Ucraina: autodeterminazione o agronegozio?

Il nazionalismo può essere di vari colori, non è certo progressivo se concede il pieno uso delle terre ai privati indigeni o stranieri.


Ucraina: autodeterminazione o agronegozio?

La questione ucraina viena presentata da alcuni, persino nell’ambito della sinistra radicale, come un problema di autodeterminazione, nel senso che sarebbe assolutamente opportuno riconoscere l’autonomia e la sovranità del popolo ucraino da secoli vessato dai regimi russi succedutisi nei tempi. Si tratta di una maniera assai semplicistica di presentare la questione, e buona solo a fomentare l’attuale pericolosissima guerra. Infatti, com scrive Eric J. Hobsbawm nel suo noto Nazioni e nazionalismo (1991) una nazione non si trova in natura e non si distingue da un’altra come un topo da una lucertola, giacché essa è il risultato di complesse dinamiche storiche, di elementi oggettivi (fattori linguistici, territoriali, etnici) ed elementi soggettivi (sentirsi per esempio italiani). E per di più il sentimento nazionale è fluttuante, labile, cangiante, e si lega sempre a determinati interessi economici e politici. Basti ricordare che, nel nostro caso, è la borghesia che, dopo aver creato lo Stato unitario, ci ha voluto far diventare italiani a suo modo (“Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”), reprimendo ogni istanza popolare.

Nel caso dell’Ucraina, si riconosce comunemente che nel suo territorio originario (Rus’ di Kiev) si costituirono le basi della grande cultura slava orientale; nel XIII secolo viene meno l’unità territoriale e la regione subisce l’invasione dei mongoli. Da quel momento essa viene suddivisa e governata da diverse potenze quali l’Austria-Ungheria, il Regno Russo, l’Impero Ottomano, la Confederazione Polacco-Lituana, che lo scapigliato Boris Johnson vorrebbe ricostituire in maniera velleitaria. Solo con la Rivoluzione d’Ottobre nasce un vero movimento nazionale, i cui obiettivi si concretano nella fondazione della Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina, cui erroneamente secondo Putin fu riconosciuto come alle altre repubbliche il diritto alla secessione. Nonostante il boicottaggio da parte delle autorità locali in alcune repubbliche, il referendum del 1991 sul mantenimento dell’Unione Sovietica ottenne il 77,85 di “sì”. Le forze centripete, alimentate dal perpetuo desiderio di espandere a est il dominio capitalistico sulla scia di Hitler, portarono nel dicembre del 1991, con l’accordo tra Russia, Bielorussia e Ucraina, a dar vita alla Comunità degli Stati indipendenti, mentre in precedenza la maggioranza degli ucraini aveva scelto l’indipendenza, pur mantenendo rapporti privilegiati con Mosca.

Gli storici distinguono due forme di nazionalismo ucraino: il primo proprio dei contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione e che avevano una loro specificità culturale. La loro ostilità era diretta contro i latifondisti (polacchi e russi) e contro i commercianti e gli usurai in larga parte ebrei. L’altro nazionalismo è di matrice borghese (ed è quello che alimenta la Nato), ed era in origine molto fragile per la debole struttura economica del paese e per aver respinto tutte le rivendicazioni contadine. Questa condizione ha sollecitato la borghesia ucraina a cercare appoggi esterni, per non essere travolta dai sommovimenti sociali, come la borghesia creola aveva bisogno del colonialismo spagnolo per tenere sotto controllo indigeni e neri. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che aveva fatto dell’Ucraina un paese altamente industrializzato, sottoposto a un rigido centralismo, che tuttavia vide tra i suoi fautori importanti ucraini come Leonid Breznev e Nikita Krusciov, l’economia ucraina è stata pressoché distrutta. Come scrive Pietro Basso in un interessante articolo: “Tra il 1991 e il 2017 l’andamento dell’economia ucraina è stato il quinto peggiore al mondo su 200 paesi! E la guerra in corso ha dato modo a Zelensky, loro degno erede [dei precedenti governanti filorussi o filoeuropei], e al suo partito, di mettere al bando ogni forma di opposizione politica e di presentare al parlamento, che sta per approvarla, una legge sul lavoro che abolisce i contratti collettivi di lavoro per il 70% dei lavoratori”. Solo 80 miliardari dispongono del 100% del capitale del paese, al contempo circa il 15% degli ucraini sono dovuti emigrare, soprattutto donne (200mila fanno le badanti in Italia).

