Spontaneismo e direzione consapevole

Come giudicare e prendere posizione in una prospettiva marxista e rivoluzionaria nei confronti degli attuali significativi movimenti di massa?


Spontaneismo e direzione consapevole Credits: https://www.ilpost.it/2016/09/02/venezuela-manifestazione-maduro/

Nei più diversi paesi del mondo sono in atto o si sono appena concluse importanti mobilitazioni popolari di massa. Sebbene siano state innescate dai motivi più disparati e possono tanto innescare una rivoluzione, quanto favorire la caduta di un governo antimperialista, senza dubbio sono state tutte provocate dal modo di produzione capitalistico e/o dall’imperialismo.

Uno degli epicentri di questa esplosione di grandi conflitti sociali potenzialmente anticapitalisti e antimperialisti è indubbiamente l’America Latina, non a caso il continente con le massime diseguaglianze economiche e sociali del mondo. Abbiamo significativi movimenti di lotta popolare, decisamente orientati a sinistra, in Cile, Colombia e Haiti. Ci sono state grandi lotte contro le politiche neoliberiste almeno in Ecuador, Argentina, Perù, Portorico e Honduras. Infine anche in Bolivia, in particolare dopo il colpo di Stato orchestrato dalla destra, vi sono state importanti mobilitazioni popolari di massa.

Anche in Asia sono in atto significative mobilitazioni di massa almeno in Iraq, Libano e Iran, tutte provocate in modo diretto e indiretto dal capitalismo e dall’imperialismo, anche se rischiano di essere strumentalizzate dalle forze della reazione. Anche in Africa ci sono importanti mobilitazioni di massa in Guinea e Algeria e si è appena conclusa una altrettanto significativa mobilitazione popolare in Sudan.

Infine anche nei paesi a capitalismo avanzato vi sono state significative mobilitazioni del movimento contro l’oppressione della donna e contro i mutamenti climatici, anch’essi indubbiamente in ultima istanza causati dal modo di produzione capitalista e, dunque, potenzialmente anticapitaliste. Anche in Catalogna vi sono state e presumibilmente continueranno a esserci mobilitazioni di massa contro la repressione del movimento che si batte per il diritto all’autodeterminazione catalana. Infine, anche in Italia, oltre alle importanti manifestazioni contro la violenza sulle donne e la distruzione dell’ambiente è in atto un significativo movimento spontaneo nei fatti antifascista e antirazzista. Vi sono state così tante mobilitazioni di massa ultimamente che diviene difficile tenerne il conto, tanto che l’elenco che ne ho fatto è certamente manchevole più per difetto che per eccesso.

Nella quasi totalità dei casi si è trattato di movimenti essenzialmente spontanei, privi, almeno all’inizio, di una direzione consapevole. Se praticamente tutti hanno elementi potenzialmente anticapitalisti e/o antimperialisti, quasi nessuno lo è in modo esplicito e/o preponderante. Inoltre, proprio per il carattere fondamentalmente spontaneo e in quanto portati avanti prevalentemente da gruppi sociali subalterni privi di una sviluppata coscienza di classe tutti questi movimenti, chi più chi meno, sono stati strumentalizzati o rischiano di esserlo dalle forze politico-sociali più disparate.

