In Siria la partita cruciale

La stretta di mano di Vienna potrebbe cambiare molte cose anche per la Siria. Da quattro anni nel piccolo Paese arabo si vive, e spesso si muore, a causa di una guerra civile che sempre più si sta trasformando in una spietata guerra di conquista da parte di milizie di predoni armati e addestrati da potenze straniere (oltre 191mila vittime fino all'agosto dello scorso anno, secondo dati delle Nazioni Unite, e 10 milioni e mezzo di siriani tra sfollati e fuggiti in altri paesi su 23 milioni 695mila abitanti complessivi).  


In Siria la partita cruciale

Il recente accordo sul nucleare tra Iran e Occidente offre una possibilità di soluzione positiva al conflitto nel piccolo Paese mediorientale, ma i pericoli di una escalation militare tra l'Iran alleato di Assad e le potenze reazionarie (Turchia, Arabia Saudita, Qatar) che, più o meno palesemente, sostengono i jihadisti è molto forte. Serve una mobilitazione popolare internazionale che faccia tacere le armi, chiuda i finanziamenti ai terroristi di Al Nusra e dell'Isis per costruire un'autentica democrazia sull'esempio della regione curda della Rojava. In caso contario, il confronto armato locale rischia di diventare l'anteprima di un grave scontro internazionale come accadde alla guerra civile spagnola nei confronti della seconda guerra mondiale.  

di Stefano Paterna

 La stretta di mano di Vienna potrebbe cambiare molte cose anche per la Siria. Da quattro anni nel piccolo Paese arabo si vive, e spesso si muore, a causa di una guerra civile che sempre più si sta trasformando in una spietata guerra di conquista da parte di milizie di predoni armati e addestrati da potenze straniere (oltre 191mila vittime fino all'agosto dello scorso anno, secondo dati delle Nazioni Unite, e 10 milioni e mezzo di siriani tra sfollati e fuggiti in altri paesi su 23 milioni 695mila abitanti complessivi).

Il recente accordo sul nucleare, siglato nella capitale austriaca da Iran, Usa e Paesi occidentali in genere (ma con diverse incognite sullo sfondo), offre nuove possibilità di soluzione al conflitto siriano ma non può, di per se stesso, risolverlo: quella in Siria rimane in ogni caso la frattura di attrito potenzialmente più pericolosa attiva al momento sullo scenario mediorientale e non solo. Per un gioco di reazioni geopolitiche a catena, le sorti della guerra sono pesantemente condizionate dalla presenza di attori non siriani: il governo di Damasco presieduto da Bashar al Assad è espressione e garanzia di una serie di soggetti sociali e statuali che non possono consentirne la caduta. Innanzitutto, la minoranza religiosa alauita (vicina allo Sciismo) che in Siria esprime da più di quarant'anni la classe dirigente politica e militare (ma non quella economica) e, in secondo luogo, tutte quelle minoranze - tra cui quella cristiana o quella curda - che il regime del partito Baath ha trattato con un relativo grado di tolleranza.  

Fuori dei confini siriani, Assad è sostenuto tradizionalmente dalla Russia, il cui unico approdo fisso nel Mediteranneo è garantito proprio dall'utilizzo del porto di Tartus, dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah e, sopratutto, dalla Repubblica Islamica dell'Iran. Per quest'ultima, in particolare, il regime siriano è fondamentale per fornire continuità territoriale all'asse sciita rivoluzionario che parte da Teheran e si prolunga sino a Beirut, passando appunto per Damasco, e che si contrappone da una parte al fronte islamico conservatore capeggiato dall'Arabia Saudita e dall'altra a Israele. Ora, l'esercito arabo siriano di Assad in guerra dal 2011, sino allo scorso anno avrebbe perso più di 45mila tra soldati e ufficiali e, secondo alcune fonti, sarebbe di fronte a un fenomeno di oltre 70mila giovani renitenti alla leva. Sull'altro fronte, nello stesso periodo di tempo, le varie milizie integraliste hanno perduto oltre 35 800 uomini, ma registrano un ininterrotto afflusso di combattenti reclutati in tutto il mondo, grazie alle ingenti risorse finanziarie e mediatiche messe a disposizione di questi tagliagole da parte di “generosi sostenitori”, con la copertura delle monarchie petrolifere del Golfo e dalla Turchia di Erdogan, membro certificato della Nato. Il tutto, è ovvio, senza che nessuna delle cosiddette potenze democratiche dell'Occidente dedichi alla vicenda troppa attenzione.

