano proprio nel rafforzamento degli “Stati Uniti d’Europa”, [12] egemonizzati da potenze imperialiste, il maggior contributo al multilateralismo. [13] 

Allo stesso modo, i socialpacifisti accrescono i pregiudizi del proletariato nel ruolo pacificatore di presunti organismi sovranazionali, senza comprendere come anch’essi siano sovradeterminati dai rapporti di forza reali fra nazioni imperialiste e popoli oppressi. In tal modo, non si sottraggono all’ideologia pacifista piccolo-borghese, arrivando a condannare la guerra in quanto tale. Si perdono così di vista le ragioni politiche, economiche e di classe dei diversi conflitti, finendo con il rigettare insieme alla guerra imperialista, la guerra di liberazione nazionale e quella rivoluzionaria. Al contrario un marxista non può che sostenere le guerre condotte per abolire l’oppressione nazionale e per difendere una nazione da un’aggressione imperialista. Perciò Lenin, sostenendo contro il socialpacifismo le ragioni della guerra rivoluzionaria e antimperialista, ricorda come: “a proposito del «pacifismo» la risoluzione dichiara apertamente: «i socialdemocratici non possono negare l’importanza positiva delle guerre rivoluzionarie, vale a dire delle guerre non imperialistiche, come, per esempio (…), le guerre condotte dal 1789 al 1871 per abolire l’oppressione nazionale» (...) «Queste guerre sarebbero giuste e difensive», senza considerare chi abbia sparato per primo, e ogni socialista simpatizzerebbe per la vittoria degli Stati oppressi, dipendenti e privi di diritto, contro le «grandi potenze schiavistiche, che opprimono e depredano»”. [14] Le guerre di liberazione sono la continuazione con altri strumenti della politica democratica che ha fra i suoi necessari attributi la lotta per l’autodeterminazione nazionale. Perciò, sottolinea ancora Lenin – in aspra polemica con il socialpacifismo –  “negare la «difesa della patria», cioè la partecipazione a una guerra democratica, è un’assurdità che non ha niente da spartire con il marxismo”. [15] Al contrario, di fronte a un conflitto imperialista, non ci si può limitare a un impotente e moralistico pacifismo, ma se si vuole realmente la pace occorre “utilizzare la crisi generata dalla guerra per affrettare la caduta della borghesia”. [16] Solo la ferma volontà politica di portare la lotta al militarismo sino alle estreme conseguenze e la “preparazione all’impiego dei più rivoluzionari mezzi di lotta”, [17] potranno rendere non una vuota minaccia anarchica la parola d’ordine di arrestare la guerra imperialista o trasformarla in guerra civile rivoluzionaria. Da questo punto di vista Lenin non può che schierarsi apertamente a sostegno delle coraggiose prese di posizione di Rosa Luxemburg che, di contro alle posizioni socialpacifiste dei dirigenti della socialdemocrazia tedesca emenda la posizione socialpacifista del leader del partito Bebel proprio nella direzione della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Osserva a questo proposito Lenin: “Rosa Luxemburg ha proposto emendamenti alla risoluzione di Bebel, e in questi emendamenti veniva sottolineata la necessità dell’agitazione tra la gioventù, la necessità di utilizzare la crisi generata dalla guerra per affrettare la caduta della borghesia, la necessità di tener conto dell’inevitabile mutamento dei metodi e dei mezzi di lotta a misura che la lotta di classe si inasprisce e che la situazione politica muta”. [18]

Allo stesso modo, benché i comunisti siano contrari alla violenza contro gli uomini, Lenin sottolinea che il socialismo quasi certamente non si realizzerà senza guerra civile. Perciò, riprendendo e aggiornando il ragionamento di Marx ed Engels a questo proposito, Lenin sostiene che “è assai più probabile, naturalmente, che anche nei piccoli Stati il socialismo non si realizzerà senza guerra civile, e quindi l’unico programma della socialdemocrazia internazionale deve essere il riconoscimento di questa guerra civile, anche se nei nostri ideali non c’è posto per la violenza contro gli uomini. Lo stesso, mutatis mutandis (con le relative modifiche), si dica delle nazioni. Noi siamo per la loro fusione, ma oggi non può realizzarsi il trapasso dalla fusione coercitiva, dall’annessione, alla fusione libera e volontaria, senza libertà di separazione”. [19]

 

Note:

[1] Lenin, V.I.U., L’imperialismo e la scissione del socialismo [ottobre 1916], in Id., Contro l’opportunismo di destra e di sinistra e contro il trotskismo, Edizioni progress, Mosca 1978, p. 298.

[2] Id., Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità [maggio 1914], in op. cit., p. 217.

[3] Ivi, p. 225.

[4] Ivi, p. 228.

[5] Ivi, p. 221.

[6] Id., La disgregazione del blocco “d’agosto” [marzo 1914], in op. cit., pp. 201-02.

[7] Id., L’opportunismo e il crollo della II Internazionale [gennaio 1916], in op. cit., p. 250.

[8] Ecco la celebre definizione che offre Lenin dell’imperialismo, nella sua forma più stringata e sintetica: “l’imperialismo è uno stadio storico particolare del capitalismo. Questa particolarità ha tre aspetti: l’imperialismo è (1) il capitalismo monopolistico; (2) il capitalismo parassitario o in putrefazione; (3) il capitalismo agonizzante”. Id., L’imperialismo e la scissione… cit., in op. cit., p. 284. Mente, dal punto di vista storico, come puntualizza Lenin: “l’imperialismo, come fase suprema del capitalismo, in America e in Europa, e in seguito anche in Asia, si è formato completamente tra il 1898 e il 1914”. Ivi, p. 285.

[9] Ivi, pp. 286-87.

[10] Ivi, p. 293.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 289.

[13] In nome dell’equilibrio del terrore fra potenze imperialiste, i socialpacifisti sono arrivati, in tempi più recenti, a sostenere le guerre d’aggressione a fianco degli Stari Uniti (in Jugoslavia, Afghanistan, Libia) e il rafforzamento della capacità d’intervento dell’esercito europeo all’estero, mostrando come lo sbandierato “multilateralismo” non sia altro che l’impotente aspirazione a una più “equa” spartizione del mondo fra briganti imperialisti.

[14] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’economismo imperialistico [agosto-ottobre 1916], in op. cit., p. 262.

[15] Ivi, p. 266.

[16] Id., Il congresso internazionale socialista di Stoccarda [settembre 1907], in op. cit., p. 87.

[17] Ivi, p. 88.

[18] Ivi, p. 87.

[19] Id., Intorno a una caricatura… cit., in op. cit., p. 277.

26/12/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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