La truffa del secolo

Il sedicente accordo del secolo si presenta come la soluzione finale architettata dall’imperialismo statunitense per la questione palestinese


La truffa del secolo Credits: http://www.infopal.it/muro-dellapartheid-uno-dei-piu-famosi-muri-al-mondo/

Preannunciato da diverso tempo, l’“accordo del secolo” promosso dall’amministrazione Trump per dare una soluzione definitiva alla questione palestinese è, infine, stato presentato. Lo stile resta sempre quello della conquista del West, ovvero degli accordi imposti con le buone o con le cattive ai nativi amerindi, per costringerli ad abbandonare ai coloni immigrati, principalmente europei, le proprie terre natie, per finire costretti a sopravvivere in delle riserve, generalmente collocate nei luoghi più impervi e inospitali. Tanto più che tali accordi, per altro, erano destinati quasi sempre a rimanere lettera morta per quanto concerne le “concessioni” accordate ai nativi. Del resto l’interpretazione e la relativa applicazione di accordi fra paesi stranieri non può che essere regolata dai rapporti di forza sul piano internazionale, che non sono mai stati come ora sfavorevoli per i palestinesi.

Per altro l’accordo non può che richiamare alla mente, in riferimento alla storia più recente, la soluzione sudafricana. Ingenuamente ci si potrebbe illudere che alla fine il buon senso abbia prevalso, visto che diversi commentatori internazionali auspicavano una soluzione che s’ispirasse a quella realizzata in Sud Africa, in funzione del superamento di uno stato di apartheid imposto dai coloni ai nativi. In effetti, lo scenario che si creasse, infine, uno Stato unico sull’intero territorio della Palestina, laico e democratico, che garantisse uguali diritti ai propri cittadini e mettesse al bando ogni forma di apartheid, garantendo il pieno diritto del ritorno dei profughi nelle loro terre e la liberazione di tutti i prigionieri politici – ovvero gli arrestati con l’accusa di battersi per la liberazione della Palestina – poteva sembrare una delle soluzioni più razionali.

Al contrario, la proposta di Trump si rifà a quelle ideate dai sostenitori dell’apartheid sudafricano per legalizzare la piena occupazione dei terreni migliori da parte dei coloni, generalmente di origine caucasica, separando da essi nel modo più netto i nativi, da rendere innocui rinchiudendoli in bantustan, per altro separati gli uni dagli altri. I bantustan da un lato ricordano appunto la soluzione adottata dagli occupanti coloni di origine caucasica (non a caso sempre in ottimi rapporti con gli occupanti della Palestina) nei riguardi dei nativi americani o australiani, costretti a sopravvivere in riserve, dall’altro ricordano il modello della più grande prigione a cielo aperto del mondo: la striscia di Gaza.

Questo sedicente piano di pace, modellato sui peggiori modelli della tragica storia del colonialismo, non può che essere considerato, in primo luogo, come una evidente provocazione nei confronti dei palestinesi, di cui è maestro il grande provocatore, divenuto l’uomo più potente e pericoloso del mondo. Per altro questa provocazione non solo avviene subito dopo quella che ha portato all’assassinio del principale dirigente della resistenza sciita, protagonista della sconfitta dell’Isis, ma si pone in continuità con altre due terribili provocazione dell’amministrazione Trump contro il popolo palestinese e, più in generale il mondo arabo, ossia il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme e il riconoscimento dell’annessione da parte dei sionisti delle alture del Golan siriane, occupate dopo l’aggressione alla Siria del 1967.

Più in generale il sedicente accordo del secolo mira nei fatti, in barba a tutte le leggi e i trattati internazionali e a tutti i principi e le dichiarazioni dei diritti umani della Nazione unite, a riconoscere l’occupazione militare di territori palestinesi e arabi realizzata dall’esercito sionista durante l’aggressione nel 1967 di quanto restava della Palestina e di territori strategici degli Stati arabi confinanti. In tal modo, tutte le colonie sviluppate contro il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni unite dai sionisti, vengono unilateralmente riconosciute dall’imperialismo statunitense come parte dello Stato ebraico. Egualmente anche Gerusalemme, città considerata sacra dalle tre principali religioni monoteiste, diviene quasi integralmente capitale dello Stato ebraico. Mentre il sedicente Stato dei bantustan palestinesi potrà, al massimo, installare la propria capitale in alcune zone periferiche della città, densamente abitate da palestinesi che, quindi, debbono essere separati per meglio salvaguardare la purezza etnico-religiosa dello Stato ebraico.

Per altro, per poter godere delle “concessioni” a loro riservate dall’“accordo del secolo” i governanti dei palestinesi dovrebbero prima accettare delle condizioni di fatto inaccettabili, a meno di volersi presentare apertamente come collaborazionisti degli occupanti dinanzi al proprio popolo. Ossia, prima di accettare una soluzione finale – che nei fatti comporta accettare uno “Stato” costituito da bantustan separati gli uni su gli altri, senza sovranità e senza controllo né dei confini, né del proprio spazio aereo, che rimarrebbero sotto la supervisione degli occupanti – la leadership palestinese dovrebbe riconoscere lo Stato ebraico su grandissima parte della Palestina storica, rinunciare al diritto sancito dal diritto internazionale e da risoluzioni delle Nazioni unite relative al ritorno nelle loro terre dei profughi, disarmare completamente il proprio popolo, oltre a una serie di rigide condizioni di sicurezza (a favore degli occupanti) e di gestione amministrativa imposte dall’esterno dal piano trumpiano.

