La costruzione di un nuovo nemico dell’occidente: il radicalismo islamico

Un bilancio storico per risalire alle cause profonde della guerra di civiltà contro il radicalismo islamico.


La costruzione di un nuovo nemico dell’occidente: il radicalismo islamico

A quindici anni dai tragici attentati terroristici, vero e proprio casus belli per la guerra di civiltà contro il radicalismo islamico, è indispensabile fare un bilancio storico, per risalire alle cause profonde di questo conflitto. Sin dai tempi antichi, lo spettro del nemico esterno e la conseguente guerra contro di esso, è stato funzionale al potere, che si è cementificato imponendo la pace sociale all’interno, indispensabile alla salvaguardia di privilegi sempre meno funzionali allo sviluppo economico e sociale.

di Renato Caputo

Con la dissoluzione del “blocco sovietico”, il fantasma del comunismo non appariva più in grado, da solo, di tenere insieme le classi dominanti e dirigenti occidentali. Ciò ha favorito il riesplodere della conflittualità interimperialista, solo in parte attenuata dalla forma tendenzialmente transnazionale che è venuto assumendo il capitale finanziario. Con il dileguare del “fantasma del comunismo”, tendeva a dileguare anche il fantasma del totalitarismo, l’ombra inquietante della quale – sfruttando le contraddizioni reali nei processi di transizione al socialismo – l’ideologia dominante aveva abilmente proiettato sul comunismo, presentandolo come una distopia. In tal modo diveniva decisamente più arduo per la grande borghesia mantenere l’egemonia, ossia il proprio dominio di classe con il consenso dei subalterni e cementificare l’adesione in funzione subordinata di ceti medi e piccola borghesia al blocco sociale dominante.

Vi era dunque l’urgenza di favorire la costruzione di un nuovo nemico globale in grado di ricompattare il fronte imperialista, il mondo occidentale in primis, all’interno del quale il processo di unificazione economica europea e, in seguito, la moneta unica mettevano in discussione il signoraggio del dollaro, indispensabile a coprire le crescenti voragini nella bilancia commerciale statunitense, acuendo i conflitti interimperialistici. La costituzione di un nuovo nemico globale era altresì indispensabile per giustificare il mantenimento di enormi spese militari, che rischiavano altrimenti di apparire superflue, soprattutto in una fase di crisi in cui si assiste a un costante ridimensionamento delle spese sociali. In tal modo, oltre a scaricare gli effetti della propria crisi sui subalterni – dal momento che le spese militari ricadono sulle tasse che il capitale riesce spesso e volentieri a evadere trovando rifugio nei paradisi fiscali – la produzione di armi consente di scaricare gli effetti negativi della crisi all’estero: vendendo le armi nei conflitti che si è contribuito ad alimentare e, attraverso le devastazioni belliche, facendo spazio a nuovi investimenti per i capitali sovraprodotti in patria.

Del resto, gli effetti negativi della crisi, che dalla seconda metà degli anni Settanta sono stati sempre più scaricati dalla politica dei sacrifici e dell’austerità sui ceti sociali subalterni, favorivano l’indebolimento della capacità di egemonia della classe dominante. La caduta tendenziale del tasso di profitto, dovuta all’aumento della componente costante del capitale su quella variabile, l’unica che produce un valore aggiunto, e resa a sua volta necessaria dal crescere della concorrenza in fase di crisi, imponeva la riduzione, oltre che delle spese sociali, ossia del salario indiretto, anche di quello diretto, la busta paga, e di quello differito, le pensioni. Tanto più che con la crisi e la meccanizzazione della produzione cresceva inevitabilmente la disoccupazione e con essa decresceva la possibilità per il proletariato di fare blocco per difendere il potere d’acquisto del salario e impedire almeno l’aumento dei ritmi e dell’orario di lavoro.

Del resto con il dileguarsi del fantasma del comunismo tendeva a venire meno, per il blocco sociale dominante, anche l’esigenza di favorire la formazione di una aristocrazia operaia volta a dividere il fronte della forza lavoro fra più e meno “garantiti”. Tanto più che la stessa possibilità di redistribuire una parte per quanto minoritaria degli extraprofitti si restringeva a causa della caduta del tasso di profitto, dall’indebolimento delle capacità rivendicative della forza lavoro, della crisi dello stesso spirito dell’utopia, tenuto precedentemente a bada dal blocco sociale dominante con la concessione di una politica di riforme, base strutturale di ogni rivoluzione passiva.

Del resto con la crisi anche il ceto medio e la stessa piccola e media borghesia subivano un processo di progressiva proletarizzazione, dal momento che, restringendosi gli spazi di investimento, generalmente solo i grandi investitori riescono a sopravvivere. In tal modo la base sociale della classe dominante si restringeva sempre di più e con essa la sua capacità di egemonia.

Inoltre, la semplificante identificazione fra “socialismo reale” e totalitarismo finiva per far venir meno con lo spettro del primo anche la capacità del secondo di rendere minoritario il blocco sociale antagonista al dominio del capitale finanziario. Così la fine del “secolo breve” e la crisi dell’ideologia dominante – che proclamava la fine delle ideologie, in funzione della naturalizzazione del pensiero unico – lasciava lo spazio al risorgere di un vasto movimento di protesta contro la globalizzazione neoliberista. Tale rilancio di un fronte di resistenza dei subalterni, capace di egemonizzare strati significativa della stessa società civile occidentale, segnava la rinascita dello spirito dell’utopia, del principio speranza che un “mondo migliore” era possibile e sempre più necessario. Sorgeva così un nuovo spettro a turbare i sonni dei privilegiati, peraltro sempre più ridotti in termini numerici: un movimento di contestazione potenzialmente globale difficilmente tacciabile di essere il prodotto della vecchia ideologia, per altro fallita dal momento che avrebbe dato vita a regimi ancora più totalitari di quelli borghesi.

