Siamo tutti clandestini in un mondo senza giustizia sociale

Migrazioni: progetti politici per uscire dalle politiche dell’emergenza contro le barbarie a cui assistiamo.


Siamo tutti clandestini in un mondo senza giustizia sociale Credits: http://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/profughi-1.1044198

Il progetto, quello che occorre è un vero progetto studiato a partire da un’analisi di tutti i dati di cui si è già in possesso, che delinei una visione generale coi suoi obiettivi e stabilisca le azioni necessarie per arrivare a una risposta vera e per questo efficace. Prendersi la responsabilità di questa situazione e approntare gli strumenti per gestirla vuol dire non lasciarsi andare al lancio di slogan o azioni separate e scoordinate in cui prevalgono, spesso, pregiudizi o strumentalizzazioni propagandistiche. Come ha potuto l’Europa, il Parlamento europeo, pensare che un’operazione di polizia (Frontex) sarebbe stata sufficiente a risolvere l’origine della questione delle Migrazioni, della fuga in atto da paesi in guerra, in dissesto politico o in carestia?

In Italia, si parla, si fanno seminari e conferenze, si discute, si fanno talk-show, siamo bravissimi in questo, ma la politica deve essere, dal lato della verifica della sua stessa natura, una pratica da agire per affrontare la realtà, con tutte le questioni che premono da ogni angolo, per aprire nuovi orizzonti per una convivenza possibile e civile su questo nostro pianeta, che ci porti sempre più lontani dalle barbarie di cui siamo testimoni.

I migranti e rifugiati sbarcati in Italia nel 2016 provengono soprattutto da Nigeria (15%), Gambia (10%), Somalia (9%), Eritrea, Guinea e Costa d’Avorio (8%).

La spinta all’emigrazione da questi paesi deriva da fattori di instabilità politica e sociale. L’Eritrea (20% degli arrivi totali del 2015) è dominata da più di vent’anni dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki. Tra le cause della fuga, oltre alla mancanza di libertà civili e politiche, c’è la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai 17 anni e di durata potenzialmente illimitata. In Somalia (14% del totale degli sbarchi 2015), dopo oltre 25 anni di conflitto civile, la minaccia maggiore è rappresentata dai miliziani di Al-Shebaab, autori, negli ultimi mesi, di sanguinosi attacchi terroristici nella capitale. Le incursioni di Boko Haram, invece, sono le principali responsabili della emigrazione dalla Nigeria, un Paese in cui il solo 2015 ha fatto registrare quasi 11mila morti violente. La gran parte dei flussi migratori diretti in Italia, quindi, ha origine in Africa, mentre, dopo l’esplosione del 2014, è crollato il numero dei Siriani in arrivo.” (dati forniti dall’UNHCR).

D’altra parte, si può constatare che gli accordi UE-Turchia non hanno avuto, ad oggi, effetti sugli arrivi in Italia, mentre li hanno avuti per la Grecia, dove sono diminuiti del 90%. Le rotte sono diverse. Le imbarcazioni che approdano, o cercano di approdare in Italia, vengono quasi al 90% dalla Libia, e il resto da alcuni punti della Tunisia, dell’Egitto o dell’Algeria. Abbiamo sentito il ministro Minniti in questi ultimi tempi spendersi in molti modi e proporre un piano collaborativo con la Libia, ha proposto una collaborazione con i sindaci delle città libiche, per fare insieme…un’idea molto bella, forte, peccato che viene dopo una politica sconnessa, feroce e imperialista dei paesi NATO, che ha voluto distruggere e annullare la nazione libica e la sua sovranità.

Inoltre, quel piano dispendioso, prevede misure di controllo e di polizia, che vanno contro i principi di tutela della dignità degli esseri umani e non risolvono la condizione disumana in cui i migranti vivono il passaggio o la detenzione in Libia. Quello che emerge è che i paesi europei, spesso, fanno accordi con i governi dittatoriali (o senza poteri) di paesi che sono gli stessi fautori delle condizioni in cui si trovano i loro popoli. L’ASGI (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) ha segnalato il tradimento degli stessi principi europei e ha condannato la politica degli accordi UE con i paesi terzi.