Resta, dunque, incredibilmente attuale quanto notava ormai quasi un secolo fa Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere (quaderno 3, §34, p. 311 dell’edizione Einaudi): “L’aspetto della crisi moderna (…) è collegato con ciò che si chiama ‘crisi di autorità’. Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più ‘dirigente’, ma unicamente ‘dominante’, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. A questo paragrafo devono essere collegate alcune osservazioni fatte sulla così detta ‘quistione dei giovani’ determinata dalla ‘crisi di autorità’ delle vecchie generazioni dirigenti e dal meccanico impedimento posto a chi potrebbe dirigere di svolgere la sua missione. Il problema è questo: una rottura così grave tra masse popolari e ideologie dominanti come quella che si è verificata (…), può essere ‘guarita’ col puro esercizio della forza che impedisce a nuove ideologie di imporsi? L’interregno, la crisi di cui si impedisce così la soluzione storicamente normale, si risolverà necessariamente a favore di una restaurazione del vecchio? Dato il carattere delle ideologie, ciò è da escludere, ma non in senso assoluto. (…) La morte delle vecchie ideologie si verifica come scetticismo verso tutte le teorie e le formule generali e applicazione al puro fatto economico (guadagno ecc.) e alla politica non solo realista di fatto (come è sempre) ma cinica nella sua manifestazione immediate (…). Ma questa riduzione all’economia e alla politica significa appunto riduzione delle superstrutture più elevate a quelle più aderenti alla strutture, cioè possibilità [e necessità] di formazione di una nuova cultura”.

In casi come questi, come di consueto, bisogna guardarsi da due tipiche attitudini opposte e altrettanto perniciose espressioni dell’opportunismo di destra e di sinistra. La prima, si manifesta nella tipicamente destrorsa applicazione meccanicistica della teoria della cospirazione, per cui ogni movimento spontaneo, ogni sollevazione di massa non egemonizzata da forze palesemente rivoluzionarie è il prodotto di un complotto delle forze più o meno occulte della reazione nazionale e/o internazionale. La seconda altrettanto opportunista interpreta al contrario ogni movimento di massa come in quanto tale rivoluzionario, anche quando viene assumendo oggettivamente degli obiettivi funzionali all’imperialismo, alla reazione e/o alla controrivoluzione.

Entrambe queste cattive generalizzazioni, schematiche e meccanicistiche, si ripresentano piuttosto regolarmente dinanzi ai fenomeni che abbiamo preso in esame. Esempio emblematico, a questo proposito, sono state certamente le cosiddette “primavere arabe” dove spesso fra i commentatori esterni di sinistra più o meno radicale si contrapponevano posizioni opposte, ma egualmente anti-dialettiche di chi considerava in blocco tutti i movimenti antigovernativi, anche quando divenivano apertamente strumento della reazione, in sé rivoluzionari e, dunque, da appoggiare, e chi li considerava apriori come manipolati da potenze reazionarie. Discorso analogo si potrebbe fare rispetto ai movimenti che si battono per l’indipendenza, spesso egualmente in modo meccanicistico considerati potenzialmente rivoluzionari e, dunque, da appoggiare incondizionatamente, anche quando sono palesemente strumentalizzati dalle forze della reazione, o al contrario in quanto tali eversivi e assimilabili sic et simpliciter alle varie “rivoluzioni colorate” orchestrate a livello nazionale dall’imperialismo.

In fondo a tali posizioni si cela spesso un giudizio altrettanto a-dialettico e schematico sullo Stato, considerato dagli opportunisti di sinistra un male in sé, in quanto tale sempre e comunque da combattere e dai riformisti di destra come un valore in sé, come tale comunque da difendere senza distinguere fra le forze eversive e sovversive, fino alla meccanicistica pseudo-teoria degli opposti estremismi.

Evidentemente, per non cadere nelle posizioni anti-dialettiche che abbiamo stigmatizzato è necessario fare sempre l’analisi determinata della situazione determinata prima di giudicare e ancora di più di agire in un senso o nell’altro. Dunque, per le diverse recenti mobilitazioni di massa che abbiamo ricordato e per quelle che abbiamo volontariamente o meno omesso bisognerebbe necessariamente fare una rigorosa analisi, distinguendo doverosamente caso per caso. Altrettanto necessariamente, dunque, non è questo il luogo per approfondire in modo critico e dialettico come meriterebbero tutti i movimenti di massa recenti. D’altra parte, per non cadere in cattive generalizzazioni, non possiamo che mettere in evidenza alcune invarianti e analogie che ci permettano di condurre a termine questa analisi generale, attraverso un’astrazione che, per quanto possibile, non inghiotta intellettualisticamente tutte le differenze della vita reale in una notte in cui tutte le vacche non possono che apparire egualmente nere.

