“Se possiamo fermare la Monsanto, possiamo cambiare il mondo”

Tutto è cominciato con alcuni abitanti riuniti per discutere di quello che avrebbe significato se la Monsanto si fosse installata nella loro città, poi sono diventati centinaia, migliaia ed in poche settimane decine di migliaia di residenti e simpatizzanti che organizzano regolarmente manifestazioni e costruiscono blocchi stradali permanenti contro un’opera in costruzione.


“Se possiamo fermare la Monsanto, possiamo cambiare il mondo”

La lotta in difesa della terra, dell’acqua, dell’aria e dei beni comuni in America Latina è ogni volta più estesa, con storie di mega progetti minerari fermati dalle comunità che utilizzano i propri corpi come barriere e progetti di dighe fermati dalle assemblee locali. Una conversazione con Vanessa Satoris dell’Assemblea Las Malvinas, in Argentina. 

di Marina Sitrin* 

Tutto è cominciato con alcuni abitanti riuniti per discutere di quello che avrebbe significato se la Monsanto si fosse installata nella loro città, poi sono diventati centinaia, migliaia ed in poche settimane decine di migliaia di residenti e simpatizzanti che organizzano regolarmente manifestazioni e costruiscono blocchi stradali permanenti contro un’opera in costruzione. Non si tratta di una costruzione qualunque, è il posto di quello che sarebbe dovuto essere - se non fosse per il potere popolare – l’impianto più grande del mondo dove processare sementi modificate geneticamente. Ma la cittadinanza di Malvinas ha fermato la Monsanto. La sua storia e la sua lotta risuonano in tutto il mondo. Come Vanessa e altri dicono, se si può fermare il gigante Monsanto, si può cambiare il mondo ... E a poco a poco continuano la lotta proprio per arrivare a quello. Le lotte in difesa della terra, dell’acqua, dell’aria e dei beni comuni in America Latina sono sempre più estese, con storie di mega progetti minerari fermati dalle comunità che utilizzano i propri corpi come barriere, e di progetti di dighe bloccati dalle assemblee locali. Uno di questi molti esempi si trova nella località di Malvinas, una città di 12.000 abitanti e una gran quantità di energia, che si trova nel Nord dell’Argentina, alla periferia di Córdoba. 

A gennaio 2015 parlai con Vanessa Sartoris, una delle fondatrici ed attuale partecipante dell’Assemblea Malvinas. Vanessa ha 28 anni e una figlia di due, Alma: la sua partecipazione al movimento per fermare la Monsanto, come ci spiega, ha cambiato la sua vita e quello che credeva possibile e impossibile. 

“La prima notizia sull’arrivo della Monsanto e sul fatto che stavano per costruire quello che sarebbe stato l’impianto per processare sementi modificate geneticamente più grande del mondo nel nostro municipio, Malvinas, fu data da un annuncio ai mezzi di comunicazione della Presidentessa dell’Argentina, Cristina Fernández Kirchner, mentre si trovava negli Stati Uniti. Malvinas è una città già molto inquinata. È circondata da coltivazioni di soia e la sua fumigazione è tossica. La metà dei 12.000 abitanti della nostra località sono ragazzi con meno di 18 anni: i bambini stanno soffrendo terribili conseguenze sulla salute a causa di questa fumigazione. Quelli che vivono più vicino ai campi hanno gravi problemi con la leucemia e il cancro, in particolare i bambini, e molti hanno anche asma, allergie e problemi respiratori. Le donne soffrono regolarmente di aborti spontanei. Già siamo malati. Mettere la Monsanto tanto vicino alle nostre case avrebbe finito di ammazzarci. Il piano era di mettere la Monsanto a 800 metri dalla scuola più grande della città. 

La nostra resistenza cominciò il 24 luglio del 2012, quando un gruppo di noi, i residenti, ci si riunì e invitò il Dr. Raúl Montenegro, biologo specializzato su questi temi, per riunirsi con noi e spiegarci quello che avrebbe potuto significare un’impianto della Monsanto. Nelle due settimane seguenti si cominciò a organizzare l’Assemblea di Malvinas, composta dai residenti - gente comune - quasi nessuno di noi aveva avuto alcuna esperienza politica prima. Le prime Assemblee erano costituite da un centinaio di persone.
Tutto fu organizzato tutto in maniera orizzontale, senza un “leader” e con decisioni prese in assemblea, tutti insieme. La polizia si innervosì molto di questa situazione, e ogni volta che facevamo una manifestazione ci domandava: “Chi è il leader? Chi sta a capo?”. E noi rispondevamo: “Tutti siamo leader, tutti noi siamo capi”. 

Tornando all’inizio ... Dopo questa prima assemblea, immediatamente organizzammo delle marce nella città di Còrdoba, per raccogliere firme e chiedere riunioni col sindaco e con differenti organizzazioni. I differenti comitati che già stavano lottando contro la Monsanto in altre parti dell’Argentina arrivarono a Còrdoba per dimostrare la loro solidarietà.
Organizzammo manifestazioni a Còrdoba con di più di 10.000 persone, raccogliendo un gran numero di firme. Dall’inizio si pretese che venisse applicata la Legge Nazionale sull’Ambiente dell’Argentina: che prevede che prima che qualunque impresa di capitale di rischio si impianti, deve presentare uno studio di impatto ambientale da approvare coinvolgendo una consulta popolare della zona. 

