La giornata ONU per la Palestina occasione per denunciare l’impunità di Israele

Il 29 novembre cade l’annuale giornata delle Nazioni Unite di solidarietà con il popolo palestinese. Quest’anno, inoltre, è stato designato dall’ONU come Anno Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Le azioni di Israele della scorsa estate, gli attacchi su Gaza con più di 2.100 morti e oltre 100.000 sfollati, la forte oppressione dei palestinesi in Cisgiordania con oltre 2.000 arresti e le continue confische di terre palestinesi, ci sollecitano a riflettere su che tipo di solidarietà può fermare tale violenza e senso d’impunità.


La giornata ONU per la Palestina occasione per denunciare l’impunità di Israele Credits: @zak_says

di Stephanie Westbrook *

Il 29 novembre cade l’annuale giornata delle Nazioni Unite di solidarietà con il popolo palestinese. Quest’anno, inoltre, è stato designato dall’ONU come Anno Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Le azioni di Israele della scorsa estate, gli attacchi su Gaza con più di 2.100 morti e oltre 100.000 sfollati, la forte oppressione dei palestinesi in Cisgiordania con oltre 2.000 arresti e le continue confische di terre palestinesi, ci sollecitano a riflettere su che tipo di solidarietà può fermare tale violenza e senso d’impunità.

Già quasi dieci anni fa è stata la stessa società civile palestinese ad indicare quello che oggi viene riconosciuto come uno dei mezzi più efficaci per partecipare attivamente alla lotta dei palestinesi per i loro diritti. Nel 2005, dopo decenni di occupazione militare, oppressione e diritti negati, 170 organizzazioni palestinesi, compresi comitati popolari, reti per i diritti umani, ONG, sindacati, partiti politici, gruppi di donne, studenti e rifugiati, hanno elaborato un appello unitario per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando non rispetti il diritto internazionale.
L’appello nasce dal fallimento delle istituzioni internazionali e la data scelta per il lancio non è stata casuale. Era il 9 luglio, un anno esatto dalla storica sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegali il muro e le colonie di Israele e applicabili le Convenzioni di Ginevra. Ad un anno di distanza, la costruzione del muro e delle colonie proseguiva e gli Stati, nel migliore dei casi, chiudevano un occhio sulle violazioni di Israele, e nel peggiore, fornivano sostegno politico e materiale. I palestinesi, quindi, hanno fatto appello a noi, alle persone di coscienza e alla società civile internazionale.

Dopo anni di colloqui di pace che non hanno portato a nulla, la società civile palestinese propone un mezzo per cambiare marcia, passando dalla diplomazia e dal dialogo, che si sono mostrate essere futili se non controproducenti, alla pressione. Il movimento BDS ha anche spostato il discorso dalle discussioni su “due stati vs. uno stato” ad un approccio fondato sui diritti per creare una consapevolezza sul fatto che il numero di stati è insignificante se non sono garantiti i diritti fondamentali. Per fare ciò, l’appello BDS elenca tre specifiche richieste basate sul diritto internazionale: la fine dell’occupazione e lo smantellando del Muro; il riconoscimento di pari diritti ai palestinesi cittadini di Israele; il rispetto del diritto al ritorno per i profughi palestinesi espulsi dalle loro terre.

Queste tre richieste provengono dai tre gruppi in cui il popolo palestinese è attualmente diviso.

Quelli che vivono sotto occupazione nei territori occupati, i palestinesi cittadini di Israele e i profughi palestinesi della diaspora. È un movimento in crescita e gode di un ampio sostegno, sia in termini geografici, con campagne attive in oltre 30 paesi, Italia compresa, sia per la diversità delle organizzazioni che ne fanno parte, dai sindacati ai movimenti dal basso, dalle ONG ai gruppi religiosi. Aderiscono e si impegno attivamente nella campagna anche artisti come Roger Waters dei Pink Floyd, il regista Ken Loach e le scrittrici Alice Walker e Naomi Klein.
Quando si parla di boicottaggio, la prima cosa che viene in mente è il rifiuto di comprare certi prodotti. Però il boicottaggio è anche, e forse soprattutto, uno strumento di non collaborazione e pressione, usato in lotte come quella per i diritti civili negli Stati Uniti e quella contro l’apartheid in Sudafrica. Tra le campagne BDS internazionali, quella contro la multinazionale francese Veolia che, oltre ad avere le mani in pasta nella privatizzazione dei servizi pubblici in tutto il mondo, ha anche costruito e gestisce infrastrutture che forniscono servizi alle colonie israeliane. È difficile che un singolo individuo compri servizi direttamente dalla Veolia, ma i Comuni sì.

