Salvini a Napoli e la critica della tolleranza liberale

La Lega Nord, compiuta la sua svolta nazionalista, vuole avanzare in tutto il paese sotto la copertura della tolleranza liberal. La risposta è nella lotta anti-fascista unitaria a livello nazionale.


Salvini a Napoli e la critica della tolleranza liberale Credits: https://grandenapoli.it/mostra-d-oltremare-occupata-manifestanti-anti-salvini/

Napoli l’11 marzo appena trascorso ha visto la manifestazione organizzata dai movimenti politici e sociali, protagonisti nella città meridionale in risposta alla convention voluta da Matteo Salvini e imposta dal prefetto e dal governo alla Mostra d’Oltremare, sfociare in scontri con le forze del (dis-)ordine. Questi ultimi sono stati spacciati come conseguenza delle responsabilità dei manifestanti, laddove numerose immagini mostrano esattamente il contrario. A essi hanno fatto seguito le solite reazioni sdegnate degli osservatori sedicenti democratici. I fatti di Napoli impongono una riflessione sull’antifascismo oggi e, soprattutto, l’impegno a una critica frontale a quella tolleranza indiscriminata di cui si fa portatore il vasto e onnipresente campo del “partito della democrazia” (borghese).

L’opinione dominante, ripetuta come un mantra non solo dagli organi dell’informazione di regime, ma anche sui social network, afferma che bisognasse permettere al leader del Carroccio di tenere indisturbato il suo comizio e che il tentativo di contrastarlo, messo in pratica dai movimenti partenopei, sia stato nient’altro che un atto anti-democratico, i cui promotori sarebbero addirittura più pericolosi dello stesso fascismo in salsa verde leghista da essi contrastato. Chi afferma ciò non fa altro che ergere a valore universalmente valido il principio liberale sancito dal noto motto pseudo-volteriano “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo” [1]. D’altro canto, la stessa storia del liberalismo italiano svela la sua strisciante tolleranza nei confronti del fascismo, derivante dalla comune matrice, ovvero dall’essere entrambe espressioni ideologico-politiche delle classi dominanti. Basti ricordare il Listone nazionale voluto da Giovanni Giolitti nel 1921, il quale permise l’ingresso nel Parlamento liberale di 39 deputati appartenenti al movimento dei fasci di combattimento fondato da Benito Mussolini solo due anni prima; oppure l’episodio che vide Benedetto Croce applaudire il futuro duce del fascismo al Teatro San Carlo di Napoli nel 1922, pochi anni prima di apporre la sua firma al Manifesto degli intellettuali antifascisti. Giovanni Gentile, altro esponente di punta del neoidealismo, del liberalismo italiano e del ventennio fascista, giunse a definire candidamente, nella lettera indirizzata a Mussolini per comunicargli la sua adesione al partito, il fascismo come la forma più autentica di liberalismo [2].

Altri articoli di questo giornale hanno mostrato come le classi dominanti - non solo in Italia - tengano sempre aperta l’opzione di uno sbocco in senso fascista alla crisi del sistema capitalistico, fingendo di contrastare il fascismo con la retorica, ma tollerandolo e coltivandolo nei fatti al proprio interno al fine di servirsene per riportare a galla un ordine fondato sulla violenza nel caso dell’esplosione di moti sociali, sempre più probabili a causa del disagio e del malessere vissuti dalle classi dominate e determinati dai continui e inevitabili fallimenti di politiche economiche irrazionali. Così si spiega anche perché la legge che configura il reato di apologia del fascismo non sia mai stata sostanzialmente applicata e le classi dirigenti dell’Italia repubblicana abbiano tollerato la nascita di movimenti esplicitamente richiamantisi al fascismo, dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale per arrivare ai giorni nostri a Casapound, nascosti dietro mutate etichette o dietro fantomatiche funzioni di utilità sociale.

Per rispondere affermativamente alla domanda “è stato giusto voler impedire a Salvini di tenere il suo comizio?” corre in nostro aiuto uno scritto apparso nel 1965 ad opera di R.P. Wolff, Barrington Moore Jr. e Herbert Marcuse dal titolo Critica della tolleranza(Titolo in lingua originale A critique of pure tolerance). Nel terzo dei saggi ivi contenuti Marcuse adotta una fondamentale distinzione tra tolleranza repressiva e tolleranza liberatrice. In un passo egli afferma che “la libertà è liberazione, uno specifico processo storico nella teoria e nella pratica e come tale esso ha le sue parti giuste e quelle sbagliate, la sua verità e la sua falsità. L’incertezza della possibilità in questa distinzione non toglie l’obiettività storica, ma sono necessarie libertà di pensiero e di espressione come condizioni preliminari per trovare la via verso la libertà – è necessaria la tolleranza. Comunque, questa tolleranza non può essere indiscriminata ed eguale nei confronti dei contenuti dell’espressione, né nelle parole né nei fatti; non può proteggere le parole false e i fatti sbagliati che dimostrano che essi contraddicono e vanno contro alle possibilità di liberazione. Tale tolleranza indiscriminata è giustificata nei dibattiti innocui, nella conversazione […]. Ma la società non può esser priva di discriminazioni dove la pacificazione dell’esistenza, la libertà e la felicità stesse sono in pericolo: qui, alcune cose non possono venir dette, alcune idee non possono venire espresse, alcune politiche non possono esser proposte, alcuni comportamenti non possono essere permessi senza fare della tolleranza uno strumento per la continuazione della schiavitù.”

Tali affermazioni si applicano perfettamente al caso del leader del Carroccio Salvini, protagonista di una campagna di assalto al potere attraverso una propaganda fondata su accenti nazionalistici e su slogan dai toni apertamente razzisti e xenofobi, che pretende di pontificare in una città che non solo si è distinta nella Resistenza con la sua autoliberazione – per prima in Italia – dall’occupazione nazifascista, ma che è stata per decenni fatta oggetto di attacchi a sfondo razzista dagli esponenti di spicco della Lega Nord, dal suo fondatore Umberto Bossi allo stesso Salvini. Di fronte a tali evidenze, è a dir poco assurdo contestare la legittimità di una manifestazione di dissenso e di indesiderabilità nei confronti di un personaggio simile.

Sotto alcuni aspetti, i fatti di Napoli riportano la memoria ai fatti di Genova del 1960, quando, il ministro degli Interni del governo Tambroni, già insediato grazie al voto di fiducia decisivo dei parlamentari missini, autorizzò il Msi a tenere il suo congresso nel capoluogo ligure, medaglia d’oro della Resistenza e liberato dai partigiani prima dell’arrivo delle truppe alleate. Un’inaccettabile provocazione che scatenò manifestazioni di piazza in tutto il paese, contrastate con enorme violenza da parte delle forze di polizia, incaricate di garantire lo svolgimento del congresso, che assassinarono decine di manifestanti (tra i quali cinque nella sola Reggio Emilia, il 7 luglio). Conseguentemente, il governo Tambroni, dopo aver rinviato l’assemblea dei neo-fascisti, fu costretto alle dimissioni. La memoria di tali eventi spinge a chiederci come dare una dimensione unitaria ed estesa a tutto il territorio nazionale alla lotta contro il fascismo, oggi tintosi del verde leghista.


Note:

[1] La frase, erroneamente attribuita a Voltaire, è opera della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall, autrice della biografia del filosofo francese Gli amici di Voltaire.

[2] G. Sabbatucci, “Fascismo è liberalismo”: i liberali italiani dopo la marcia su Roma, in Partiti e culture politiche nell’Italia unita, Editori Laterza, pp. 275-292.

18/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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