Le cause di Euromaidan ed il futuro dell’Ucraina - V parte

Analisi delle cause di Euromaidan: L’ingerenza della Russia e dell’Unione Europea


Le cause di Euromaidan ed il futuro dell’Ucraina - V parte

Continua dalla quarta parte.

2.5. La variabile interveniente: L’ingerenza degli attori esterni

S’è già notato come sino a prima del 2014 la maggioranza degli Ucraini vivesse in uno stato di ambiguità geopolitica, divisi tra il cosiddetto “vettore d’integrazione europea” ed il “vettore d’integrazione euroasiatica”. L’Ucraina poteva, infatti, accedere tanto alle istituzioni occidentali (i.e., UE e NATO) sia al blocco post-sovietico a guida russa. Tuttavia, larghi strati della società ucraina non percepivano queste due possibilità come alternative mutuamente escludentesi. Difatti, circa metà degli Ucraini propendeva per una “doppia integrazione” con entrambi i blocchi. In sostanza, moltissimi Ucraini non comprendevano la ragione per cui l'ingresso nell'UE e nell'EEA non fosse possibile. Alcuni, poi, credevano di potersi avvicinare politicamente ed economicamente all’Occidente, pur assecondando Mosca sulle tematiche militari e di sicurezza.

In effetti, si direbbe che il Presidente Yanukovych e la sua amministrazione incarnassero tale ambivalenza alla perfezione. Nel luglio 2010 il parlamento ucraino adottò quest’ultima declinazione della “ambiguità geopolitica” elevando a principi fondamentali della politica interna ed estera dell'Ucraina la scelta di non accedere alla NATO (mentre oggigiorno questo obiettivo è contenuto nella costituzione) e pur protendendo per il non-allineamento nella contrapposizione NATO/Russia, dal 2010 in avanti Yanukovych riconobbe all'integrazione nell’UE notevole priorità tra gli obiettivi di politica estera.

L'ambivalenza geopolitica esistente in Ucraina fino a prima della fine del 2013 dipendeva dalla speranza di partecipare contemporaneamente ad entrambi i progetti d’integrazione economica, mantenendo la neutralità nei confronti della NATO e della Russia. Dal punto di vista ideologico lo stop improvviso all'Accordo di Associazione con l’UE segnò la rovina di questo sogno. In termini pratici, il sostegno alla scelta multi-vettoriale, un tempo preponderante tra i funzionari e i politici ucraini, è venuto meno. Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev (KIIS) nel dicembre 2016 in pochi anni la percentuale di quanti avrebbero votato in favore dell’accesso all'UE era salita al 50% (dal 46% del 2014). Al contempo, il numero di quanti avrebbero votato in favore dell'adesione all'EEU era solo il 26% (dal 36% del 2014). Inoltre, dopo il referendum celebrato in Crimea dalle autorità russe del 2016 gli Ucraini si sono espressi per la prima volta dall'indipendenza nel 1991 a favore dell’adesione alla NATO (Ilko Kucheriv «Democratic Initiatives» foundation 2016).

Guardando i dati disponibili è evidente che il cambiamento più significativo nella valutazione dell’integrazione euroasiatica (sia economicamente sia militarmente) s’è registrato nelle regioni orientali e meridionali. Ciò dovrebbe significare che nel sud e nell'est il sostegno per l'UE e l'UEE sono ormai quasi pari. Tuttavia, le difficoltà di sondare il Donbass sono così invalidanti, specialmente nei territori della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Luhansk, che tali informazioni devono essere prese cum grano salis.

L’indebolimento del “vettore d'integrazione euroasiatica” è stato in parte causato ed in parte favorito dall'attività di attori esterni che hanno fatto ingerenza nella politica interna ucraina. Sotto questo profilo va notato che la stessa Federazione Russia non ha mai esitato ad interferire con la politica del proprio vicino. Tuttavia, l’ampia copertura mediatica assicurata dai grandi gruppi editoriali occidentali – ivi inclusi quelli italiani – ha più che sovraesposto l’ingerenza russa in Ucraina. Per queste ragioni vi si dedicherà solo un breve accenno.

2.5.1. Obiettivi a medio termine della Federazione Russa

Esaminando la politica estera russa nei confronti dell'Ucraina dalla conclusione delle elezioni presidenziali ad oggi vi sono ben pochi dubbi: “L'obiettivo della Russia è semplice — istituire un '"avanguardia" in parlamento ed espandere la loro presenza lì. Vogliono riacquistare il potere attraverso i loro proxy, ma si tratta di qualcosa difficile da conseguire” (Volodymyr Fesenko, direttore del think tank Penta di Kiev, in The Moscow Times 2019).