Nella sanguinosa lotta tra questi personaggi ha vinto in una seconda fase la fazione filoccidentale, ora sfidata dalla Russia, fazione che spera di mantere i suoi privilegi svendendo il paese e i suoi lavoratori a chi ormai non sta più sulla cresta dell’onda e che li ha condotti alla folle scelta del conflitto aperto e violento con la Federazione Russa, riportando in vita la tradizione nazista nutrita prima dalla Germania poi dagli Usa in funzione antisovietica. Si tenga presente che l’Ucraina si colloca al settantaquattresimo posto per indice di sviluppo umano ed è tra i più poveri paesi europei; a causa della sua complessa storia, prima illustrata, ha una composizione multietnica dovuta alla presenza sul suo territorio di ungheresi, polacchi, bulgari e ovviamente di una forte minoranza russa. Nelle zone in cui convivono russi e ucraini si è sviluppato un dialetto, il surzik, nel quale le due lingue slave si mescolano. Scrittori straordinari come Nikolaj Gogol sono nati in Ucraina ma hanno scritto in russo e hanno vissuto nella grande Pietroburgo. In un simile contesto, se non dettassero legge gli interessi della classe al potere, potrebbe essere istituito uno Stato plurinazionale come nel caso della Bolivia, dato che è impossibile e non proficuo separare le diverse e frammischiate nazionalità, come quando si spacca dividendo in due parti una pagnotta di pane. 

Un aspetto assai trascurato legato alla scelta europea dell’élite ucraina ora al potere, che comportrà la totale sudditanza del paese agli Usa e alla Germania, è quello relativo alla proprietà dei terreni agricoli, i quali secondo la Banca Mondiale consistono in quasi 34 milioni di ettari ricoperti di un suolo nero straordinariamente fertile (detto “cernozëm”), che corrisponde a un un terzo di tutto il terreno agricolo appartenente all’Unione Europea. L’Ucraina detiene il 57,6 % della terra coltivata del suo territorio, collocandosi dopo il Bangladesh e la Danimarca, le cui percentuali sono rispettivamente 65,5 e 59%.

Un articolo del 2015 (Tierras agricolas por todo el mundo dal sito web ElRobotPescador) già chiarisce i molti aspetti del problema e – direi – ha quasi un carattere divinatorio. Infatti, l’autore Vladimir Platov scrive che nel mondo esistono 1.400 milioni di terra coltivabile e che gli esperti occidentali da tempo sono convinti che comprare terreni agricoli sia un investimento altamente redditizio, anche perché già allora si prevedeva un forte aumento del costo del grano e dell’orzo. Inoltre, consapevoli che il petrolio probabilmente si esaurirà nel giro di venti anni o sarà superato da altre fonti di approvvigionamento, gli sceicchi arabi stanno acquistano terreni al di fuori dei loro ricchi Stati. Questa politica senza fare troppo chiasso è stata adottata da altri paesi quali gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Giappone e la Corea del Sud ed è rivolta in particolare all’Africa, dove la terra costa pochissimo, e all’Ucraina. In generale le imprese di queste potenze si dedicano alla coltivazione di prodotti agricoli geneticamente modificati e della palma da olio, da cui si ricava il biodisel. Tra queste aziende naturalmente di distingue la Monsanto, affiancata da università statunitensi, come la celebre Harvard, che possiedono estesi terreni in Africa.

Quanto all’Ucraina, nel 2019 la Rada ha approvato una legge che prevede a partire dal 2020 la vendita delle terre ai cittadini ucraini, in parte proprietà dello Stato e in parte nelle mani di piccoli agricoltori, che le hanno ottenute dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e che certo non riceveranno beneficio dal “libero mercato”. Dato che questa misura è stata contestata dai piccoli proprietari, Zelensky ha previsto che il trasferimento a eventuali investitori stranieri avverrà solo nel 2024, dopo che la misura sarà sottoposta all’approvazione della popolazione con un referendum, auspicato dal 69% degli ucraini. Ciò nonostante, di fatto la vendita con joint ventures e la concentrazione delle terre è già avvenuta al 75%, avvalendosi gli investitori della possibilità di affittare i terreni agricoli per 50 anni. Platov ci indica anche i nomi degli oligarchi dediti a questo investimento favorito da un governo che porta avanti una politica classista e vergognosamente clientelare. Essi sarebbero: Sergei Taruta, Vadim Novinsky, Víctor Nusenkis. Yuri Kosyuk, Vladimir Shkolnik, Andrew Verevskiy, tutti in buoni rapporti con i loro colleghi occidentali.

Naturalmente l’Unione Europea appoggia questa decisione del governo Zelensky, perché il mercato delle terre favorirebbe lo sviluppo capitalistico dell’agricoltura, l’introduzione di nuove tecnologie e la crescita economica e allontenerebbe qualsiasi ipotesi collettivizzazione il cui spettro continua ad aleggiare da quelle parti. Anche la Banca Mondiale si muove sulla stessa linea, che darà impulso all’espoliazione dei contadini a vantaggio dei grandi accaparratori, oscurata dalla valorizzazione del nazionalismo ucraino e della libertà di optare per la Ue e la Nato; nazionalismo proprio di questa frazione compradora della borghesia. Come sempre si sventolano grandi ideali dietro cui stanno nascoste questioni di tutt’altra natura.

Se qualcuno di voi è interessato e ha denari sufficienti, vi segnalo che su Internet si trovano già agenzie disponibili e organizzate per indirizzarvi a fare questi investimenti (GT Invest) ovviamente presentati come lucrosi, forse non del tutto irragionevolente data la debolezza sempre più considerevole delle monete privilegiate come il dollaro e l’euro, recentemente svalutatosi rispetto al primo. Questo fenomeno è iniziato almeno dagli anni Novanta.

Un recente articolo del “Manifesto” illustra bene quello che sta accadendo, parlando di arrembaggio delle coorporations, alle terre agricole dell’Ucraina, “il celebrato «granaio d’Europa», con una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e sementi, fra i maggiori produttori mondiali di orzo, frumento e olio di semi di girasole (di quest’ultimo l’Ucraina produce circa il 30% del totale Mondiale)”. Tuttavia, la mancanza dei suoi rifornimenti, dovuta alla guerra, non affama il mondo, ma certo ne peggiora la situazione, dato che fame, carestie, malnutrizione hanno radici ben più antiche legate al colonialismo e al neocolonialismo. È stato notato che “l’insistenza con cui l’Ucraina è spinta a privatizzare il mercato terriero non ha precedenti nella storia recente”. Per impedire una privatizzazione selvaggia, nel 2001 si è bloccata la vendita delle terre agli stranieri, blocco a cui in tutti i modi si sono opposte le istituzioni internazionali. Per esempio, nel 2013 la Banca Mondiale ha stanziato “un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di rogiti e titoli catastali necessario alla commercializzazione di terreni demaniali e cooperative”.

Il citato articolo del “Manifesto” riporta anche i risultati di una recente indagine di Open Democracy, una piattaforma che si autodefinisce indipendente, che informa che dieci aziende private controllavano prima della guerra il 71% del mercato agricolo ucraino. Tra queste le imprese dei già ricordati oligarchi ucraini, seguiti da varie corporazioni: Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Monsanto, Louis Dreyfus e l’azienda statale cinese Cofco. Come se non bastasse partecipano al banchetto anche multinazionali come la lussemburghese Kernel, la holding americana NCH Capital, la saudita Continental Farmers e la francese AgroGenerations.

Come si vede il nazionalismo sfoggia sempre vari colori e, come disse qualcuno, la libertà è un cavallo che può andare in molte direzioni: in questo caso si sta muovendo verso la libertà d’impresa dei capitalisti indigeni e stranieri. 

22/07/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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