Kobanê si è liberata. Ma la lotta continua ...

Medya Murad, nome di battaglia Hebûn Sinya o Hebûn Derik, comandante delle Unità di Difesa delle donne curde, YPJ, è caduta a Kobanê nei combattimenti contro l’organizzazione terroristica IS. Lo apprendiamo qualche giorno dopo l'atteso annuncio della liberazione della città, dopo quattro mesi di assedio da parte dei miliziani dello Stato Islamico e di sfacciato contrasto all'invio di aiuti e sostegno ai resistenti – considerati “terroristi” del PKK - da parte del governo turco attraverso il confine a Nord, quarto lato del fronte. 


Kobanê si è liberata. Ma la lotta continua ... Credits: foto di Wasim Darwish https---www.flickr.com-photos-62631571@N07-with-15364094743-

Kobanê non è caduta perché in migliaia l'hanno difesa. Hanno difeso un modello di società, un progetto sociale ispirato all'autogoverno dal basso, alla cogestione fra le differenti componenti linguistiche, etniche e religiose, all'economia sociale, alla parità fra i generi. La “terza via”, né con l'una né con l'altra potenza, è un insegnamento per tutta la sinistra europea e occidentale.

di Alessia Montuori*  

Medya Murad, nome di battaglia Hebûn Sinya o Hebûn Derik, comandante delle Unità di Difesa delle donne curde, YPJ, è caduta a Kobanê nei combattimenti contro l’organizzazione terroristica IS. Lo apprendiamo qualche giorno dopo l'atteso annuncio della liberazione della città, dopo quattro mesi di assedio da parte dei miliziani dello Stato Islamico e di sfacciato contrasto all'invio di aiuti e sostegno ai resistenti – considerati “terroristi” del PKK - da parte del governo turco attraverso il confine a Nord, quarto lato del fronte. 

Un altro volto e un'identità disvelati dopo la caduta. Importante è svelare quel volto, quel nome. C'è una compagna in carne e ossa, che ha lottato e dato la vita per quello in cui credeva, dietro quel volto per sempre giovane e dentro quel nome. Cadeva mentre si liberava la città, veniva da Derik, non molto lontano. E credeva in una vita libera, da difendere anche a costo della vita. Ha lottato per mantenere viva l'utopia dell'autonomia democratica, un progetto sociale ispirato all'autogoverno dal basso, alla cogestione fra le differenti componenti linguistiche, etniche e religiose, all'economia sociale, alla parità e compartecipazione fra i generi. 

Utopia vissuta, elaborata dal presidente Abdullah Öcalan e che si pratica da anni nel Kurdistan del Nord (Turchia) sotto il tallone della repressione statale, e più liberamente da due anni e mezzo in Rojava, Kurdistan occidentale (Siria), dopo la cacciata dell'esercito di Assad, e ancora sotto attacco prima di Al-Nusra e poi dello Stato Islamico, che ha un progetto di “società” diametralmente opposto: totalitarismo e omogeneizzazione, nessun dissenso tollerato, barbare uccisioni, schiavitù. Con “marketing del terrore” di fattura occidentale e economia capitalistica di rapina.

Per questo Kobanê non è caduta, perché a decine, a centinaia, a migliaia l'hanno difesa, e nel farlo hanno difeso quel modello di società: la volontà di un popolo non si piega con le bombe. Altri sono accorsi in soccorso: militanti della sinistra rivoluzionaria turca, internazionalisti di vari paesi. E altri hanno formato una catena umana per sostenere, controllare, fare controinformazione dal basso, organizzare gli aiuti umanitari ai profughi, sostenuti solo a parole dalla Turchia, che nei fatti sosteneva l'IS. E per questo Kobanê, e non solo, va ancora difesa e sostenuta, oltre che ricostruita. Il cantone è ancora sotto attacco: procede la liberazione dei villaggi vicini, ma permane la sproporzione fra l'equipaggiamento militare a disposizione e i rifornimenti garantiti agli invasori. Mentre non c'è traccia del corridoio umanitario richiesto dalla popolazione della città e del cantone. Inoltre proseguono gli scontri in altre parti del Kurdistan, sia in Siria che in Iraq. 

La “terza via” dei curdi siriani è anche un rifiuto del sistema globale, che impone di schierarsi con l'una o l'altra potenza, con il suo portato di oppressione e sfruttamento: la lezione di Kobanê deve essere questa, ed è quindi importante che si operi per il riconoscimento di quell'esperienza, che contiene una speranza di pace e di convivenza per tutta la regione e perfino per il Medio Oriente, ma che in potenza è un modello possibile per tutta l'umanità. Cosa fare per dare il nostro contributo e sostegno come sinistra europea? In una condizione che vede ormai i popoli ostaggio di governi che prendono ordini dalle banche, ingabbiati in una democrazia formale che è solo un pallido ricordo di democrazia? 

Il 24 e 25 gennaio scorsi la rete italiana di solidarietà con il popolo kurdo, o Rete Kurdistan Italia (www.retekurdistan.it), una costellazione di associazioni, gruppi informali, organizzazioni sindacali di base, centri sociali, collettivi di donne, anarchici, oltre a singoli attivisti e giornalisti e studiosi, si è riunita in un'affollata assemblea a Bologna, e si è data un programma di lavoro, per mantenere alta l'attenzione e il sostegno concreto all'utopia del confederalismo democratico, in Kurdistan come altrove. Informazione corretta, progetti per aiuti umanitari in Rojava e per i profughi di Kobanê e Şengal, gemellaggi e patti di amicizia, delegazioni al prossimo Newroz in Turchia e alle elezioni in giugno, delegazioni in Rojava, iniziative culturali e campagne politiche, tra cui il rilancio della campagna per togliere il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) dalla lista delle organizzazioni considerate “terroristiche”, lancio della Mezzaluna Rossa Curda in Italia: queste alcune fra le tante idee e proposte, alcune già attivate, altre da attivare e promuovere. 

Se la resistenza di Kobanê ha avuto l'effetto di mettere in moto tutto questo anche in Europa e in Italia, è già un risultato bellissimo: ed è il miglior modo – praticare l'utopia anche qui, con i nostri mezzi e obiettivi adeguati per le nostre battaglie – per onorare i martiri di questa lotta. Da  Hebûn a Arîn, da Paramaz a Kader, uccisa al confine dall'esercito turco; nomi da non dimenticare contro le politiche e gli interessi delle potenze e degli stati che non malediremo mai abbastanza per aver contribuito a creare tanta devastazione.

 

*Senzaconfine - Rete Kurdistan Italia

 

07/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: foto di Wasim Darwish https---www.flickr.com-photos-62631571@N07-with-15364094743-

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L'Autore

Alessia Montuori

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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