Tra l’Ucraina e il Kazakistan: ipotesi di una guerra nel cuore dell’Europa?

La situazione dell’Ucraina e del Kazakistan portano ancora una volta alla ribalta una strategia destabilizzante che potrebbe generare un conflitto dalle conseguenze imprevedibili.


Tra l’Ucraina e il Kazakistan: ipotesi di una guerra nel cuore dell’Europa?

Lo scenario internazionale si fa sempre più conflittuale e la competizione tra le massime potenze mondiali (Usa, Russia e Cina) diviene sempre più acuta. I recenti colloqui svoltisi a Ginevra tra i rappresentanti statunitensi e quelli russi a proposito dell’espansione della Nato con le sue basi fino alla soglia del grande paese euroasiatico e della questione ucraina hanno portato a un nulla di fatto, tanto che gli incontri non continueranno. Infatti, non avrà luogo l’incontro previsto tra la Nato e la Russia a Bruxelles, perché i russi lo ritengono inutile. Per comprendere le difficoltà di questi negoziati, si tenga presente anche che, nel mese di ottobre, la Nato aveva ridotto il numero degli esponenti della missione russa e aveva espulso dalla sua sede otto funzionari perché accusati di essere agenti segreti. A questa decisione il governo di Mosca aveva risposto rompendo le relazioni diplomatiche con la Nato; anche quelle con gli Stati Uniti sono destinate ad avere lo stesso esito, hanno fatto sapere i russi, se non si giungesse a un accordo. Su questi temi si veda un mio precedente articolo.

Attraverso la bocca della Vice Segretaria di Stato, Wendy Sherman, gli Stati Uniti si dichiarano preoccupati di una possibile invasione dell’Ucraina da parte dei russi e chiedono che i soldati dislocati ai confini con questo paese vengano fatti rientrare nelle loro caserme. Se ciò non fosse accettato e l’Ucraina fosse effettivamente invasa (cosa del tutto improbabile, mentre Joseph Borrell, alto rappresentante Ue, ipotizza una guerra magari piccola), il governo Biden adotterà immediatamente sanzioni molto pesanti in campo finanziario, tecnologico e militare contro la Russia, in alcuni casi paragonabili a quanto è stato fatto a suo tempo contro l’Iran. Tali sanzioni creerebbero problemi all’Europa per gli stretti legami economici che la legano alla Russia (per esempio, la Germania) e che non possono essere dissolti in quattro e quattr’otto.

Da parte loro, i russi giustamente non vogliono che vengano stanziati ulteriori missili in Europa in grado di colpire il loro paese, non accettano la presenza di militari della Nato negli Stati ex sovietici, non gradiscono in nessun modo l’estensione dell’Alleanza Atlantica, di cui paesi come l’Ucraina e la Georgia a loro avviso non dovranno mai far parte. Nel caso in cui la Nato dovesse costruire una base in Ucraina, un eventuale missile colpirebbe Mosca in cinque minuti, impedendo ai russi di contrattaccare e mandando in pezzi, quindi, il principio della Mutua Distruzione Assicurata, su cui fino a ora si basa il precario equilibrio mondiale. 

Quasi simultaneamente a questi eventi si è prodotta la complessa crisi del Kazakistan, esteso paese ricco di idrocarburi, geopoliticamente importante, ex repubblica sovietica, collocato tra la Russia e Cina, antico centro degli scambi commerciali tra oriente e occidente, con una popolazione in maggioranza musulmana e solo al 25% cristiana ortodossa. Nel 1992 fu costituita l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva cui sono incorporati sei paesi appartenenti alla Comunità degli Stati indipendenti (Csi), tra quali naturalmente la Russia. Il 13 gennaio è cominciata la ritirata del contingente militare, composto da uomini provenienti dai vari paesi del trattato, evento annunciato dal ministro della Difesa russo, Serguéi Shoigú, il quale ha ribadito che la finalità della missione è il mantenimento della pace in Kazakistan. Il ritiro si è già concluso.

Putin ha commentato la notizia, lodando l’operato dell’esercito inviato per essere riuscito a difendere le infrastrutture vitali del paese centro-asiatico e ad appoggiare i militari kazaki nel loro intervento. Rispetto alla situazione del Kazakistan, il presidente russo ha fatto una netta distinzione tra i manifestanti che protestavano per l’aumento dei prezzi dell’energia e coloro che hanno attaccato armati la polizia e l’esercito, occupando l’aeroporto di Almaty, sedi e istituzioni pubbliche, saccheggiando e distruggendo importanti installazioni. Infine si è augurato che, restaurata la pace, il governo kazako possa dedicarsi ai problemi economici e politici del paese, dialogando con i diversi settori sociali. 

Ovviamente l’amministrazione Biden ha condannato vigorosamente questa decisione, dichiarando che quando i russi vanno in un paese non se ne vanno; la solita Maria Zakárova ha risposto per le rime: quando gli americani si recano in un paese, magari non chiamati da nessuno, ammazzano, distruggono, stuprano, per conoscere i dettagli di queste occupazioni si potrebbero interrogare gli afghani e gli iracheni, il cui parlamento ha chiesto più volte e invano la partenza delle truppe Usa.

Si tenga presente che le proteste sono scoppiate proprio nella zona sudorientale del paese, vicino alle coste del Mar Caspio, là dove – guarda tu – ci sono le riserve di idrocarburi e operano molte imprese occidentali, come Exxon, Chevron, Shell.

