Per un bilancio dell’aggressione alla Jugoslavia

I micidiali effetti prodotti dall’aggressione imperialistica alla Jugoslavia sul piano del diritto internazionale e sulla possibilità stessa di una convivenza pacifica fra i popoli.


Per un bilancio dell’aggressione alla Jugoslavia Credits: http://oubliettemagazine.com/2015/04/24/la-guerra-nei-balcani-ispirata-al-principio-di-pulizia-etnica-e-di-strupro/

Per quanto spaventosa e devastante sia stata l’aggressione imperialistica euro-statunitense alla Federazione di Jugoslavia, essa ha involontariamente inferto un colpo micidiale all’ideologia dominante che si era affermata dopo la tragica fine della guerra fredda.

Il trionfo delle forze della reazione nei paesi del blocco sovietico, capaci di egemonizzare una parte stessa delle classi destinate a divenire subalterne, aveva portato l’industria monopolistica culturale statunitense ad affermare a livello internazionale l’ideologia della fine della storia. Con il trionfo dato per definitivo del libero mercato, ormai destinato ad affermarsi a livello internazionale, le forze produttive della società civile sarebbero state libere di svilupparsi senza più vincoli e ostacoli da parte del potere politico dello Stato e da parte dei regimi totalitari d’ispirazione comunista. In tal modo, niente avrebbe più potuto fermare lo sviluppo costante e inarrestabile delle forze produttive economiche che, grazie alla libera concorrenza e al libero mercato avrebbero definitivamente superato ogni tipo di crisi economica. La prospettiva della mano invisibile riequilibratrice di ogni scompenso, garantita dalla piena libertà economica dei soggetti agenti nella società civile, profetizzata da A. Smith, si sarebbe finalmente potuta affermare compiutamente e nulla avrebbe più ostacolato quella eterogenesi dei fini per cui pur perseguendo ognuno il proprio interesse privato, questo avrebbe prodotto, grazie alla concorrenza, una crescita esponenziale della ricchezza delle nazioni.

Tale ideologia elaborata nei decenni precedenti la fine della guerra fredda dai neoliberisti si incontrava, così, con l’altra grande corrente ideologica affermatasi nel mondo anglosassone, ovvero quella neopositivista, per cui il libero sviluppo delle forze produttive, ormai svincolato da ogni laccio e lacciuolo statalistico, avrebbe portato con sé un progressivo e inarrestabile sviluppo della scienza e della tecnica, ormai perfettamente fuse l’una nell’altra. In tal modo, lo stesso aspetto oscuro della moderna società civile, la plebe moderna su cui già Hegel aveva riportato l’attenzione – destinata ad accrescersi sulla base del “paradosso” osservato dallo stesso Smith, per cui la ricchezza delle nazioni si affermava proprio in quei paesi in cui aumentava in modo altrettanto esponenziale il numero dei diseredati – sarebbe scomparsa per sempre. Non solo la fine delle crisi economiche avrebbe garantito la fine dei licenziamenti, ma la stessa alienazione del lavoro salariato sarebbe venuta meno, in quanto lo sviluppo tecnologico e scientifico avrebbe consentito di rendere del tutto superfluo il lavoro dell’uomo, sostituendolo con quello delle macchine.

Così lo stesso becchino della classe capitalistica, il suo principale antagonista nella lotta di classe in tutto il mondo moderno, il proletariato, sarebbe venuto meno e, in primo luogo, sarebbe scomparso il suo settore più sfruttato, unito e combattivo ovvero la classe operaia. In tal modo, come per magia, le stesse differenze sociali sarebbero venute meno, in quanto non essendoci più proletari da sfruttare non ci sarebbero stati nemmeno più padroni e tutti saremo divenuti parte di un’unica classe media.

In tal modo sarebbero venute meno, in quanto anch’esse del tutto anacronistiche, le ideologie e con esse, in fin dei conti le stesse alternative politiche. Terminata definitivamente la divisione in classe della società i partiti radicali e la stessa frammentazione del quadro politico sarebbe venuta meno. Si sarebbero alternati al governo partiti liberal-democratici di centrodestra e centrosinistra sulla base del principio dell’alternanza che avrebbe portato i cittadini a votare sulla base del semplice principio meritocratico, puntando sui più onesti e capaci di amministrare la cosa pubblica. Tanto più che i governi e, di conseguenza, le opposizioni avrebbero perso del tutto il principale motivo del contendere, ossia le grandi scelte di politica economica, che sarebbero ormai per sempre appaltate a organismi sovranazionali o, comunque, indipendenti dal potere politico e gestiti da tecnici sulla base del principio anti-ideologica per essenza, ovvero il principio meritocratico. Naturalmente, anche in questo caso, si ometteva di dire che questa era proprio l’ideologia classica della borghesia divenuta classe dominante, ovvero l’ideologia positivista.

