Il Venezuela fra fiction e realtà (seconda parte)

Di fronte allo scontro fra il governo bolivariano di Maduro e le oligarchie locali sostenute dall’imperialismo americano, dobbiamo stare dalla parte della rivoluzione.


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continua dal numero precedente

Lo scontro odierno

Quello che è avvenuto negli ultimissimi anni è in continuità con questo tentativo di “golpe morbido”, che si è avvalso della notevole dipendenza dell'economia venezuelana dall'esportazione di petrolio, anche perché il prezzo del petrolio, più che dimezzato per una precisa scelta politica di Usa e paesi arabi subalterni, ha ridotto i margini per il finanziamento delle tutele sociali introdotte e ha quasi azzerato quelli per gli investimenti necessari alla riconversione economica.

Ne sono derivati ingenti problemi valutari. L'impossibilità di pagare tutte le importazioni di cui ha bisogno il Venezuela ha prodotto gravi contraccolpi e una crisi economica devastante, di cui ha cercato di approfittare l'oligarchia fomentata dagli Usa. Alcune industrie asservite agli interessi statunitensi hanno ridotto la reperibilità di generi di prima necessità, mentre altri settori legati alle importazioni hanno speculato in valuta nordamericana per accentuare le difficoltà finanziarie e per alimentare un gigantesco processo inflazionistico. La penuria, provocata ad arte, ha favorito l’organizzazione di tumulti da parte della destra che preme per privatizzare i settori nazionalizzati, limitare il diritto di sciopero e cancellare molti diritti e tutele dei ceti svantaggiati. La mobilitazione violenta delle oligarchie è andata a vantaggio della coalizione dei partiti legati agli Usa, la Mesa de Unidad Democratica (MUD).

L'altro pilastro del golpe morbido è stato la manipolazione mediatica che mira a dipingere il governo di Maduro come repressivo e irrispettoso delle garanzie democratiche. Non siamo di fronte a una novità: i media asserviti agli USA hanno sempre demonizzato l'avversario di turno, sia stato esso Saddam, Gheddafi, Milosevic, preparando l'opinione pubblica alle successive guerre o ingerenze. E pazienza se le armi di distruzione di massa in mano a Saddam si sono poi rivelate una colossale bufala o se Milosevic è stato assolto post mortem per i crimini di guerra in Bosnia dal tribunale internazionale o, infine, se gli interventi in Medio Oriente hanno devastato le società e gli stati, aprendo spazi al terrorismo, non sappiamo in che misura fomentato dalle stesse potenze occidentali.

Non a caso alcuni analisti hanno battezzato come ‘Plan Condor 2.0’ lo stesso tipo di strategia golpista e interventista in America Latina.

La sconfitta di Maduro alle elezioni legislative del 2015 è dovuta, oltre che all’ingerenza Usa a sostegno delle oligarchie, alla difficoltà di portare avanti il programma di costruzione del socialismo, anche a causa dei rapporti di classe che vedono ancora importanti settori della borghesia svolgere un ruolo non secondario nella vita economica del paese. Il blocco della transizione al socialismo ha portato all'astensione di molti chavisti. Alle già richiamate difficoltà, si è aggiunta la generale contrazione della domanda mondiale. Inoltre, come già richiamato più sopra, sono venuti meno i margini per attuare riforme strutturali in campo economico e sociale. In campo economico è stato mantenuto un modello di tipo ‘estrattivo’, pesantemente esposto ai capricci della politica estera Usa. In quello sociale hanno prevalso le politiche redistributive, senza intaccare sufficientemente il potere delle classi privilegiate.

Permangono i forti squilibri sociali ed economici ereditati dal neocolonialismo. Il 5% della popolazione possiede gran parte delle attività produttive e commerciali del paese, fatta eccezione per l’estrazione di petrolio, di cui i capitalisti cercano costantemente di rimpossessarsi. La costituzione venezuelana del 1999 tutela la proprietà privata, favorendo la classe sociale privilegiata, di fronte alla povertà dell’enorme maggioranza della popolazione. Nonostante i miglioramenti degli anni passati il 42% della popolazione vive in baracche e rischia di vedere peggiorata la propria situazione. È evidente che deve essere fatto un balzo in avanti in direzione del socialismo.