È nota la tesi dei russi e dei kazaki: la rivolta armata, che si è inserita in quella spontanea suscitata dall’aumento soprattutto del Gpl, sarebbe frutto di un tentativo di colpo di stato, sostenuto dall’esterno, una nuova rivoluzione colorata simile a quella che rovesciò il precedente governo filorusso dell’Ucraina, apertamente appoggiata dagli Stati Uniti. In effetti, ci sono molti elementi che lasciano perplessi: all’inizio delle proteste vi erano macchine senza targa che circolavano per Almaty, molto rapidamente alcuni individui si sono appropriati delle armi di polizia ed esercito, i quali nonostante la loro forza non sono riusciti a fermarli. Il bilancio sarebbe di 164 morti, tra cui tre bambini, più di diecimila arresti (due poliziotti sarebbero stati decapitati); come scrive “The Guardian”, il capo della squadra del presidente per i servizi di sicurezza, Karim Massimov, è stato rimosso dal suo incarico e arrestato perché sospettato di tradimento.

Il presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, ha anche destituito il governo e il precedente presidente, Nursultan Nazarbayev, che aveva governato il paese dal 1991 al 2019 e che teneva in mano di fatto le redini del potere, sarebbe fuggito. Questi fa parte dell’oligarchia kazaka, formatasi con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, impadronendosi a costi stracciati delle imprese e delle risorse pubbliche del paese. Fatto che si è verificato sia in Russia che in Ucraina e che era stato previsto da qualcuno che si preoccupava della possibile trasformazione della burocrazia sovietica, ma spesso considerato inimmaginabile. Tra questi personaggi svetta Mujtar Ablyazov, un impresario kazako, accusato di essersi appropriato di molto denaro pubblico, che attualmente risiede in Francia, dove ha fondato un suo partito politico. Nonostante sia ricercato dalla Russia, dall’Ucraina e dal Kazakistan, la Francia sinora si è rifiutata di espellerlo. Informato dello scoppio delle proteste, in cui forse è implicato, si è dichiarato soddisfatto e speranzoso in un cambio di governo.

Parlando di questi regimi, alcuni parlano di cleptocrazia, come fosse una caratteristica esclusivamente orientale, dimenticando casi “occidentali” come quello dell’anziano re di Spagna Juan Carlos implicato in crimini di malversazione e corruzione.

Se si osserva la carta geografica e la collocazione dei paesi di cui stiamo parlando, sembra abbastanza chiaro che il disegno è di far saltare quella cintura di sicurezza che, ai tempi dell’Unione Sovietica, proteggeva la Russia da pericolosi attacchi e ingerenze esterne, fomentando instabilità. Inoltre, ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’ Afghanistan, lasciando questo paese in disastrose condizioni umanitarie, sarebbe per loro positivo avere in quell’area un governo più amico di quello attuale [1]. A ciò si aggiunge un’altra significativa considerazione: il Kazakistan confina, oltre che con la Russia, anche con la Cina, in particolare esso avrebbe un ruolo centrale nella famosa Nuova Via della Seta e vende al suo potente vicino attraverso la Kazatomprom, società statale, grandi quantità di uranio, di cui è ricchissimo insieme alle cosiddette terre rare [2]. Inoltre, come si diceva, è una nazione in maggioranza musulmana, la cui popolazione ha stretti vincoli con gli uiguri dello Xinjiang cinese, gruppo etnico presente sia nel Kazakistan che nel Kirghizistan; la comunanza religiosa e la vicinanza geografica hanno alimentato la rinascita dell’idea della riunificazione dei popoli turcofoni, quali sono questi gruppi, e fomentato l’insorgere di sentimenti separatisti nella regione. Cosa che preoccupa estremamente le autorità cinesi. 

Anche la Russia ha una forte minoranza musulmana e, pertanto, destabilizzando l’Asia centrale, teme che si possa fomentare il terrorismo islamico, che l’ha già colpita in passato, e che questo si potrebbe avvalere delle potenti armi che la Nato ha “sbadatamente” lasciato in Afganistan. Sarebbe questo un caso in cui con un tiro si colpiscono due diversi bersagli.

Per concludere, voglio sottolineare che i media occidentali propagano la lettura statunitense di questi eventi ma, senza nessuna simpatia per il regime di Putin, si possono ricordare dei fatti precisi, oltre a quelli già menzionati, che mostrano la cieca aggressività degli Stati Uniti, cui gli europei si accodano silenti e confusi, e la loro volontà di destabilizzare l’ordine internazionale. Ricordo i più importanti: l’uscita nel 2018 voluta da Trump dall’accordo sul nucleare iraniano; il ritiro, sempre deciso da quel losco figuro, nel 2020 dal Trattato Cieli Aperti, che consentiva l’osservazione aerea reciproca; la recente stipula del Trattato Aukus in funzione anticinese basato sulla collaborazione tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito. Si dovrebbero anche menzionare le varie esercitazioni militari fatte da Nato e Stati Uniti in prossimità di Russia e Cina. Chi è, dunque, il vero campione di aggressività? Ci dobbiamo preoccupare solo della pandemia o anche di una futura “guerricciola” nel cuore dell’Europa?

 

Note:

[1] In realtà, finora tutti i paesi della regione si sono barcamenati tra oriente e occidente.

[2] Il paese era anche diventato la sede di molte società dedite all’estrazione delle criptovalute e le numerose transazioni avrebbero fatto aumentare a dismisura anche il costo dell’elettricità. 

21/01/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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