La Monsanto invece aveva fatto tutto il contrario, tentando di costruire senza presentare nessun documento che facesse una stima dell’impatto sull’ecosistema.
Inizialmente tentammo ogni strada tranquillamente e senza scontri, con firme e marce, fino a che alla fine, tutti insieme, non iniziammo a bloccare le strade e a impedire fisicamente la costruzione del sito. Non potete immaginare la rabbia e il dolore che avevamo quando vedevamo i camion della Monsanto passare pieni di materiali da costruzione, sapendo che andavano a costruire qualcosa di tanto tossico per noi. Sapevamo quindi che serviva una misura estrema, ma che doveva essere presa. Incominciammo a studiare, ad osservare i loro movimenti e a vedere che di giorno arrivavano coi camion la maggior parte dei materiali, cose come il cemento, ecc. Capimmo che il martedì ed il mercoledì erano i giorni in cui muovevano la maggior parte del materiale: per questo motivo quelli furono i giorni in cui cominciamo a creare i primi blocchi, barriere umane; in piedi, davanti ai camion, con striscioni e bandiere che dicevano “No alla Monsanto”, “Fuori la Monsanto” e “Assemblea di Malvinas”. 

Se volevano muovere il materiale dovevano passare sulle persone – e allora tornarono indietro. Ovviamente, questa forma di lotta causò un mucchio di scontri e molte discussioni, ma sapevamo che era la nostra unica maniera di ostacolare la costruzione dell’impianto.
Il 18 settembre 2013 organizzammo una grande festa davanti alle porte dell’impianto in costruzione, chiamata “Primavera senza Monsanto”. C’erano tantissime persone ed organizzazioni da tutta l’Argentina, non solo gruppi ecologisti. C’erano organizzazioni locali e gruppi comunitari; persone del Sud che stavano lottando contro un progetto minerario, e insieme gli abitanti della Rioja che avevano già bloccato le trivellazioni minerarie nella loro area, c’erano gli indigeni del Chaco e del Paraguay, e attivisti brasiliani n lotta contro gli impianti di soia geneticamente modificata; molti venivano dall’Uruguay e perfino dall’America Centrale. Il desiderio di tutti era lo stesso: fermare il mostro della Monsanto. C’erano anche molti giornalisti a coprire la notizia. Fu allora che decidemmo di creare un accampamento permanente alle porte dell’impianto fino a che Monsanto non si fosse ritirata da Malvinas Argentinas. 

L’accampamento proseguì e fu mantenuto il blocco dei camion. Successivamente, l’8 gennaio 2014, i tribunali di Còrdoba emisero un dispositivo: riconoscendo la documentazione che avevamo presentato un anno e mezzo prima, stabiliva che la Monsanto doveva fermare la costruzione e che i suoi permessi erano illegali perché non adempivano alla Legge Nazionale sull’Ambiente. Così potemmo bloccare la Monsanto fino a che non fossero stati capaci di presentare un studio di impatto ambientale, uno che il popolo approvasse.
La Monsanto a quel punto contrattacca. Cercano una nuova trattativa. E tutti i partiti politici sono d’accordo sul tema della Monsanto: la Presidentessa dell’Argentina, il Governatore di Còrdoba ed il Sindaco di Malvinas, tutti appoggiano la Monsanto, tutti sono, sfortunatamente, allineati con il profitto. La Monsanto tenta anche di comprare la gente. L’anno scorso, nel 2014, la Monsanto lavorò molto nella località di Malvinas, tentando di mostrare alla gente che era dalla parte del loro bene e così tentava di guadagnare il loro appoggio, utilizzando un tipico sistema di patrocinio che anche altre multinazionali utilizzano nelle piccole città in cui offrono viaggi verso grandi località con tutte le spese pagate, come La Rioja o Buenos Aires, o promettono altre cose come corsi di formazione, officine di artigianato, borse di studio agli studenti, officine di arte e cultura per i bambini, regali, quaderni e penne. La compagnia ha persino donato un’ambulanza all’ospedale di Malvinas; tutti i regali dicevano: “guardate come è buona la Monsanto” e “il progresso delle Malvinas è con la Monsanto”. Ma noi resistiamo. Non smetteremo mai di resistere.

In seguito le Assemblee hanno continuano a riunirsi, e c’è ancora un accampamento. Per tre anni l’Assemblea si è riunita nella casa di qualche vicino o in un posto pubblico. Oggi a riunirci siamo un nucleo di poche decine di persone, non siamo gli stessi 400 dell’inizio, ma ci sono molte, molte persone che partecipano sempre quando è necessario, e abbiamo una cerchia più larga. Siamo come una cipolla. Le persone non possono partecipare a tutte le riunioni ogni settimana, ma se glielo chiediamo, scendono in piazza a fare quello che devono fare. La stessa cosa è ovviamente per tutti i gruppi ed organizzazioni che ci appoggiano - sindacati, studenti, altri gruppi coi quali siamo in contatto, altre assemblee di tutto il paese e di tutto il mondo con cui siamo in contatto. 

Mi è venuta la pelle d’oca conoscendo gente di altri posti che condivide quello che facciamo e gli obiettivi della nostra lotta – che è molto importante - perché realmente è come una magia, non so se è la parola esatta, ma è un’emozione enorme. Se qualcuno mi avesse detto tempo fa: “Il suo futuro è questo”, io non l’avrei creduto perché tutti noi nell’Assemblea siamo solo residenti del posto – semplici studenti, maestri, casalinghe e lavoratori...

*TeleSUR

13/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Marina Sitrin

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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