Dietro le quinte di Euromaidan: gli oligarchi e il nazionalismo

Il connubio tra il nazionalismo ucraino e le fazioni oligarchiche e la legittimazione delle proprie manovre di potere.


Dietro le quinte di Euromaidan: gli oligarchi e il nazionalismo Credits: "Standing in the snow" Ivan Bandura - https://www.flickr.com/photos/mac_ivan/

L’Ucraina è oggi un Paese in cui mentre il salario minimo dei lavoratori è sceso, in media, ad un livello inferiore rispetto a quello di alcuni paesi del centr’Africa, le ricchezze del suo Primo Ministro sono invece aumentate di otto volte, rispetto a prima di Euromaidan, e vigilano per le strade poliziotti che si rifanno alle SS. Sotto al tappeto c’è il connubio tra il nazionalismo ucraino e le fazioni oligarchiche le quali, attraverso questo travestimento politico, hanno tentato di legittimare e giustificare le proprie manovre di potere.

di Stefano Palermo

I. Il nazionalismo ucraino, figlio della Rivoluzione Arancione, ripropone un concetto di nazione appartenente al tardo Ottocento, ossia quello fondato sulla lingua e sull'appartenenza etnica. Esattamente come nell'Ottocento, tenta di appropriarsi delle culture precedenti, rimodellandone i tratti.

A differenza dei paesi dell'Europa occidentale, la gran parte di quelli dell'Europa orientale sono per lo più recenti creazioni, ovvero aree politico-territoriali nate in seguito al trattato di Versailles e, in parte, alla caduta dell'URSS. Ma queste aree erano ben lontane dall'essere delle “nazioni”, dal momento che alcuna configurazione territoriale è storicamente assimilabile a Paesi come, ad esempio, la Bielorussia e l'Ucraina: fu l'URSS a creare delle “unità nazionali-amministrative”, su base più o meno linguistica, in aree dove non era mai esistito nulla di simile. Una volta dissolta l'Urss, per legittimare i nuovi Stati agli occhi dei cittadini ne furono “antichizzate” le “radici” nazionali e, nel caso ucraino, la nuova entità statuale fu dichiarata erede dello stato medievale della Rus' di Kiev. Il periodo che va dalla caduta di quest'ultima (1240) al 1991 venne, quindi, definito come un’era oscura segnata dall’occupazione straniera e dalle lotte per la liberazione nazionale (prima dai mongoli e poi dai “grandi russi”, ovvero quelli del Granducato di Moscovia). Da questa scelta origina la decisione dell'attuale governo ucraino di chiedere un risarcimento alla Mongolia per “il genocidio nel tredicesimo secolo del popolo ucraino, perpetrato dal regime criminale dell'Impero Mongolo”.

Con la rivoluzione arancione e l’avvento alla presidenza di Yushchenko, la strategia di costruzione nazionale venne ad articolarsi in due punti principali. Il primo consisteva nel decreto riguardo le celebrazioni dei trecentocinquanta anni dalla battaglia di Kanatòp. Durante la guerra russo-polacca del 1654-67 i soldati russi tennero testa alla coalizione filo-polacca guidata da Ivan Vyhovsky e formata da tatari di Crimea, polacchi e cosacchi ucraini. Per gli storici ucraini tale guerra fu d'indipendenza. Il secondo atteneva alla rivalutazione dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN-UPA) e del suo leader Stepan Bandera. Il 22 gennaio 2010, poco prima della fine del suo mandato presidenziale, Yushchenko conferiva, quindi, a Bandera il titolo di “Eroe dell'Ucraina”: un riconoscimento che, a suo giudizio, “milioni di ucraini attendevano da molti anni”. [1]

I membri dell'OUN-UPA, giova ricordare, furono alleati della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale, mentre Stepan Bandera fu il responsabile dell'assassinio di migliaia di cittadini inermi. L'OUN-UPA viene, infatti, ricordata per la morte di una parte consistente di polacchi residenti in Ucraina occidentale e per i pogrom antiebraici, condotti insieme alle SS.