Tuttavia, una volta data per scontata la scomparsa del proletariato e della classe operaia e l’universalizzazione della classe media, la stessa borghesia non avrebbe più motivo di esistere, dal momento che non poteva che definirsi in contrapposizione al proprio opposto. In tal modo, si affermava un altro caposaldo dell’ideologia borghese, ovvero il suo tentativo di naturalizzare i propri fini, il proprio modo di pensare e organizzare la società. Ecco che allora l’affermarsi del pensiero unico liberista diviene la fine delle ideologie, l’affermarsi del mercato mondiale da fine della borghesia diviene la fine della storia, l’affermarsi del capitalismo diviene l’affermarsi del libero mercato e, più in generale, l’affermazione della libertà della società civile, il prevalere dello Stato della grande borghesia diviene il definitivo prevalere della libertà e della democrazia dinanzi ai suoi avversari totalitari comunisti e nazisti, ormai per sempre sconfitti.

Inoltre la piena affermazione della libera concorrenza avrebbe posto fine a ogni forma di ingiustizia e garantito il governo dei migliori. Grazie alla libera concorrenza e al completo mancato intervento del potere politico nella sfera della società civile, i migliori, i più capaci, i più adatti avrebbero necessariamente avuto la meglio sui peggiori, gli scansafatiche, i parassiti sociali. In tal modo, anche le vecchie distinzioni fra destra e sinistra avrebbero perso del tutto il loro significato, in quanto tutti avrebbero naturalmente dovuto convergere verso una graduale politica moderata e riformista che, grazie al prevalere dei migliori, avrebbe garantito il migliore dei governi e della gestione della cosa pubblica possibile.

Anche tale concezione corrisponderebbe non al modo di vedere funzionale al prevalere di una certa classe sociale, ma al modo di svilupparsi della stessa natura, dove le specie si evolvono per il fatto che solo i migliori riescono a rendere ereditario il proprio patrimonio genetico. Infine, per chi ha ancora fede, questa sarebbe la concezione della stessa vera religione, in cui è la divinità stessa a scegliere e a far prevalere i propri eletti, rispetto alle masse di dannati alla perdizione eterna, per i loro peccati, beninteso. Come non è possibile protestare con la natura, altrettanto impossibile è prendersela con l’onnipotenza divina. Anche in questo caso però, queste visioni non ideologiche corrispondono perfettamente a quella concezione della religione che si è affermata con l’affermarsi della borghesia, ovvero il calvinismo e all’ideologia divenuta dominante dove la borghesia è divenuta in maniera incontrastata la classe dominante, ovvero negli Stati Uniti in cui appunto si è affermato il darwinismo sociale.

Infine, lo sviluppo tecnologico e scientifico avrebbe prodotto quella rivoluzione informatica che avrebbe garantito la libera circolazione di tutte le notizie a livello globale grazie alla connessione via web. Ogni forma di censura e di ostacolo alla diffusione delle vere notizie sarebbe venuta meno e nessuno avrebbe potuto più accusare l’ideologia dominante di essere l’ideologia della classe dominante. Anche in tal caso questo travisamento ideologico della realtà era occultato dal fatto che la rete internet e poi i social network erano rappresentati come dei puri e liberi mezzi di comunicazione e non per quello che oggettivamente sono, ossia un potentissimo strumento per rafforzare il dominio, mediante l’egemonia sui subalterni, della sempre più ristretta classe dominante.