Milena Gabbanelli, circa un anno fa, si è messa in moto per portare all’attenzione di tutti e, soprattutto, dei governi, l’effettiva mancanza di un progetto vero, efficace e che potesse mettere l’Italia in grado di affrontare questo compito in cui si trova impegnata, per la sua posizione e per la sua storia. Potrebbe sembrare un piano d’avanguardia sulle politiche di accoglienza e d’integrazione, vera integrazione, organizzata. Se pensiamo alle migliaia di centri d’accoglienza temporanea (circa tremila CAS), ai CARA (per richiedenti asilo, governativi), ai centri SPRAR (per richiedenti asilo, gestiti da enti locali), possiamo renderci conto che l’impegno economico è grande, ma sembra non dare i risultati sperati. Perché spesso, questi ‘centri’, divengono luoghi di parcheggio, se non luoghi di detenzione, in cui non si porta avanti quella che sarebbe la loro missione: fare formazione, educazione alla cittadinanza, per preparare all’effettiva integrazione sociale e nel mondo del lavoro.

Questo purtroppo lo abbiamo constatato. Quindi, siamo d’accordo con la Gabbanelli sulla questione della preparazione al lavoro, sulla formazione linguistica. In questo modo, si risolverebbero tante questioni relative alla povertà e alla mancanza di accoglienza da parte degli altri paesi. Il governo italiano, dovrebbe prendere in mano l’intera questione, che, gestita in collaborazione controllata e trasparente con gli altri enti del terzo settore, darebbe vita a un piano coordinato e organizzato che l’Europa non può che sostenere.

Certamente, bisogna evitare quello che abbiamo visto accadere per la mancanza di gestione efficace e di controlli seri, quando i fondi sono serviti ad arricchire chi ha trovato spazio in questo settore d’intervento ancora poco stabile e la criminalità ci ha prosperato. Sull’utilizzo degli spazi pubblici, come ex-caserme o ex-ospedali, per costruire questi centri polifunzionali, abbiamo qualche dubbio. Sappiamo cosa possono diventare questi luoghi in cui vengono raccolti centinaia o anche fino a un migliaio e più di persone. Ad esempio, in Sicilia, il centro di Mineo è coinvolto in un turbine di inchieste. Ci chiediamo: come potrebbero essere gestiti? Dovrebbero essere delle piccole città? O sarebbero invece dei ghetti?

Quando nella scuola pubblica facciamo integrazione, ci occupiamo di fare in modo che tutti possano stare con tutti, che non ci siano ‘settori’ su cui porre un’etichetta identificativa che non sia quella della convivenza civile e democratica senza distinzione (art.3 della Costituzione). Chiaro che poi ci debbano essere momenti ‘dedicati’, per il potenziamento linguistico, ad esempio, ma anche per il momento interculturale, in cui le culture ‘diverse’ divengono protagoniste dello scambio e dell’arricchimento reciproco. L’ipotesi ‘assimilazionista’ laica, che è quella francese, non ha dato grandi risultati sull’integrazione, gli ultimi eventi terroristici o la mancanza d’integrazione nella banlieue parigina lo raccontano.

L’Italia, dovrebbe valorizzare alcune sue caratteristiche, almeno a livello di politiche culturali e scolastiche, perché ha dato maggior spazio alla prospettiva interculturale, che va nella direzione della conoscenza reciproca e della relazione, atti che combattono l’isolamento. Sì, perché se è vero che è necessario per chi arriva qui da noi, imparare la lingua, conoscere il sistema sociale e il funzionamento dei servizi, trovare un’occupazione, è altrettanto vero che non possiamo pensare che le persone dimentichino la propria identità e la propria lingua madre. Questo non fa altro che creare quel disagio psichico [1] che porta poi gli esseri umani ad essere persone sofferenti ed emarginate, per poi, spesso, andare a stare in quella zona grigia che è il bacino a cui vanno ad attingere coloro che sfruttano chi ha bisogno di trovare un modo e un mezzo per ‘contare’ nella società. Lo abbiamo constatato col fenomeno della radicalizzazione islamica, ma lo conosciamo anche per quanto concerne la questione malavita organizzata.

CLANDESTINI. E poi questa parola ricompare

Nel “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere” sottoscritto dall’Italia e dal Governo di riconciliazione libico compare più volte questo termine quando si tratta di migranti che non hanno una casa, un lavoro, che fuggono da guerre e da povertà. Ma chi sono i veri clandestini?


[1] Sul fenomeno dell’emarginazione sociale e il terrorismo: https://www.lacittafutura.it/esteri/dalle-banlieux-di-parigi-e-di-bruxelles-al-kalashnikov.html

15/07/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: http://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/profughi-1.1044198

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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