Libia: l’imperialismo italiano pensa alla guerra

Si attende solo il via libera di Renzi e nel frattempo due lavoratori italiani rapiti sono stati liberati proprio in queste ore. Riscatto o blitz?


Libia: l’imperialismo italiano pensa alla guerra

Militari italiani già sul suolo libico a preparare il terreno per l’attacco militare? Si attende solo il via libera di Renzi che nel frattempo tratta gli interessi italiani con gli altri partner militari. Due lavoratori italiani rapiti sono stati liberati proprio in queste ore. Riscatto o blitz? A cinque anni dalla defenestrazione di Gheddafi, grande è la confusione sotto il cielo della Libia.

di Alessandro Bartoloni

Pochi giorni fa il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, dalle colonne de La Repubblica ha preannunciato l’intervento militare in una missione militare “autorizzata dall'Onu” poiché “La Libia rappresenta per noi un interesse vitale per la sua vicinanza, il dramma dei profughi, il rifornimento energetico…”. Sono chiari quindi gli interessi diretti dell’imperialismo di casa nostra. Alcuni giornalisti a dicembre parlavano di forze speciali italiane già presenti sul suolo libico a preparare il terreno per l’attacco militare. Si attende solo il via libera di Renzi che in queste ore, nel frattempo, tratta gli interessi italiani con gli altri partner militari. Sarebbe l’ennesimo colpo all’art.11 della Costituzione dopo aver comunque già concesso agli USA il nostro paese come “rampa di lancio”, con l’utilizzo della base di Sigonella per i droni e anche gli aeroporti di Pantelleria e Catania per voli di “ricognizione”. Intanto in queste ore due lavoratori italiani delle aziende che operano in Libia sono stati liberati sembra dall’ISIS. Riscatto o blitz?

A cinque anni dalla defenestrazione di Gheddafi, grande è la confusione sotto il cielo della Libia. Facciamo un passo indietro per capire da dove proviene.

Nel 2011, sulla scia della “primavera araba” i paesi occidentali decidono di regolare i conti con Gheddafi, un vecchio nemico delle principali centrali imperialistiche mondiali, che troppo si era autonomizzato e troppo voleva crescere, senza per altro mai uscire del tutto dalle dinamiche capitalistiche, malgrado gli indubbi benefici che sono affluiti al popolo libico dai ricavi petroliferi. Allora, l’assenza di un vasto fronte anti-imperialista con i mezzi sufficienti e le idee chiare, ha fatto si che i pochi ribelli che lottavano per una trasformazione socialista della Jamāhīriyya finissero schiacciati nello scontro tra bande variamente “primaverili” e “colorate”, eterodirette dagli aguzzini Nato interessati soprattutto a ridiscutere armi alla mano la geografia degli appalti infrastrutturali ed energetici.

Alla vigilia di una nuova escalation militare a 355 km da Lampedusa, è bene ricordare che nel 2011 si colpiva Gheddafi per impedirgli di scalare posizioni nella gerarchia imperialistica e, al contempo, colpire gli interessi del capitalismo italiano suo alleato. All’interno degli accordi bilaterali firmati con Berlusconi a beneficio sorpatutto di Eni, Finmeccanica e Fincantieri, ad esempio, la banca centrale ed il fondo sovrano libici avevano acquisito circa il sette per cento di Unicredit, divenendo il primo azionista del primo gruppo bancario italiano. Circa l’uno per cento dell'Eni era stato acquisito dai libici, così come libici erano alcuni soci del patto di sindacato che controllava la Banca di Roma (Capitalia). Inoltre, le 143 tonnellate di oro accumulate dal governo libico dovevano servire per costituire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico e fornire ai paesi francofoni africani una moneta alternativa al franco francese (Cfa) utilizzata da 14 paesi dell’Africa occidentale e garantita dall’Eliseo.

Ma i motivi per intervenire, la Francia, ne aveva tanti. E molto diversi rispetto a quelli degli altri partner della coalizione che nel 2011 intervennero a sostegno dei ribelli. Il fronte Nato che sostenne la caduta di Gheddafi, infatti, era tutt’altro che omogeneo, trattandosi della tipica guerra per interposta persona, dove gli alleati intervengono formalmente contro un comune nemico ma sostanzialmente per regolare i conti tra di loro. L’interventismo del paese transalpino, ad esempio, aveva un duplice obiettivo nel quadro del conflitto intra-europeo. Da un lato ribadire alla super-potenza economica tedesca il ruolo guida della Francia dal punto di vista militare, dall’altro sottrarre, per conto di Total, parte del controllo del petrolio e del gas naturale libico in mano alla Wintershall e soprattutto all’Eni, mettendo al sicuro i propri investimenti (tra cui le esportazioni di armi) minacciati dall’amicizia italo-libica siglata al ritmo del bunga-bunga. Il governo italiano, dal canto suo, fu costretto a capitolare, dimostrando tutta la propria debolezza, e salvare il salvabile accettando di bombardare l’alleato con cui aveva stretto importantissimi e lucrosissimi accordi commerciali per evitare di rimanere tagliato fuori dalla nuova spartizione che si sarebbe decisa sul campo di battaglia. Una debolezza che 23 giorni dopo l’uccisione di Gheddafi porterà al “dimissionamento” di Berlusconi.

Una volta deposto un concorrente che voleva fare il grande salto si pensava che il banchetto delle privatizzazioni e delle ricostruzioni avrebbe fatto perdere posizioni al capitalismo italiano. Tuttavia, se di nuovo si parla di intervento militare, è evidente che i contrasti tra le maggiori potenze imperialistiche non sono venuti meno. Per questo in Libia ancora si combatte e fatica a nascere un governo. La situazione sul campo dimostra che i conti ancora non tornano ed il paese arabo è sempre il terreno ideale su cui regolare con altri mezzi il conflitto tra i fratelli nemici del capitale a base euro e tra questi e quelli d’oltreoceano. Ad oggi, infatti, malgrado la guerra del 2011, l’Italia è ancora il maggiore importatore di petrolio libico e da qualche tempo l'unico destinatario del suo gas attraverso il Greenstream. Dal 2014, inoltre, mentre la Total ha abbandonato i propri campi petroliferi nelle zone centro-orientali del paese a causa dell’instabilità politico-militare, l’Eni continua ad operare ad occidente. Forse anche per questo l’avamposto italiano di Mellitah è stato attaccato e poi quattro lavoratori italiani rapiti e due uccisi. L’escalation della crisi, dunque, costituisce una sfida aperta al capitalismo italiano che Renzi deve dimostrare di saper affrontare meglio di come fece Berlusconi nel 2011. Un conflitto aperto avrebbe ripercussioni molto più dure per i capitali italiani e l’economia nazionale e porsi apertamente all’offensiva contro il governo di Tobruk per ristabilire il primato di Tripoli significherebbe dichiarare guerra alla Francia.

D’altronde gli eventi non aspettano e l’attivismo d’oltralpe è già arrivato in Libia con i soldati e punta a prendersi le risorse controllate dai capitalisti del belpaese. Caro Renzi, hic Rhodus, hic salta!

05/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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