L'impasse riguarda anche gli aspetti istituzionali. Il sistema venezuelano del ‘99 è basato su una pluralità di poteri: potere esecutivo, esercitato dal governo presieduto dal Presidente della Repubblica, eletto a suffragio universale; potere legislativo, esercitato dall'Assemblea nazionale del Venezuela, eletta a suffragio universale garantendo la rappresentanza di ogni unità federale e delle popolazioni indigene; potere giudiziario, esercitato dal Tribunal Supremo de Justicia de Venezuela; potere pubblico, esercitato sotto il controllo di un organismo difensore del popolo, il Consejo Moral Republicano; il Potere Elettorale, esercitato dal Consejo Nacional Electoral.

Dopo le elezioni del 2015, il potere legislativo è passato in mano all'opposizione ma l'esecutivo aveva il diritto di governare, sia pure con difficoltà, come avviene in genere nelle democrazie presidenziali (si veda il caso Usa che non raramente vede il Presidente essere “anatra zoppa”, avendo almeno un ramo del parlamento contro). Ma qui la maggioranza parlamentare non ha usato la dialettica tipica delle repubbliche presidenziali per condizionare l'esecutivo. Ha rifiutato l’invalidazione da parte della magistratura di tre eletti, che non le avrebbe comunque tolto la maggioranza semplice ma solo quella qualificata, e si è ribellata a tutti gli altri poteri, paralizzando ogni decisione, usando potere legislativo come leva per tornare al regime precedente la rivoluzione e alle ricette neoliberiste.

L'oggettiva difficoltà e lo scatenamento contro il nuovo corso venezuelano di tutte le armi a disposizione, quelle vere e proprie usate dalle violente bande anti-chaviste, quelle del sabotaggio economico e quelle non meno letali dell'informazione ormai controllata al 90 per cento e più a livello planetario da un unico centro, hanno reso arduo il compito di salvaguardare la rivoluzione “bolivariana”. Mentre nei quartieri privilegiati di Caracas e provincia esplodeva la ribellione, gli episodi di violenza venivano raccontati a senso unico, tralasciando l'uccisione di militanti del partito di Maduro ed enfatizzando o stravolgendo episodi che purtroppo possono verificarsi su entrambi i fronti quando lo scontro politico è così acuto.

Le bande dell’opposizione hanno preso d'assalto i centri di assistenza sociale, i ministeri chiave, gli organi giudiziari, gli ambulatori gratuiti, gli spacci statali a basso prezzo, le scuole e gli asili, i piccoli esercizi, le caserme. I “dimostranti”, che portano sinistri simboli richiamanti al nazismo, hanno maschere antigas e armi da fuoco, cospargono di benzina e danno alle fiamme decine di chavisti, picchiano, denudano, torturano. I nostri organi di informazione intanto accusano di tutto ciò la repressione governativa. Un profondo conoscitore delle dinamiche in quello scacchiere, Gianni Minà, ha dichiarato: “Bisogna avere in mano i dati dei morti, prima di parlare. Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pérez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Betto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali?”.

Forse alcuni episodi di violenza, talvolta evitabili, avvenuti in Italia durante la Resistenza, per mano dei nostri partigiani – che oggi si tende a strumentalizzare per supportare un'operazione di revisionismo storico – possono oscurare le ragioni della guerra di liberazione e le responsabilità del nazifascismo?

La rivoluzione, ebbe ad affermare Mao, non è un pranzo di gala. Quando un percorso rivoluzionario avviato entra in crisi, il rischio che venga risucchiato da una controrivoluzione è immenso e l'immobilismo non aiuta certo ad evitarlo. Occorrono coraggio, determinazione, idee e iniziativa per rafforzarlo e sconfiggere i controrivoluzionari, contrattaccando se è necessario. Come ha affermato il comunista portoghese Albano Nunes, “Una rivoluzione che non si difenda con tutte le armi a sua disposizione è una rivoluzione perduta”. E per difendersi la rivoluzione dovrà operare ancora altre rotture rispetto allo status quo e a un sistema economico ancora ampiamente garante dei “diritti” della proprietà. Per dirla con leparole di Rosa Luxemburg citate a proposito dalla compagna Geraldina Colotti, “o avanzare con molta celerità e decisione, abbattendo con mano ferrea tutti gli ostacoli e ponendosi sempre ulteriori mete, o essere ributtati assai presto dietro le alquanto indebolite posizioni di partenza, ed essere schiacciati dalla controrivoluzione. Fermarsi, segnare il passo, rassegnarsi con la prima meta raggiunta, sono fenomeni sconosciuti nelle rivoluzioni”.