II. Definita la cornice storica, le attenzioni del neo-nazionalismo ucraino si focalizzarono sulla lingua. Ciò avvenne attraverso l’utilizzo del sistema educativo e di quello mediatico: l’ “ucrainizzazione” del linguaggio, nel contesto etnolinguistico e geopolitico, si rivelò più difficile del previsto. Il russo e l'ucraino, sono, infatti, assai radicate nella società, nella mentalità e nella cultura ucraina. Secondo i dati dell'Istituto di Sociologia dell'Accademia Nazionale delle Scienze ucraina, la percentuale di persone che parlano comunemente il russo è di gran lunga superiore alla percentuale di persone di “etnia” russa; il 52% della popolazione ucraina preferiva comunicare in russo, anche se questo dato variava a seconda della regione (nella parte occidentale 8% e in quella orientale 97%, mentre a sud il 64%). La lingua russa era pertanto diffusa soprattutto nelle città (a Kiev il 70% dei cittadini preferiva esprimersi in russo), mentre l'ucraino nelle zone rurali. (2007)

Tra il 2005 e il 2010, l’utilizzo del russo e delle altre lingue espressione delle minoranze nazionali fu gradualmente vietato nell'amministrazione, nello spettacolo, nell'industria cinematografica e nei tribunali. Nel 2008 il Ministero dei Trasporti e dei Collegamenti vietò l'uso delle lingue regionali (compreso il russo) nelle stazioni, sui mezzi di trasporto, sui biglietti e nei rapporti con gli utenti. Tale politica di ucrainizzazione entrò presto in rotta di collisione con le norme del diritto internazionale, in particolare con la Carta Europea delle Lingue Regionali o delle Minoranze Linguistiche. Molti consigli regionali e cittadini, come quelli di Kharkov, Donetsk, Dnepropetrovsk, Odessa, Lugansk e Sebastopoli si adoperarono, quindi, per chiedere l’applicazione della Carta Europea.

III. A questo punto pare utile dare sinteticamente conto della configurazione del potere economico-istituzionale delineatosi con l’ascesa di Leonid Kuchma nel 1994. Promuovendo una costituzione di tipo presidenzialista, egli rese possibile la formazione di un sistema istituzionale fondato sulla stretta interdipendenza tra oligarchie economiche e politica. Fulcro di tale sistema erano i “clan”, ovvero i gruppi di oligarchi. Nel periodo 1994-99 i “clan” erano essenzialmente tre. Il clan di Donetsk, il quale ricavava maggior profitto dall’industria pesante e, nello specifico, quella metallurgica, situata soprattutto negli oblast’ di Donetsk e Lugansk; il clan era suddiviso in vari sotto-clan, il più importante dei quali era l’Industrial Union of Donbass. Il businessman più importante era Rinat Akhmetov, mentre Viktor Yanukovych (governatore dell’oblast’ di Donetsk tra il 1997 e il 2002 e successivamente Primo Ministro nel 2002-05), insieme al suo “Partito delle Regioni”, era il principale rappresentante e base politica del clan. Il clan di Dnipropetrovsk, di cui era espressione lo stesso Kuchma mentre gli oligarchi di riferimento erano Yulia Tymoshenko e Igor Kolomoyskyi. Il clan ricavava la maggior parte dei profitti dall’industria metallurgica e dal sistema bancario. Il clan di Kiev, il più debole economicamente ma il più influente sul piano politico, traeva profitto dalle aziende del settore energetico, di quello bancario e dai media. Il referente politico del clan era il “Partito Socialdemocratico Ucraino”. Al termine dell’ultimo mandato di Kuchma (2004), fece la comparsa un altro clan, quello del RUE, il cui nome deriva dalla società RosUkrEnergo, nata nel 2004 per fare da intermediaria per l’importazione del gas dalla Russia e dall’Asia centrale.

La classe politica che emerge sotto il governo di Kuchma è totalmente espressione delle grandi imprese, le quali godono di entrature dirette ed indirette nel Parlamento, dal momento che sono gli stessi oligarchi a candidarsi nel Partito delle Regioni e in quello Socialdemocratico. La tensione politica scaturiva, dunque, dalla difficoltà di definire un equilibrio di potere tra le componenti. Cresceva, contestualmente, l’importanza dei proprietari delle medie imprese, coagulatesi nel frattempo intorno a Viktor Yushchenko e al suo partito “Ucraina Nostra”. La popolarità di questi crebbe ulteriormente in questo frangente, fino ad attrarre gli oligarchi delle grandi imprese e tra costoro Petro Poroshenko.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, tale tensione veniva a sostanziarsi in due strategie contrapposte sul terreno politico, economico e internazionale. Con la firma dei trattati nel 1995 e nel 1999 (e poi ancora nel 2007) prendeva forma l’idea di una “unione doganale eurasiatica” tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan. A tale opzione guardavano con interesse gli oligarchi del clan di Donetsk e del gruppo del RUE: basti pensare che le importazioni ucraine di gas e petrolio dipendevano per il 70% dalle cooperazioni tra Naftogaz e Gazprom, da una parte, e il gruppo del RUE dall’altra; mentre Akhmetov e gli altri oligarchi del suo clan costruivano i tubi di acciaio per gli oleodotti e i gasdotti russi. In modo simmetrico e opposto, i clan di Kiev e Dnipropetrovsk volgevano lo sguardo verso l’Europa e gli Stati Uniti. Un mese e mezzo prima delle elezioni presidenziali del 2004, Arseniy Yatseniuk, attuale primo ministro e allora referente ucraino nel “Board of Governors” del Fondo Monetario Internazionale, avanzava una richiesta di aiuto e sostegno alle organizzazioni finanziare europee e statunitensi [2].