Ecco che l’esigenza storica di favorire la costituzione di un nuovo nemico globale diveniva ancora più urgente. A questo proposito il principale candidato su cui puntare appariva necessariamente il radicalismo islamico. Tanto più che in questa direzione si stava in modo più o meno consapevole e organico operando da oltre un ventennio. Anche perché vi erano una serie di condizioni oggettive che favorivano questo progetto. Fra di esse occorre ricordare in primo luogo la oggettiva sconfitta delle alternative progressiste al neocolonialismo imperialista che si erano sviluppate nel mondo arabo. Tale crisi non riguardava soltanto le forze socialiste, già rese minoritarie da una serie di errori nel passato e ora divenute marginali dopo il crollo del blocco sovietico, ma lo stesso modello panarabo e laico, che possiamo definire nasseriano in senso lato.

Anche in questo caso le cause storiche di tali crisi hanno origini endogene ed esogene. Da una parte, infatti, le potenze imperialiste hanno visto nel socialismo in primis e nel nasserismo in secondo luogo il nemico principale da abbattere, non esitando a favorire l’affermazione di un populismo reazionario, su basi religiose, che contendesse l’egemonia sulle masse arabe alla sinistra e al centro-sinistra laico. Dall’altra parte le difficoltà strutturali a costruire un modo di produzione superiore in paesi storicamente più arretrati e la scarsa capacità, vista anche l’arretratezza culturale ereditata, di costruire un collettivismo che valorizzi e non limiti la libertà dei moderni, ovvero la libertà dell’individuo, hanno favorito la perdita di capacità egemoniche sia all’alternativa socialista, sia a quella nasseriana.

Tanto più che l’oppressione del mondo arabo non è legata soltanto a elementi strutturali, allo scambio ineguale, al meccanismo del debito, ossia alle forme di dominio meno appariscente elaborato dal neocolonialismo, ma si presenta in modo scoperto in primis nel sostegno imperialista al “colonialismo sionista”, in secondo luogo nelle aggressioni, a partire dalla prima guerra del Golfo, contro quei paesi che in un modo o nell’altro ostacolavano il dominio neoimperialista. Se a ciò si aggiunge il razzismo sempre più diffuso nei riguardi delle popolazioni di origine islamica, costretta a emigrare in paesi a capitalismo avanzato, si comprende che lo sviluppo di forze antagoniste sia in qualche modo necessario. Ora però si può essere antagonisti al capitalismo nella sua forma superiore di sviluppo imperialista sia in modo progressivo che reazionario, ossia si può battersi per una società più razionale e favorevole all’emancipazione del genere umano o per una società del passato remoto, ancora più irrazionale e oggettivamente schierata per la de-emancipazione dell’umanità dallo stesso capitalismo. È anche evidente, come dimostra la storia, che un movimento anticolonialista reazionario come quello dei Boxer o del fondamentalismo islamico, sia più facilmente reprimibile dall’imperialismo di un movimento progressista, democratico o socialista. Anche perché, nel primo caso, è più facile conquistare l’egemonia sui subalterni a favore delle politiche imperialiste anche in occidente ed è più facile ricomporre le contraddizioni interne del fronte imperialista, al solito a favore del più forte.

Così l’imperialismo ha fatto di tutto per contrastare prima il movimento socialista e poi, marginalizzato il primo anche grazie al supporto del nasserismo, anche quest’ultimo, favorendo in modo più o meno consapevole, più o meno diretto, l’affermazione di un vasto movimento più o meno conservatore e reazionario, su basi fondamentaliste religiose. In tal modo la bandiera della lotta all’imperialismo è stata progressivamente strappata – con la complicità più o meno consapevole del neocolonialismo – dalla Palestina all’Iran alle forze socialiste e più in generale laiche, lasciandola così nelle mani del radicalismo islamico, portatore di una visione del mondo decisamente meno universalista e progressista. Questo ha favorito in occidente la demonizzazione di ogni forma di resistenza in cui prevalgono forze islamiste, in quanto portatrici di una soluzione che appare, sotto molti aspetti, peggiore del male che intende curare.

Tanto più che al prevalere, nella guerra di posizione nelle società civile del mondo arabo e, più in generale islamico, delle forze della reazione su quelle della ragione, hanno dato un contributo decisivo da una parte, a livello strutturale, gli investimenti dei regimi dispotici del Golfo Persico – per altro i più fedeli alleati dell’imperialismo – e, dall’altra, il finanziamento a livello sovrastrutturale di visioni del mondo irrazionaliste e antiscientifiche. Da una parte i petrodollari del dispotismo islamista hanno consentito la diffusione sia nei paesi islamici sia fra gli emigrati di una visione del mondo mitologico-religiosa particolarmente reazionaria, che ha la sua base nel wahhabismo e che costituisce il brodo ideologico da cui si sviluppa l’attuale Jihadismo. Dall’altra, la lotta della borghesia per difendere i propri privilegi – sempre più irrazionali e particolaristici – contro la ragione, in quanto tale universale, ha contribuito a indebolire e screditare a livello globale le concezioni del mondo scientifico-filosofiche progressiste, che costituiscono il più saldo argine alla resistibile riscossa del fondamentalismo religioso.

15/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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