La NATO non è un’alleanza

Gli Stati Uniti hanno bisogno delle basi militari per mantenere il loro dominio imperialista sul mondo. L’occupazione dei paesi che ospitano le sue basi si fonda sulla Nato. Cosa sta alla base della smodata ambizione Usa?


La NATO non è un’alleanza

“La NATO non è un’alleanza, costituisce piuttosto un’occupazione militare di quei paesi che furono ‘liberati’ dagli alleati nel corso della Seconda Guerra Mondiale” (di fatto vinta dallo sforzo immane dell’Unione Sovietica), il cui scopo è sempre stato quello di orientare in senso filostatunitense la politica europea e di impedire il sorgere nel nostro continente di governi ostili alla superpotenza oggi in seria crisi.

Questo concetto è ben spiegato da Manlio Dinucci, il conduttore della contro-celebrazione della NATO, il quale scrive sul Manifesto che la “Nato è un’organizzazione sotto il comando del Pentagono… è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati Uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere”, la quale può esser giustamente accusata di essersi macchiata di crimini contro l’umanità.

Da qui ha preso le mosse il recente convegno internazionale sul 70° anniversario della NATO, tenutosi a Firenze lo scorso 7 aprile [1], a cui hanno partecipato circa 600 persone, venute da tutta Italia e mostrando che nel nostro paese non tutti si identificano con la politica supinamente allineata dei nostri governi (di vari colori) ai voleri statunitensi, che – dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica e dei suoi stretti alleati – hanno scatenato sanguinose guerre e conflitti ancora in atto.

Evidentemente, il movimento contro la guerra, che aveva dato vita a formidabili manifestazioni e lentamente spentosi nel 2003, ha ancora una qualche vitalità, che il convegno si augura di poter ravvivare, costruendo un fronte internazionale contro la NATO (NATO EXIT); la quale è in continua espansione non solo in Europa, ma anche negli altri continenti (si pensi all’avvicinamento della Colombia a questo camuffato trattato militare).

Gli interventi al convegno (filmati anche assai crudi, foto, tavole rotonde, interviste) non hanno fatto altro che dimostrare la tesi enunciata ed espressa dalle parole summenzionate, facendoci comprendere a fondo che la politica internazionale non è altro che lo svolgersi inevitabilmente brutale dei rapporti di forza tra le varie potenze che si fronteggiano nello scenario contemporaneo. E ciò in piena contraddizione con la speranza, emersa nel corso del convegno, che la scelta per la pace possa scaturire dalle opzioni individuali e da un rinnovamento morale, i cui protagonisti sono i mitici “uomini di buona volontà”.

Il convegno, infatti, è stato organizzato dall’Associazione per un mondo senza guerre, dal Comitato no guerra no Nato, coordinato da Giuseppe Padovano, e dal Centro di ricerca sulla globalizzazione di Ottawa, rappresentato dal suo direttore, Michel Chossudovsky; ad esso hanno aderito Pandora TV con Giulietto Chiesa, Marx XXI, Pax Christi, un’organizzazione cattolica sorta in Francia nel 1945 e poi diffusasi in vari paesi, Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore della rivista Mosaico di pace, Vladimir Kozin, principale esperto del Centro di studi politico-militari del Ministero degli Esteri russo, Živadin Jovanović, presidente del Forum di Belgrado ed ex-ministro degli esteri serbo, il prof. Franco Cardini, Tommaso Di Francesco del Manifesto, il generale Fabio Mini, l’economista statunitense Paul Craig Roberts etc.

L’iniziativa, dunque, deve essere giudicata sicuramente opportuna ed ha riempito un vuoto significativo, apportando una grande quantità di informazioni importanti e di approfondite interpretazioni che i mass media egemoni, in particolare la nostra TV, ignorano totalmente, mirando a presentarci paradossalmente la NATO come un’organizzazione umanitaria, il cui obiettivo sarebbe la pacificazione mondiale e il rispetto dei diritti umani. Altro aspetto positivo del convegno è quello di averci presentato punti di vista sinora inascoltati come quelli di Živadin Jovanović e di Vladimir Kozin, che ha cercato di dimostrare con successo che la Russia, nonostante venga ogni giorno dipinta come una potenza aggressiva, non rappresenta una reale minaccia per l’Europa, con cui vorrebbe invece stabilire relazioni di pace e di collaborazione.