IV. La contestazione delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004, vinte dal Partito delle Regioni di Yanukovych, si inserisce in questo contesto. Yushchenko prometteva riforme liberiste, mentre gli oligarchi delle grandi imprese non vedevano di buon occhio l’aumento della concorrenza; tuttavia le proteste di piazza, apparentemente indette contro la corruzione e i brogli del partito vincente, indussero una parte del clan di Donetsk a cercare un accordo con Yushchenko. L’accordo raggiunto prevedeva nuove elezioni e la promessa di contenere Akhmetov, il magnate metallurgico del Donbass, messo in discussione da una parte del suo stesso clan. Le successive elezioni del 26 dicembre videro la vittoria di Yushchenko, il quale nominò subito Yulia Tymoshenko primo ministro.

In questo consistette, in estrema sintesi, la Rivoluzione Arancione, ironicamente definita non a caso “la rivolta dei milionari contro i miliardari”, dal momento che Yushchenko era sostenuto da imprenditori e oligarchi meno ricchi rispetto a Yanukovych. Ciò che seguì la Rivoluzione Arancione fu lo scontro tra il partito di Yanukovych e quello della Tymoshenko, la quale stava attraendo gradualmente verso di sé il sostegno della media e piccola borghesia.

Gli oligarchi supportavano tutti e tre gli schieramenti, ma nessuno riusciva davvero a prevalere sugli altri, il che fece sprofondare il Paese in una paralisi senza vie d’uscita. Le elezioni parlamentari del 2006 e quelle anticipate del 2007, ridisegnarono, però, la mappa delle influenze dei gruppi oligarchici nel Paese in favore del gruppo dell’opposizione e, in particolar modo, del Partito delle Regioni, mentre il blocco arancione sembrava in caduta libera insieme ai clan di Kiev e Dnipropetrovsk: è in questo periodo che la rappresentanza politica del blocco arancione (che ancora deteneva la presidenza) chiese e ottenne un prestito dal Fondo Monetario Internazionale pari a 16.4 mld di dollari, ufficializzato il 10 novembre del 2008, e condannando quindi l’Ucraina a una lunga dipendenza economica dagli organismi finanziari legati al capitalismo occidentale. [3]

Contemporaneamente, il gruppo del RUE (tra i quali vi era Firtash), legato ai magnati russi operanti nel settore dell’energia, si schierava con il Partito delle Regioni; degli investitori russi, invece, attraverso una filiale del Gruppo Evraz (tra i cui soci vi è il patron del Chelsea, Roman Abramovich) e la Vnesheconombank, acquistava l’Industrial Union of Donbass (appartenente al clan di Donetsk) mettendo quindi in discussione l’egemonia di Akhmetov. Igor Kolomoyskyi, invece, sosteneva sia il partito di Yushchenko che quello della Tymoshenko.

Il successivo scontro tra quest’ultima e il RUE nella cosìddetta “guerra del gas” tra Ucraina e Russia (o meglio, tra i clan del blocco arancione, da una parte, e Naftogaz e Gazprom dall’altra) avrebbe dovuto segnare la decisiva scelta di campo in favore dei blocchi finanziari legati agli USA, i quali colsero al volo l’occasione per estendere la loro influenza fino alla porta d’ingresso nella Russia, non facendosi scrupoli nemmeno nel sostenere, con il Fondo Monetario Internazionale, un secondo prestito all’Ucraina - pari a 15.1 mld di dollari - anche durante la successiva presidenza di Yanukovych (febbraio 2010 - febbraio 2014) allo scopo di spaccare il clan di Donetsk e di isolare politicamente gli oligarchi legati al capitalismo russo. [4]