Ancora più grave e indecoroso è che l’amministrazione Trump pensa di poter convincere la dirigenza palestinese (e i paesi arabi confinanti) a divenire apertamente collaborazionisti degli occupanti semplicemente comprandoseli, stanziando in caso di accettazione del piano 50 miliardi di dollari. Finanziamenti per altro promessi a parole, senza nessuna garanzia che una volta accettata la completa resa senza condizioni agli occupanti tali cifre siano realmente consegnate.

Dinanzi a una così plateale umiliazione sul piano internazionale imposta dall’“accordo del secolo”, persino Abu Mazen – che non ha mai assunto una posizione decisa a favore della liberazione della sua terra, ma che anzi ha fatto di tutto per continuare la cooperazione con gli apparati di sicurezza degli occupanti – non ha potuto fare altro che rifiutarsi di accettare la copia del piano statunitense a lui destinata.

Tanto più che il piano statunitense è stato paradossalmente rifiutato immediatamente dal movimento del coloni, che esercitano un fortissimo condizionamento sui difficili equilibri fra formazioni della destra radicale sionista di cui si componeva il governo Netanyahu e di cui si comporrà, dopo nuove elezioni, anche il futuro governo sia se a guidarlo sarà l’ex presidente, sia se prevalesse il suo unico competitivo concorrente, ovvero l’ex comandante in capo dell’esercito di occupazione. In primo luogo né gli influenti coloni, né la destra sionista – che da anni domina incontrastata nello Stato ebraico – accetterà mai il blocco per quattro anni della costruzione degli insediamenti colonici prevista dal piano. Tale misura – per altro presente in tutti gli accordi precedenti, compresi quelli sino a ora in vigore – non è mai stata rispettata dai governi sionisti dello Stato ebraico, che anzi generalmente fanno a gara ad assumere le posizioni più scioviniste e favorevoli all’espansione degli insediamenti colonici, sebbene ciò costituisca una palese e ripetuta violazione del Diritto Internazionale e dei princìpi e delle risoluzioni delle Nazioni unite. Inoltre, in modo quasi unanime i rappresentanti della colonie hanno espresso la loro più completa contrarietà a una qualsiasi forma di Stato palestinese, anche nella surreale e provocatoria versione proposta dagli alleati repubblicani statunitensi. Anche in questo caso, dunque, si correrebbe il rischio di gran parte degli accordi precedenti – da quello più importante di Oslo – che l’accordo sarà rispettato esclusivamente negli aspetti che risultano vantaggiosi agli occupanti.

Si potrebbe a questo punto pensare che un accordo che non sembra accettabile né dai Palestinesi, anche quelli più spesso accusati di collaborazionismo come Abu Mazen, né dai coloni e dai loro potenti referenti nella destra sionista, da anni al governo, sia morto in partenza. D’altra parte il fatto di averlo a lungo preannunciato e, infine, presentato da parte dell’amministrazione Trump indica che in realtà l’“accordo del secolo” possa avere molta più influenza di quanto sembrerebbe. Innanzitutto, in quanto hanno bisogno che non fallisca sul nascere tanto il presidente degli Stati uniti, quanto quello israeliano, entrambi pesantemente accusati dalla giustizia del loro paese per reati gravi che non solo rischiano di indebolirli sempre di più sul piano interno, ma di mettere in discussione la loro stessa possibilità di mantenere incarichi di governo. Inoltre, al di là delle solite manfrine imbastite dai coloni e dai settori più radicali del sionismo, questo accordo – che porta al riconoscimento da parte della maggiore potenza internazionale dell’occupazione di gran parte dei territori palestinesi attraverso l’aggressione sionista del 1967 – rappresenta un’ulteriore grande successo del progetto sionista nel suo insieme, che sarà difeso, almeno nella gran parte che gli è favorevole, con le unghie e con i denti. Offrendo così, ancora una volta, la possibilità di far passare le vittime come colpevoli – dinanzi a una sempre più manipolata opinione pubblica internazionale – di non voler accettare un piano di pace e, quindi, di essere in primis responsabili del perpetuarsi di questa guerra asimmetrica che va avanti da quasi un secolo.

Per altro la presenza di un accordo inaccettabile per i Palestinesi e funzionale ai progetti sionisti sarà certamente sfruttato dai governi dispotici e teocratici del Golfo, che da sempre sono – grazie alla comune strettissima alleanza con gli Stati Uniti e i suoi partner europei della Nato – in combutta con lo Stato ebraico, per arrivare a una sempre maggiore coordinamento delle forze per contrastare insieme, nell’intero Medio oriente, chi intende mettere in discussione l’ordine costituito o provare ad arrestare la sempre maggiore influenza di queste potenze reazionarie sulla regione.

Quindi i palestinesi, nella loro necessaria denuncia del carattere provocatorio di questo sedicente piano del secolo, si troveranno quasi isolati nel mondo arabo, visto che i residui governi imperialisti sono stati rovesciati o resi impotenti e visto che le stesse leadership palestinesi dipendono in ampia misura, dal punto di vista economico, dai petrodollari.

D’altra parte la solita tattica subalterna di trovare sostegno nel “poliziotto buono” della Nato, da parte della leadership palestinese, rischia di rivelarsi al solito fallimentare. Se da una parte i conservatori inglesi con alla guida il reazionario Boris Johnson, che hanno appena ottenuto una larga maggioranza nel parlamento del loro paese, hanno già asserito di essere completamente allineati alla proposta statunitense, è più che probabile che i leader dell’Unione europea facciano di tutto affinché i dirigenti palestinesi prendano in considerazione la proposta statunitense e riprendano, sulla sua base, i “colloqui di pace”, essenziali per gli occupanti per poter perpetrare impunemente l’assoggettamento della Palestina.

23/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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