In effetti, un solido piede a terra nel parlamento ucraino aiuterebbe la Russia a migliorare le relazioni bilaterali con l’ex alleato. Diverse fonti individuano nel miliardario Viktor Medvedchuk – la cui figlia ha avuto Putin come padrino – colui a cui è stato affidato il compito di rimettere in piedi Piattaforma d'Opposizione in vista del voto che si è celebrato il 21 luglio 2019. Gli scarsissimi risultati a cui hanno portato gli sforzi russi di giocare un ruolo nelle elezioni parlamentari non vanno, però, imputati ad un fallimento del businessman ucraino. Anzi, si potrebbe persino argomentare che stante l’evoluzione della geografia elettorale nell'Ucraina post-2014 tale esito fosse prevedibile. Come già accaduto durante le elezioni presidenziali, infatti, gli elettori russofili residenti in Crimea e nell'Est del paese non hanno potuto recarsi alle urne. Ciò ha reso i cittadini delle regioni occidentali e centrali, la maggioranza dei quali s'è dimostrata coerentemente in favore dell'integrazione nell'UE e nella NATO, gli unici votanti de facto.

Di conseguenza, ogni previsione di crescita significativa del supporto per i partiti russofili doveva apparire anche al Cremlino quanto meno ottimista, come i risultati hanno poi confermato. Nei sondaggi le forze politiche più sensibili agli interessi di Mosca erano più o meno stabili attorno alle medesime percentuali da 5 anni a questa parte. Come per il partito di Zelenskiy così anche per la frammentata opposizione filo-russa i sondaggi sono stati una guida attendibile. La principale forza filo-russa, la Piattaforma d’opposizione - per la vita ha incassato 43 seggi, conquistati prevalentemente nelle parti delle regioni di Donetsk e Luhansk controllate dall’Ucraina. La seconda sigla dell’opposizione, il Blocco d’opposizione, ha invece totalizzato altri 6 seggi tutti vinti nell’uninominale, ancora tra Donetsk e Luhansk (dekoder 2019).

Il tentativo russo non è stato, tuttavia, privo di senso né del tutto immotivato. Il fine ultimo del putsch mediatico tentato dal Medvedchuk era incanalare l’insoddisfazione generata dall’impressione diffusa che la “rivoluzione incompiuta” sia destinata a restare tale. Contrariamente ai desiderata di Mosca, però, il dissenso è andato a tutto vantaggio di Volodimyr Zelenskiy, il comico uscito vincitore delle ultime elezioni presidenziali. Difatti, il suo partito – chiamato Servitore del Popolo, dal nome dello show televisivo che gli ha dato fama nazionale – ha stravinto le elezioni come previsto da tutti i sondaggi. Durante la campagna elettorale Zelenskiy ha promesso di continuare il percorso intrapreso dal paese dopo Euromaidan anche se per riuscirci avesse dovuto inginocchiarsi personalmente di fronte a Putin (Brunson 2019). Nonostante l'apertura di principio alla soluzione diplomatica della controversia con la Russia, il programma fin troppo fumoso rende Zelenskiy imprevedibile per il Cremlino. Dal termine dello spoglio dei voti per le presidenziali Mosca ha progressivamente accresciuto la pressione su Zelenskiy sfruttando la sua inesperienza politica.

Tra gli approcci indiretti volti a questo scopo un ruolo precipuo è svolto dai media come il canale TV ucraino NewsOne, che apparterrebbe ad un alleato del Medvedchuk. In collaborazione con la TV di Stato russa Rossia 1 i produttori di NewsOne diedero seguito all’idea inizialmente formulata dal Medvedchuk di dar vita ad un dialogo a distanza tra i cittadini dei due paesi. L'idea è stata criticata dal Presidente Zelenskiy come un tentativo «da quattro soldi e pericoloso» di dividere gli Ucraini in vista delle elezioni parlamentari. Infine, il partner ucraino ha cancellato il programma a causa delle minacce giunte alla redazione.