Nell'impossibilità di governare, Maduro ha usato alcuni articoli della costituzione per convocare un’Assemblea costituente, che desse un nuovo ordine al Venezuela e rilanciasse gli scopi sociali della rivoluzione, istituzionalizzasse le forme di democrazia sorte spontaneamente dal basso e adottasse strumenti giuridici per procedere a una riorganizzazione economica. Il coro dei media non dice che la Costituzione del 1999 prevede il suo perfezionamento per approfondire il carattere popolare del processo bolivariano. In questo quadro costituente, l'elezione dell'Assemblea costituente è pienamente legittima ed è espressione del “potere originario” del popolo.

L'Assemblea costituente è stata eletta con metodi la cui democraticità nessun osservatore e nessuna agenzia imparziale ha potuto mettere in discussione. Nonostante il boicottaggio, otto milioni di venezuelani sono andati alle urne e hanno nominato 545 membri della Costituente. USA e UE hanno denunciato questi avvenimento come la premessa di una dittatura, ma già diciotto anni prima chiamavano “dittatoriale” la costituzione chavista che ora il popolo venezuelano vuole modificare.

La pericolosità della situazione è testimoniata dalle minacce di Trump di un intervento militare, annunciato dal segretario di stato Usa e dal capo della Cia, e dall'inasprimento delle sanzioni economiche. Entrambe le misure sono illegittime rispetto sia al diritto internazionale che a quello degli Stati Uniti, ma sappiamo come la legge possa essere piegata agli interessi imperialistici. L'imperialismo vuole rimpossessarsi del petrolio venezuelano, e per questo vogliono abbattere Maduro, a costo di bruciare vive le persone o incendiare ospedali e asili.

Dopo il successo elettorale di Maduro alle elezioni regionali, le elezioni presidenziali del 20 maggio saranno un importante banco di prova che potrà o rafforzare il percorso rivoluzionario o accrescerne le difficoltà. Le destre hanno manifestato segnali di divisione e il Mud ha deciso di non presentarsi e di boicottare le elezioni. L’avversario più temibile di Maduro è Henri Falcon, ex chavista e ora duro oppositore del successore di Chavez e che intende riportare il Venezuela a prima della rivoluzione. Anche nel caso di una vittoria di Maduro, il pericolo costituito dalla destra eversiva sostenuta dagli Usa rimane grave. Una sconfitta sarebbe invece letale.

Di fronte all'alternativa fra la normalizzazione del Venezuela e il chavismo bisogna pronunciarsi. Al di là delle contraddizioni, degli errori e dei limiti che hanno caratterizzato la rivoluzione in corso, i traguardi da essa raggiunti fanno pendere nettamente verso il positivo il suo bilancio ed è auspicabile che venga messa in salvo, sconfiggendo l'aggressore nordamericano e i suoi lacchè. Non dobbiamo stare in disparte e tanto meno allinearci ai pianti dell'informazione mainstream. Ci spetta manifestare il nostro appoggio alla rivoluzione bolivariana e ai comunisti venezuelani che sono alleati di Maduro e premere perché i nostri governi rimuovano le sanzioni economiche. La strategia Usa di riconquista di quello che considerano il proprio giardino di casa deve fallire. Non si tratta solo della doverosa solidarietà internazionale ma di un preciso interesse di chi si pone l'obiettivo di cambiare il mondo in senso socialista, perché intorno a queste vicende si giocano le prospettive del fronte antimperialista e antiliberista mondiale che ha molto da sperare e da apprendere dal laboratorio latinoamericano. “Se il Venezuela crolla, crolla l'umanità”, hanno sentenziato Noam Chomsky e John Pilger su Telesur.

E noi, stiamo a guardare?

19/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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