Dalla documentazione presentata al convegno si può ricavare che le origini della Nato stanno nel bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, attuato con una bomba testata su questa stessa città, che più che sconfiggere il Giappone ormai esaurito voleva lanciare un terribile avvertimento all’Unione Sovietica. Dopo il celebre discorso di Winston Churchill del 1946, con cui si dà avvio ufficiale alla guerra fredda, nello stesso anno gli Stati Uniti fecero test nucleari nelle isole Marshall nel Pacifico, trattando la popolazione di quei luoghi come cavia.

Nel luglio del 1949 l’Unione Sovietica compie il suo primo esperimento nucleare, cominciando così ad erodere il primato statunitense ed inevitabilmente mettendosi sulla pericolosa strada del continuo incremento degli armamenti, cui d’altra parte non poteva rinunciare per mantenersi in vita, autonoma e sovrana. Infatti, come afferma Chossudovsky, sin dal 1942 gli Stati Uniti avevano progettato di usare armi nucleari contro l’Unione Sovietica, mentre dal 1949 cominciano a prendere in considerazione anche la Cina. Documenti resi pubblici nel 2015 ci fanno conoscere migliaia di obiettivi in Unione Sovietica (scelti già nel 1945), nell’Europa orientale, in Cina, individuati dagli Stati Uniti e che avrebbero potuto essere colpiti durante la guerra fredda.

Nel 1955 in opposizione alla NATO e sei anni dopo la sua nascita, viene fondato il Patto di Varsavia, oggi disciolto, che comprendeva i paesi del cosiddetto socialismo reale, mentre nel 1952 gli Stati Uniti costruiscono la prima bomba all’idrogeno e la Gran Bretagna si dota della sua bomba nucleare, seguita nel 1960 dalla Francia.

Durante la famosa crisi dei missili del 1962, che ci portò a un passo dalla guerra nucleare, conclusasi con la decisione sovietica di ritirare i suoi missili, presa senza consultare l’incollerito Fidel Castro, in cambio dell’impegno statunitense di rispettare l’indipendenza di Cuba, gli Stati Uniti avevano a disposizione più di 25.500 armi nucleari, mentre l’Unione sovietica poteva disporre solo di 3.350 analoghi ordigni. Negli anni ’80 le testate erano diventate in totale circa 70.000, mentre attualmente esse si sono ridotte a 9.000, forse per lo sviluppo di altre armi ugualmente letali, ma sempre in grado di distruggere più volte il pianeta e i suoi abitanti.

L’occupazione dei paesi ‘liberati’ ha portato alla loro militarizzazione, dal momento che sono stati obbligati ad ospitare numerose basi statunitensi (attualmente nel mondo sarebbero circa 800), totalmente indipendenti dalle autorità locali e li ha costretti a pagare il loro mantenimento e funzionamento, sottraendo sempre più risorse alle spese sociali in linea con la politica neoliberista affermatasi con la crisi degli anni ’70 e con il successivo crollo dell’Unione Sovietica. Tale militarizzazione ha comportato il posizionamento di bombe nucleari, in paesi, come l’Italia, che si dichiarano non-nucleari, violando così il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Nel nuovo contesto del post-guerra fredda, che avrebbe dovuto condurci ad un mondo senza tensioni, nonostante le assicurazioni fornite nel 1991 a M. Gorbaciov, il quale ha inviato al convegno il suo saluto augurale [2], sulla non espansione militare occidentale ad est, gli Stati Uniti scatenano la prima guerra del Golfo per assicurarsi il dominio delle risorse petrolifere ivi presenti e per lanciarsi come potenza globale volta ad impedire il sorgere di un nuovo antagonista nella ex Unione Sovietica o in un altro luogo (evidentemente avendo fatto i conti senza l’oste).