In Europa e negli Stati Uniti, attivisti BDS hanno sviluppato campagne contro Veolia dove questa partecipava a gare per appalti pubblici, mettendo sotto pressione gli enti locali e con grande successo. Ammontano ormai ad oltre 18 miliardi di Euro i contratti persi dalla Veolia, contando solo le gare dove c’erano campagne BDS attive. Il risultato è che Veolia si è ritirata dalle linee di autobus che servono le colonie e, più recentemente, ha annunciato che venderà le sua attività nei settori dell’energia, acqua e rifiuti in Israele.

In Italia, la campagna contro l’accordo Acea-Mekorot mira a far interrompere i rapporti tra la società idrica di Roma e quella nazionale di Israele. La Mekorot è la società che attua le politiche discriminatorie di Israele nei confronti dei palestinesi, che siano nei Territori palestinesi occupati o cittadini di Israele, per quanto riguarda l’acqua. Queste pratiche, che comprendono l’appropriazione delle risorse idriche palestinesi e la negazione dell’accesso all’acqua, sono state documentate da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch come “un mezzo per espellere i palestinese dalle loro terre”. Insieme ai movimenti per l’acqua pubblica, si è sviluppata una campagna di pressione contro Acea e il Comune di Roma, proprietario al 51%. Un importante precedente per la campagna è stata la decisione della Vitens, il primo operatore idrico dell’Olanda, di interrompere un analogo accordo con la Mekorot, citando come motivazione il proprio impegno per il diritto internazionale. Viene da chiedersi come mai il Comune di Roma e l’Acea non hanno gli stessi valori?

Con i recenti attacchi su Gaza, gli appelli per un embargo militare contro Israele sono aumentati.

L’Italia è il primo fornitore europeo di armi ad Israele, grazie soprattutto alla vendita di 30 caccia addestratori M-346 dell’Alenia Aermacchi. Due esemplari di questi caccia sono stati consegnati ad Israele proprio il giorno dopo l’inizio degli attacchi su Gaza. A provocare ancora più indignazione, la notizia della partecipazione di Israele nelle esercitazioni militari in programma in Sardegna a partire da settembre 2014. I gruppi sardi, tra movimenti per la Palestina e anti-militaristi, si sono uniti contro le esercitazioni in generale e in particolare la partecipazione di Israele. A dare manforte alla campagna sono arrivate una cinquantina di foto-appelli da Gaza con uomini, donne e bambini tra le macerie che tenevano in mano cartelli che chiedevano all’Italia di “non addestrare i piloti che ci uccidono”. Di recente, il Ministero della Difesa ha confermato che nessun personale israeliano parteciperà alle esercitazioni.

E le campagna BDS in generale si sono fatte sempre più determinate. In Gran Bretagna, gli attivisti hanno occupato le fabbriche di armi legate all’industria bellica israeliana. Negli Stati Uniti, sono stati bloccati i porti sulla costa ovest impedendo alle navi di trasporto israeliane di attraccare.

Finché Israele riesce a mantenere rapporti economici, diplomatici, culturali, scientifici e accademici con tutto il mondo e con le istituzioni internazionali, si alimenta l’immagine di un paese “normale” e democratico, anche nell’opinione pubblica israeliana, e si rafforza l’idea che può continuare impunita nelle violazioni dei diritti umani.

La campagna BDS vuole smascherare questa falsa immagine e porre fine all’impunità di cui Israele gode. La società civile palestinese, che è nelle migliori condizioni per valutare i mezzi più incisivi per ottenere i propri diritti, ha elaborato questa strategia e chiede a tutti noi di impegnarci.

Rispondere all’appello è quello che si chiama solidarietà.

* attivista campagna BDS Italia 

13/11/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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