2.5.2. Unione Europea — Eastern Partnership

L’incapacità dell’UE di stabilire una politica estera comune efficace è divenuta, negli ultimi anni, una patologia cronica. Ciò è particolarmente vero per quei contesti in cui i paesi extra-UE affrontano situazioni in cui il tema della sicurezza nazionale è centrale. Tale inettitudine della diplomazia dell’Unione non è, però, da imputare solamente alle divergenze d’obiettivo tra gli Stati membri. Piuttosto, la ragione per cui l’UE non può risolvere questioni di sicurezza esterna in modo autonomo va ricercata nella persistenza del Patto Atlantico e della NATO — la struttura militare da esso creata. Di fatto, il nocciolo duro delle attività dell’UE negli Stati dell’ex Patto di Varsavia è rappresentato dalla Eastern Partnership (EaP).

L’EaP venne lanciata nel 2009 con lo scopo di approfondire e rafforzare le relazioni tra l'Unione europea, i suoi Stati membri e sei dei suoi vicini orientali: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Repubblica di Moldavia e Ucraina. L’Eastern Partnership è stato visto come interferenza nel “cortile” della Russia o, nel migliore dei casi, inutilmente provocatorio dalla stessa Federazione Russia e da vari studiosi. Tecnicamente pure la Russia fu, inizialmente, invitata ad aderire all'EaP. Tuttavia, come gli USA col Piano Marshall dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'UE poteva essere certa della risposta dei Russi sin dall'inizio. Di fatto, essere “uno tra tanti sette” e sottomettersi a norme e standard occidentali “umilianti” sarebbe stato l'esatto contrario di ciò a cui una grande potenza in pectore come la Russia aspira per sé stessa.

Guardando cosa ha significato l’EaP per l'Europa dell'Est, si rivedono, da un lato, tutti i pilastri della pratica dell’interferenza affinate nei decenni dagli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato del partenariato è, infatti, «creare un ambiente favorevole per la società civile» attraverso «progetti di sviluppo delle capacità nei settori della società civile e dell'imprenditorialità» e «affrontando le sfide per l'imprenditoria giovanile e i giovani svantaggiati» (Lovitt 2018, 10). Tuttavia, l'EaP è ben più di una copia del modello di interferenza statunitense. Essa comporta, come anticipato, l’impegno affinché i governi locali «rispettino i valori della democrazia e dei diritti umani, e si allineino [agli] standard europei di buon governo e stato di diritto». Riforme tese a questi sforzi sono state avviate in quattro di questi sei paesi specie nella sfera della legalità: riforme giudiziarie e lotta alla corruzione.  La maggior parte dei paesi dell’EaP – eccetto, forse, l’Ucraina e, a fasi alterne, la Moldavia – non si sono mai mostrati particolarmente entusiasti delle condizioni imposte dall’UE. Inizialmente le riforme imposte dall’Unione conducono a difficoltà economiche come quelle che hanno portato l’Ucraina a rinunciare all’Accordo di Associazione con l’UE. Inoltre, non vi è che una flebile prospettiva di ingresso nell’UE, il che lasciava gli Stati dell’EaP senza un obiettivo finale concreto. In altre parole, l’Eastern Partnership comportava un rischio altissimo e la prospettiva di restare a bocca asciutta.

In definitiva, l’Eastern Partnership s’è sicuramente tradotta in una forma d’ingerenza dell’Unione Europea negli affari interni degli Stati est-europei. Il risultato più significativo dell’EaP, infatti, è stato facilitare il distacco degli Stati coinvolti dalla Russia. Insomma, si può sostenere che negli ultimi dieci anni alcuni Stati coinvolti nell’EaP si siano orientati nella direzione desiderata da Bruxelles, lontano dalla Russia e più vicino all’UE. Cionondimeno, il programma va ritenuto un fallimento visto che questo riposizionamento di alcune repubbliche ex-sovietiche non è avvenuto a causa dell’EaP. L’Armenia, l’Ucraina e la Georgia, infatti, hanno visto ben altre pressioni esterne prese con lo scopo di influenzarne la politica estera (e non solo). Si tratta innanzitutto degli Stati Uniti, che attraverso proprie agenzie sussidiarie hanno dotato la società civile di strumenti e capacità inedite. Solo l’ingerenza degli USA ha reso possibile le proteste di piazza che hanno sconvolto l’Ucraina nel 2014, l’Armenia nel 2018 e le “proteste antirusse· in Georgia nel 2019, solo per citare le più recenti.

Continua sul prossimo numero

01/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fabio Telarico

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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