A questo intervento non partecipa direttamente la Nato, ma fornisce tutto l’appoggio necessario alla coalizione, formata da Stati Uniti, sotto la guida di Bush senior, da Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna, Olanda etc. Come è noto, a questo sanguinoso conflitto sono seguiti lo smembramento violento della Jugoslavia, dal 1999 l’inglobamento nella NATO dei paesi ex socialisti, l’occupazione strategica dell'Afghanistan, incuneato tra la Comunità degli Stati indipendenti, l’Iran e la Cina, dopo il cosiddetto attentato delle Torri Gemelle, presuntamente compiuto da terroristi sauditi, la seconda guerra del Golfo contro l’Iraq con l’uccisione di Saddam Hussein e le false prove sulle armi di distruzioni di massa, la guerra alla Libia con l’uccisione in diretta del suo leader Gheddafi, la guerra alla Siria scatenata da attentati e dal finanziamento di oppositori al governo di Bashar Assad (oltranzisti islamici già usati in Afghanistan e in altre occasioni) [3].

Questi interventi sono ideologicamente supportati dalla trasformazione della NATO, avvenuta in un vertice tenutosi a Washington nell’aprile del 1999, in concomitanza con l’aggressione alla Jugoslavia, nel corso del quale si stabilisce che i membri dell’organizzazione potranno intervenire anche per risolvere le crisi non previste dall’articolo 5 del Trattato. Questo precisava che essi avrebbero dovuto sostenere un alleato stanziato nell’area nord-atlantica se attaccato; ora invece possono “condurre operazioni anche al di fuori del territorio dell’Alleanza”.

Inoltre, come nota Chossudovsky nel suo intervento, la situazione presente è assai peggiorata, dato che “le salvaguardie dell’era della guerra fredda sono state demolite. Il concetto di Distruzione Mutua Assicurata relativo alle armi nucleari è stato sostituito dalla Dottrina della guerra nucleare preventiva”. Quest’ultima si fonda sulla possibilità di utilizzare le armi nucleari per un primo attacco, con la scusa che si tratta di bombe a bassa potenza (mininukes), tanto che il Senato degli Stati Uniti ha approvato il loro impiego in una ipotetica guerra convenzionale, in particolare contro l’Iran e la Corea del Nord. Tali bombe nucleari tattiche, considerate sicure per la popolazione circostante, perché l’esplosione avverrebbe sotto terra, hanno una potenza compresa fra un terzo e 12 volte (!) di quella di Hiroshima. Naturalmente, oltre al pericolo di una guerra nucleare, dobbiamo aggiungere altri strumenti aggressivi come le sanzioni, i sabotaggi, la guerra cibernetica etc., il cui impiego si sta facendo sempre più frequente nella misura in cui il diritto internazionale si sta sgretolando soprattutto per le scelte dei governi degli Stati Uniti e di Israele.

Per consentire la comprensione della situazione internazionale attuale i temi qui indicati debbono essere ricomposti in uno schema interpretativo convincente, soprattutto se si ha l’obiettivo di organizzare un movimento internazionale contro la guerra in tutte le sue forme. Ed è qui che viene fuori la debolezza ideologica del convegno, tutto inquadrato in una prospettiva geopolitica che sostanzialmente interpreta tali pericoli mettendo l’accento sulla prepotenza e sull’arroganza degli Stati Uniti, ossessionati dalla folle brama di mantenere salda la loro presa sul mondo. Si veda la dichiarazione finale del convegno che pubblichiamo più sotto per farsi un’idea dei limiti di tale approccio.