Una prima invariante è che tutti questi movimenti di massa non possono essere il prodotto né del caso, né della pura malafede, né tanto meno di un complotto internazionale, anche se, come è necessario, su ogni mobilitazione di rilievo, le forze in campo, nazionali e internazionali, cercheranno di giocare la loro partita, cosa di cui, in seguito, occorrerà tenere conto. Ciò che è certo è che una mobilitazione di massa, che coinvolga ampi strati delle classi subalterne, non può che nascere da contraddizioni reali, ovvero da elementi più o meno irrazionali che caratterizzano la situazione di fatto esistente. Contraddizioni significative al punto da costringere in modo più o meno diretto a mettersi in gioco, in modo sostanzialmente spontaneo, parti consistenti delle masse popolari, che generalmente mirano a vivere in uno stato di sostanziale passività dal punto di vista della mobilitazione politica.

D’altra parte proprio per la loro inesperienza le grandi mobilitazioni spontanee finiranno per essere più o meno orientate, dirette, strumentalizzate o tradite da élite organizzate di intellettuali politicizzati. Da questo punto di vista la posizione al solito peggiore è quella dell’anima bella che per paura di sbagliare dovendo prendere una posizione, in quanto tale necessariamente di parte, dunque parziale e, in una certa misura, unilaterale, resta spettatrice passiva. Lasciando alle altre soggettività organizzate, generalmente a lei avverse, decidere quale direzione più o meno consapevole prenderà il movimento inizialmente in linea di massima spontaneo.

Altrettanto da evitare è la posizione apparentemente corretta e rispettosa, ma nei fatti necessariamente perdente, di chi sottraendosi alla inevitabile lotta per l’egemonia sul movimento spontaneo assuma un’attitudine codista, limitandosi a sostenere dall’esterno il movimento di massa. Anche in questo caso, in effetti, una non azione finisce con l’essere un’azione (inefficace). Ponendosi al di fuori della lotta per l’egemonia, necessariamente, si lascerà ad altre forze politiche organizzate dare una direzione consapevole al movimento spontaneo. Ancora peggiore è, infine, la posizione dottrinaria di chi condanna a-priori il movimento spontaneo in quanto tale, perché privo di una direzione consapevole indubbiamente rivoluzionaria e inquinato da posizioni quantomeno ambigue, in quanto subalterne all’ideologia conservatrice dominante. In tal modo, per non volersi sporcare le mani, si tradisce il marxismo quale filosofia della prassi, e ci si auto condanna all’ingrato ruolo del grillo parlante o della Cassandra, sulla base delle profezie che si auto-avverano.

In effetti un teorico autenticamente marxista e, quindi, non dottrinario, non potrebbe non essere pienamente cosciente del fatto che l’ideologia dominante è, necessariamente, l’ideologia della classe dominante e se non ci sono marxisti rivoluzionari, in grado di divenire – partecipando alla lotta rivoluzionaria – classe dirigente, dominerà sempre l’ideologia conservatrice e a tratti reazionaria funzionale al partito dell’ordine costituito. Dunque, l’errore fondamentale da cui si deve guardare un marxista e/o un rivoluzionario è quello di rimanere indifferente dinanzi a un movimento di massa o, peggio, condannarlo a priori, in quanto influenzato in modo più o meno pesante dall’ideologia dominante. Dal momento che, da un punto di vista del materialismo storico e dialettico, un movimento spontaneo per quanto si ribelli giustamente all’ordine ingiusto e irrazionale esistente, sino a quando non assumerà una direzione (rivoluzionaria) consapevole mediante il successo nella lotta per l’egemonia da parte dei marxisti (rivoluzionari) non potrà che continuare a essere negativamente condizionato dall’ideologia dominante, rimanendo continuamente a rischio di finire con l’essere strumentalizzato dal partito del (dis-)ordine costituito.

30/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.ilpost.it/2016/09/02/venezuela-manifestazione-maduro/

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: