America Latina, uscire dalla trappola del neoliberismo

Girando per Santiago oggi si ha la netta impressione che le cicatrici del neoliberismo siano tuttora presenti, nonostante dal golpe dell’11 settembre 1973 siano ormai passati più di cinquanta anni.


America Latina, uscire dalla trappola del neoliberismo

Mi trovo in questo periodo in Cile, Paese bello quanto sfortunato per aver svolto storicamente il ruolo di cavia del neoliberismo imposto, come dicono qui, a “sangre y fuego” da Pinochet, sicario prezzolato dell’imperialismo statunitense e punta di lancia, piantata nel petto del popolo lavoratore cileno, dei Chicago boys e delle loro demenziali teorie economiche. Il neoliberismo in salsa cilena, ben abbinato alla ripresa totale del controllo sulle risorse naturali ed umane da parte dell’imperialismo yankee, anticipò la sua applicazione in modo meno sanguinoso, al centro stesso del sistema capitalistico occidentale, col monetarismo brutale di Reagan e della Thatcher a fine anni Settanta, fino alle sciagurate liberalizzazioni italiane dei primi Anni Novanta. Girando per Santiago oggi si ha la netta impressione che le cicatrici del neoliberismo siano tuttora presenti, nonostante dal golpe dell’11 settembre 1973 siano ormai passati più di cinquanta anni. Pinochet è morto da tempo, anche se l’immenso patrimonio accumulato dal boia di Santiago è stato sapientemente riciclato e siano tuttora economicamente sulla cresta dell’onda una serie di personaggi che hanno abbondantemente lucrato dalle sue imprese, immergendo il biscottino nel sangue del popolo cileno. Nel frattempo c’è stata quella estesa ribellione popolare che è passata alla storia come “estallido social”, violentemente repressa dal presidente Pinera, morto proprio in questi giorni in un incidente di elicottero. Pinera chiese una sorta di proclamazione della guerra interna contro i rivoltosi e solo il rifiuto degli alti gradi dell’Esercito e dei Carabineros impedì un nuovo golpe. Abbiamo avuto poi l’elezione del giovanissimo, ora trentottenne, presidente Boric e ben due Assemblee Costituenti, una a maggioranza progressista e l’altra a maggioranza conservatrice, che hanno partorito due progetti di nuova Costituzione, entrambi respinti dall’elettorato. 

Quando ci si chiede perché il popolo cileno che pure aveva eletto a grande maggioranza il presidente Boric in chiave antifascista contro il suo antagonista Knast, non abbia anche approvato il primo progetto di nuova Costituzione, occorre tenere presente che tale progetto, pur molto avanzato su una serie di temi di importanza fondamentale come le politiche di genere, la tutela ambientale e i diritti dei popoli indigeni, mancava di una sua precisa impostazione di classe.

Il tema sempre attuale è quindi quello del superamento del neoliberismo e del necessario abbinamento tra sostegno al lavoro contro il capitale e rilancio dell’intervento pubblico. 

Assistiamo invece al proliferare degli interessi di una borghesia ancora fondamentalmente oligarchica e retriva, alcuni settori della quale non disdegnano propensioni di tipo delinquenziale, come il narcotraffico oggi in espansione anche per l’arrivo di bande venezuelane in fuga dal chavismo (espressamente invitate a immigrare in Cile dallo stesso Pinera nel comizio che tenne contro Maduro a Cucuta alla frontiera tra Venezuela e Colombia) o la speculazione finanziaria ed edilizia (si veda la natura probabilmente dolosa degli incendi che hanno provocato un paio di settimane fa centinaia di vittime a Valparaiso e altre località della costa, distruggendo tra l’altro il prezioso giardino botanico che ospitava moltissime specie rare).

Su questo dovrebbero quindi riflettere Boric e i membri della coalizione che lo sostiene, ivi compreso il partito comunista. Ma uguale riflessione sulla necessità di un superamento totale del neoliberismo si impone a ben vedere su scala continentale latinoamericana.

L’arrivo al potere in Argentina del pazzo colla motosega Milei dimostra del resto che o ci si libera fino in fondo del neoliberismo oppure settori delle masse scontente e frustrate rischiano di prestarsi, con voti di protesta poco avveduti, a nuovi progetti devastanti sulla propria pelle.

È probabile che Milei, contrastato da sindacati potenti, avversato dai governatori delle province dell’immenso Paese, costretto ad elemosinare aiuti dalla Repubblica popolare cinese dopo averla insultata in campagna elettorale e incapace per il momento di tradurre in atto i suoi progetti autoritari, come dimostra il fallimento della Legge Omnibus ed altre simili, non durerà a lungo.

Ma il suo sia pur effimero successo dimostra l’urgente necessitá, per tutte le forze rivoluzionarie e progressiste dell’America Latina, di prendere in considerazione il tema del superamento del neoliberismo e della connessa soggezione al potere finanziario, sub specie soprattutto di debito estero.

Non si tratta certamente di un compito facile, ma la nuova costellazione multipolare del governo planetario che si va delineando offre certamente spazi importanti ed inediti in tal senso.

- [ ] Ed alternative non ve ne sono, anche tenendo conto del fatto che la probabile affermazione di Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali statunitensi potrebbe determinare una riattualizzazione del nefasto concetto di “patio trasero”, con conseguenti pericoli per le democrazie del continente e nuovi tentativi di aggressione verso Cuba, Venezuela e Nicaragua.



23/02/2024 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fabio Marcelli

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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