Il fatto che in queste condizioni Assad non sia crollato è già un risultato rimarchevole, dovuto al dispiegamento diretto in battaglia dei guerriglieri di Hezbollah e indiretto di “volontari” iraniani e iracheni nonchè alla incredibile capacità dei compagni curdi della regione siriana della Rojava di sconfiggere l'Isis e di insidiarlo, ormai, sino alle porte della sua capitale, Raqqa, città dell'est siriano. Tuttavia, fino alla fine del mese di maggio di quest'anno, le capacità offensive dell'esercito di Damasco sono state particolarmente limitate dalla penuria di truppe. Un periodo che ha visto l'avanzata sia dell'Isis, sulla storica città di Palmyra, sia di altre forze jihadiste, nel sud del Paese al confine con il Libano, sia nel nord, nell'area di Idlib. Ora, nel mese di giugno e luglio, i segnali sono piuttosto contradditori: su Aleppo si è scatenata la furia di Al Nusra (braccio siriano di Al Qaida e dei suoi alleati) che, però, ha incontrato la tenace resistenza dell'esercito regolare, il quale ha avuto anche la forza di strappare agli integralisti la cittadina meridionale di Al Zabardani e di marciare di nuovo verso Palmyra.  

Sino a qualche settimana, gli analisti si attendevano una grande offensiva delle forze fedeli ad Assad per la fine di giugno. All'uopo era stata indicata la presenza del generale iraniano Qassem Suleimani a Damasco (su questa figura vedere il precedente articolo http://www.lacittafutura.it/giornale/l-iran-nel-grande-gioco-del-medio-oriente.html) come un segnale dell'imminente passaggio all'offensiva. E' possibile che la necessità di chiudere l'accordo con l'Occidente abbia imposto sinora una maggiore cautela all'Iran ma la fine dell'embargo potrebbe consentire ora un impegno economico e militare maggiore. Un effetto simile e speculare potrebbe aversi nella determinazione degli alleati dell'Isis e di Al Nusra che vanno dalla Turchia, al Qatar e ai sauditi. Il rischio di una escalation militare rimane pertanto concreto anche al di là dei confini siriani (Yemen e Iraq sono lì a testimoniarlo). Il conflitto siriano rischia di diventare l'anteprima di un grave scontro internazionale, così come accadde alla guerra civile spagnola nei confronti della seconda guerra mondiale.  

Già nelle scorse settimane il nuovo assalto del cosiddetto Stato Islamico a Kobane, in cui i curdi vedono giustamente lo zampino di una Turchia in cerca di rivincite dopo la sconfitta elettorale di Erdogan, dimostra il cinismo delle potenze imperialiste internazionali e regionali.
Lo stesso accordo, visto nell'ottica occidentale, consente agli Usa di proseguire a barcamenarsi tra gli alleati tradizionali (Arabia Saudita, Israele, Turchia) e la collaborazione con l'Iran, rinfocolando le rivalità e la presenza militare americana, grazie alla pseudo guerra contro l'Isis.
Oggi più che mai c'è bisogno di una pressione popolare internazionale che imponga la fine del conflitto armato in Siria, l'interruzione dei finanziamenti alle formazioni terroristiche jihadiste e l'implementazione di una vera democrazia popolare sull'esempio delle regione curda della Rojava.  

Sulle difficoltà dell'Esercito Arabo Siriano:
http://www.analisidifesa.it/2015/07/assad-ha-bisogno-di-truppe/  

 

 

16/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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