V. Il colpo di stato di Euromaidan ebbe origine dal rifiuto di Yanukovych di firmare il Trattato di Associazione Euro-Ucraino. Cruciale, in tale delittuosa vicenda, è stato il contributo delle organizzazioni di chiara ispirazione nazista, Svoboda, Pravij Sektor e il Radikal’na Partiya di Oleh Lyashko. Dapprima hanno avuto un ruolo militare nel colpo di stato, successivamente tale ruolo è stato istituzionalizzato in due modi: con la costituzione del Battaglione Azov, il quale raccoglie molti nazisti di Euromaidan, risponde direttamente al Ministero dell’Interno e vanta una continuità ideale con le divisioni SS composte di volontari ucraini (tanto da adottare il simbolo del misticismo nazista, il sole nero, e il dente di lupo, simbolo della divisione SS “Das Reich” che prese parte all’Operazione Barbarossa nella seconda guerra mondiale ); e con la concessione di incarichi pubblici nella polizia e nell’esercito ucraini. A capo delle forze dell’ordine di Kiev è stato, quindi, nominato Vadim Troyan, già vice-comandante del Battaglione Azov, alle sue spalle una lunga milizia in organizzazioni neonaziste.

La situazione, tuttavia è presto sfuggita di mano agli oligarchi di Euromaidan. Dalla strage perpetrata dalle bande naziste presso la Casa dei Sindacati di Odessa è scaturita, infatti, sollevazione popolare in Donbass. Di fronte all’assassinio di decine di lavoratori, molti dei quali arsi vivi, mutilati e fucilati sul posto, la popolazione locale, preso atto dell’impossibilità di percorrere la via democratica-istituzionale, si è sollevata, provvedendo a spazzar via definitivamente il clan di Donetsk, il quale non aveva opposto resistenza alcuna di fronte alle violenze neonaziste. L’esproprio della lussuosa casa fortificata di Akhmetov ha diradato ogni possibile margine circa la possibilità di giungere a un compromesso con gli insorti. Se il gruppo del RUE, ovvero quello che possedeva legami più stretti con il mondo degli affari russo, ha subito un considerevole ridimensionamento a seguito dell’arresto da parte dell’FBI del suo massimo esponente Dmytro Firtash, tra gli oligarchi che hanno tratto benefici da Euromaidan vi è sicuramente Igor Kolomoyskyi, il proprietario della Privatbank. Costui ha potuto, infatti, beneficiare dei prestiti dell’FMI e della Banca Mondiale per assoldare migliaia di soldati, organizzati nel battaglione Dnipro1, e per finanziare massicciamente degli altri, quali ad esempio i battaglioni Aidar, Azov, Dnipro2 e Donbass. Si stima che il suo contributo economico al governo di Kiev si attesti attorno ai dieci milioni di dollari.

VI. Il nuovo regime ucraino non rappresenta, quindi, alcuna istanza di cambiamento progressivo della società, limitandosi invero a riprodurre quel dualismo di potere tra la classe di oligarchi emersa dalla Rivoluzione Arancione, espressa nella figura del presidente Petro Poroshenko, e le organizzazioni finanziarie legate al capitalismo occidentale, rappresentate dal Primo Ministro Arseniy Yatseniuk.

Le condizioni in cui versa quest’oggi l’Ucraina sono drammatiche. Le classi subalterne, sulle quali il neo-nazionalismo ha più presa, non hanno tratto alcun beneficio dal golpe Euromaidan; anzi, il tasso di inflazione ad aprile ha toccato il 60,9% mentre il salario medio mensile è pari a 196.75$ (ottobre 2015): un dato inferiore a molti paesi africani quali Etiopia (316$), Gambia (435$), Rwanda (418$) e Zimbabwe (475$). L’attuale presidente in carica, il magnate del cioccolato Petro Poroshenko, ha invece accresciuto di otto volte le proprie ricchezze: al maggio 2015 i suoi profitti hanno raggiunto 1.3mld di dollari.

In conclusione, sembra potersi dire che il nazionalismo ucraino altro non è, e non è stato, che uno strumento al servizio delle fazioni oligarchiche le quali, attraverso questo travestimento politico, hanno tentato di legittimare e giustificare le proprie manovre di potere.

NOTE

  1. http://www.regnum.ru/news/1248085.html
  2. Si veda in particolare: IMF Boards of Governors, 2004 Annual Meetings of IMF and World Bank Group, Washington DC, October 3.
  3. https://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2008/car111008a.htm.
  4. https://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2010/car081110a.htm.

Fonti e riferimenti bibliografici:

tradingeconomics.com; imf.org; forbes.com; nas.gov.ua; Hans Kohn, “The Idea of Nationalism”; liveleak.com; Sławomir Matuszak, “Demokracja Oligarchiczna”; worldbank.org; kyivpost.com

31/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: "Standing in the snow" Ivan Bandura - https://www.flickr.com/photos/mac_ivan/

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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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