Nonostante Chossudovsky abbia parlato di politica imperialistica, nessuno ha spiegato che l’imperialismo, e quindi la guerra, sgorga dalle stesse contraddizioni della società capitalistica, che con le sue imprese transnazionali ha un inesauribile bisogno di conquistare nuovi mercati, nuove risorse, manodopera sempre più sfruttata, di trovare investimenti più remunerativi, pena il non raggiungimento del suo obiettivo primario: il profitto. Se, pertanto, le cose stanno effettivamente così, sicuramente cruciale resta il problema dell’informazione e del coinvolgimento, sottolineato dai convegnisti, ma è indispensabile dar corpo a un efficace strumento politico che sposti le relazioni di forza a vantaggio degli sfruttati, dei disoccupati, dei lavoratori, rompendo radicalmente con una struttura che può generare una guerra totale e trasformare la terra in un desolato deserto.

DICHIARAZIONE DI FIRENZE

PER UN FRONTE INTERNAZIONALE NATO EXIT

Il rischio di una grande guerra che, con l’uso delle armi nucleari potrebbe segnare la fine dell’Umanità, è reale e sta aumentando, anche se non è percepito dall’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’incombente pericolo.

È di vitale importanza il massimo impegno per uscire dal sistema di guerra. Ciò pone la questione dell’appartenenza dell’Italia e di altri paesi europei alla NATO.

La NATO non è una Alleanza. È una organizzazione sotto comando del Pentagono, il cui scopo è il controllo militare dell’Europa Occidentale e Orientale.

Le basi USA nei paesi membri della NATO servono a occupare tali paesi, mantenendovi una presenza militare permanente che permette a Washington di influenzare e controllare la loro politica e impedire reali scelte democratiche.

La NATO è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati Uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

La guerra di aggressione condotta dalla NATO nel 1999 contro la Jugoslavia ha aperto la via alla globalizzazione degli interventi militari, con le guerra contro l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri paesi, in completa violazione del diritto internazionale.

Tali guerre vengono finanziate dai paesi membri, i cui bilanci militari sono in continua crescita a scapito delle spese sociali, per sostenere colossali programmi militari come quello nucleare statunitense da 1.200 miliardi di dollari.

Gli USA, violando il Trattato di non-proliferazione, schierano armi nucleari in 5 Stati non-nucleari della NATO, con la falsa motivazione della «minaccia russa». Mettono in tal modo in gioco la sicurezza dell’Europa.

Per uscire dal sistema di guerra che ci danneggia sempre più e ci espone al pericolo imminente di una grande guerra, si deve uscire dalla NATO, affermando il diritto di essere Stati sovrani e neutrali.

È possibile in tal modo contribuire allo smantellamento della NATO e di ogni altra alleanza militare, alla riconfigurazione degli assetti dell’intera regione europea, alla formazione di un mondo multipolare in cui si realizzino le aspirazioni dei popoli alla libertà e alla giustizia sociale.

Proponiamo la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi europei della NATO, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la durissima lotta per conseguire tale obiettivo vitale per il nostro futuro.

COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH


Note

[1] Il 2 aprile era stato celebrato a Washington l’anniversario della Nato alla presenza dei ministri degli esteri dei suoi paesi membri. Se, da un lato, il segretario generale dell’Alleanza atlantica e il segretario del Dipartimento di Stato hanno insistito sulla necessità di reagire all’aggressività militare e commerciale dei nemici esterni (Russia e Cina), gli europei, dati i loro interessi, si sono mostrati più cauti, anche perché noi ci troviamo in prima linea in un ipotetico scontro con la prima.

[2] Sarebbe stata più opportuna una profonda autocritica date le sue personali responsabilità nella svolta politica da cui è scaturita la pericolosissima situazione in cui ci troviamo oggi.

[3] Si tenga anche presente che in queste guerre, in cui un ruolo rilevante ha giocato l’aviazione militare e i bombardamenti con tonnellate di bombe lanciate su popolazioni inermi, è stato usato anche l’uranio impoverito, di cui ormai nessuno parla più e che ha contaminato i territori colpiti e gli stessi militari occidentali.

20/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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