Come dicevamo, tutto questo armamentario ideologico non poteva che entrare in crisi – almeno per chi ha ancora occhi per vedere – dinanzi alla dura e drammatica realtà dell’aggressione imperialistica alla Jugoslavia. In primo luogo la tanto decantata pax liberal-democratica, affermatasi con la sconfitta del totalitarismo comunista, era ancora una volta palesemente infranta, proprio dalle forze che se ne erano fatte portavoce. Anzi, mentre precedentemente la violazione della pax imperialista era avvenuta in seguito ad aggressioni contro paesi extraeuropei come Panama o l’Iraq, verso i quali era ancora spendibile il vecchio pregiudizio colonialista per cui non si tratterebbe altro che del fardello dell’uomo bianco, destinato a portare la civiltà in tutto il mondo, ora a essere aggredito era un paese europeo. Così, al contrario di quanto si era fatto credere, era stata proprio la divisione del mondo in due blocchi a impedire nuove aggressioni imperialistiche in Europa, tanto che non appena il blocco antimperialista era stato travolto dalle forze reazionarie le aggressioni imperialistiche erano riprese anche nell’Europa, sedicente culla della civiltà.

Per altro la stessa foglia di fico dell’approvazione della guerra da parte dell’unico organo internazionale che potrebbe legittimare l’uso della forza contro uno Stato indipendente, l’Onu, che era servita da copertura in occasione della precedente palese violazione della sedicente pax liberal-democratica, era venuta meno. Non intendendo rinunciare alla copertura di una organizzazione sovranazionale che in diversi casi in precedenza e poi anche in futuro aveva fornito la forma più efficace di occultamento delle aggressioni imperialiste, buona parte dell’ideologia dominante riadattò l’efficace strumento già sperimentato nelle precedenti auto violazioni della pax imperialista, ossia nell’occultare la guerra presentandola come una operazione di polizia internazionale. Questo, del resto, rendeva possibile violare anche qualsiasi forma del diritto di guerra che, come è noto, è alla base tanto del diritto internazionale, che del diritto naturale, ovvero dei diritti umani. In effetti, in una sedicente operazione di polizia internazionale l’altro non è uno Stato sovrano nei confronti del quale non può essere scatenata una guerra totale in cui tutto diviene lecito, ma al contrario riducendo l’avversario a un semplice delinquente, in seguito ridefinito Stato-canaglia, non esistono più regole o normative che non possono venir violate.

Così, riprendendo in pieno la strategia nazista della Blitzkrieg, l’aggressione imperialista non ha bisogno di dichiarazione di guerra, a essere colpiti e terrorizzati sono in primis i civili, per costringere il nemico assolutizzato e non riconosciuto a una resa senza condizioni. Ogni obiettivo diviene lecito e può essere bombardato, dalla sede della televisione all'ambasciata di un grande paese, per altro neutrale come la Repubblica popolare cinese.

L’aggressione imperialista ha anche permesso di trasformare la natura stessa dell’alleanza militare, da sempre giustificata su basi difensive, in un’alleanza apertamente aggressiva, predatoria, imperialista. La Nato, la più potente e micidiale alleanza militare della storia, sorta a giustificata come strumento di difesa di contro alla presunta aggressività del blocco sovietico, in teoria con l’autoproclamata pax liberal-democratica post-guerra fredda si sarebbe dovuta sciogliere. Tanto più che non essendoci più, in teoria, crisi economiche, non essendoci più ostacoli esterni al libero mercato e alla sua mano invisibile anche la guerra sarebbe diventata per gli stessi paesi capitalisti irrazionale e antieconomica.

Al contrario, però, proprio il venire meno di un nemico globale, che sembrava giustificare le enormi spese belliche, aveva aggravato la crisi dei paesi a capitalismo avanzato, dimostrando che le sue cause non sono affatto esogene, ma endogene e, dunque, al suo interno, non sono risolvibili. Da qui la necessità di rilanciare la Nato come strumento principale per scaricare sui paesi più deboli e meno disponibili a divenire subalterni gli effetti negativi della crisi.

Tanto più che la fine della guerra fredda aveva, in realtà, riacceso la conflittualità inter-imperialista, con la nuova aggressività dell’imperialismo tedesco che, dopo essersi annesso la Repubblica democratica tedesca, aveva preso la guida del polo imperialista europeo in rapida formazione, portando a termine degli obiettivi strategici che non erano riusciti nemmeno a Hitler, ossia, ad esempio, lo smembramento della Cecoslovacchia e della Jugoslavia con la sostanziale annessione delle loro regioni più ricche quali subfornitori dell’apparato industrial-militare tedesco.

07/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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