Spagna: l’avanzata dell’estrema destra. Vox cresce dall’Extremadura all’Aragona

Le regionali anticipate in Extremadura (21 dicembre) e Aragona (8 febbraio) mostrano un copione inquietante: il Partido Popular vince di misura, Vox si rafforza e diventa decisivo per la formazione dei governi. La sinistra radicale regge dove è unita, arretra dove è frammentata.


Spagna: l’avanzata dell’estrema destra. Vox cresce dall’Extremadura all’Aragona

Le elezioni anticipate in Extremadura e in Aragona, convocate a poche settimane di distanza, sono un laboratorio politico che illumina il pericoloso avanzamento dell’estrema destra spagnola e, insieme, la difficoltà delle destre tradizionali di governare senza normalizzarla. In entrambe le comunità autonome, infatti, il Partido Popular ha cercato di trasformare un blocco istituzionale in un plebiscito sulla “stabilità”, con l’obiettivo implicito di ridurre la dipendenza da Vox. In entrambi i casi, tuttavia, la scommessa è fallita: il PP vince ma non ottiene la maggioranza; Vox cresce, occupa il centro della scena e pretende un prezzo politico sempre più alto.

In Extremadura, come abbiamo analizzato in un nostro precedente articolo, il PP guidato dalla presidente della giunta María Guardiola ha ottenuto 29 seggi su 65 con il 43,18% dei voti, mentre Vox è salito a 11 seggi con il 16,90%; il PSOE è crollato a 18 seggi (25,72%) e la coalizione di sinistra Unidas por Extremadura ha raggiunto 7 seggi con il 10,25%, un risultato storico in questa regione. Ad ogni modo, la presidente uscente, che aveva già governato in minoranza dopo la rottura con Vox, si ritrova ancora una volta a dover negoziare con un’estrema destra più forte e più legittimata dal voto.

L’Extremadura è un caso emblematico proprio perché mostra come la “normalizzazione” di Vox proceda a strappi, ma proceda. Dopo le regionali del 2023, Guardiola aveva tracciato “linee rosse” sostenendo di non poter far entrare al governo un partito che “nega la violenza maschilista”, salvo poi arrivare a un accordo di governo PP–Vox. Quel patto si è spezzato nel luglio 2024, quando Vox ha annunciato la rottura dei suoi accordi regionali con il PP in più comunità autonome a partire dalla controversia sull’accoglienza dei minori migranti non accompagnati; da quel momento il PP ha governato in minoranza cercando appoggi puntuali. Come noto, infatti, Vox non si limita a “pesare” in parlamento, ma usa temi identitari e securitari per disciplinare l’alleato e imporre la propria agenda.

La convocazione anticipata del voto estremegno ha rappresentato la risposta di Guardiola al ricatto di Vox, nel tentativo di trasformare la crisi di governabilità in un mandato per governare “da soli”. Ma l’esito è stato l’esatto opposto, perché Vox non ha subito nessun ridimensionamento, mentre a calare sono proprio i partiti tradizionali (PP e PSOE), a causa di una riconfigurazione di un elettorato che si sposta verso posizioni più dure su immigrazione, identità, sicurezza e guerra culturale.

In Extremadura, tuttavia, anche la sinistra ha saputo approfittare della crisi dei partiti tradizionali, presentandosi sotto l’egida di una coalizione stabile e riconoscibile, Unidas por Extremadura, che ha saputo svolgere un’opposizione intensa accusando l’esecutivo di orientare le politiche a beneficio dei redditi più alti e contestando l’impianto dei bilanci 2026 del PP, interpretati come manovra elettorale; il discorso politico della coalizione ruota attorno a servizi pubblici, giustizia sociale, diritto all’abitare e contrasto allo spopolamento in chiave ecologista, con una critica simultanea a PP, PSOE e Vox come riproduzione di un modello “continuista”. È una piattaforma che intercetta due fenomeni: la delusione di una parte dell’elettorato progressista verso il PSOE e, allo stesso tempo, la domanda di un’opposizione capace di nominare il rischio di una destra sempre più dipendente dall’estrema destra.

In campagna elettorale, la coalizione della sinistra radicale ha apertamente accusato Guardiola di aver rotto la promessa di non governare con Vox e di aver lanciato l’azzardo elettorale per inseguire una maggioranza assoluta, rischiando in realtà di consegnarsi ancora di più a una forza “estremista e negazionista”. In questo modo Unidas por Extremadura ha posto chiaramente il problema di quali cornici culturali entrano nella normalità istituzionale e quali diritti diventano negoziabili, andando ad erodere una parte dei consensi del PSOE, percepito come troppo moderato e accomodante nei confronti della destra.

Se l’Extremadura offre la prova che l’unità della sinistra alternativa può superare la soglia del 10% e conquistare spazio, l’Aragona mostra l’altra faccia: quando la sinistra radicale e trasformativa arriva frammentata, il sistema elettorale e la polarizzazione la schiacciano, mentre Vox capitalizza. Il verdetto elettorale aragonese ha visto la vittoria del PP del presidente Jorge Azcón, che ha ottenuto 26 seggi (34,17%), ma Vox ha fatto registrare un netto avanzamento, raddoppiando i suoi rappresentanti fino a quota 14 (17,84%); il PSOE, pur restando seconda forza regionale, scende a 18 seggi (24,37%); la Chunta Aragonesista (CHA) cresce fino a 6 seggi (9,74%); Izquierda Unida–Movimiento Sumar ottiene 1 seggio (2,96%); Podemos–Alianza Verde precipita sotto l’1% e resta fuori dalle Cortes. Anche qui la maggioranza assoluta è lontana, visto che servirebbero 34 seggi su 67 per governare senza compromessi. Il risultato, ancora una volta, non “stabilizza” il PP, ma rafforza Vox come chiave di volta della governabilità.

Il contesto istituzionale aragonese ricalca in modo quasi speculare quello estremegno. Azcón scioglie le Cortes in mezzo a un blocco sull’approvazione dei bilanci; la crisi matura dopo la rottura con Vox nel luglio 2024 sul tema dei minori migranti non accompagnati, e si acuisce quando Vox impone richieste di cambiamento “ideologico e politico” che il PP dichiara irricevibili, lasciando l’esecutivo in minoranza e senza conti pubblici approvati. È un’indicazione chiarissima del metodo Vox: usare il bilancio come leva per imporre contenuti identitari e di “guerra culturale”, trasformando l’instabilità in uno strumento di crescita elettorale.

Da qui discende il risultato più preoccupante: le elezioni anticipate, pensate dal PP come scorciatoia per governare senza Vox, finiscono inevitabilmente per funzionare come moltiplicatore della forza dell’estrema destra.

Che cosa dice, in concreto, la sinistra radicale davanti a questo copione? In Extremadura, la risposta è stata la costruzione di una coalizione che rivendica radicamento e coerenza programmatica, e che interpreta l’azzardo elettorale di Guardiola come una manovra pagata dai cittadini e conclusa con un paradosso: “più PP” non significa “meno Vox”, ma spesso “più Vox”, perché l’estrema destra si nutre della legittimazione istituzionale e della normalizzazione del patto. Questo punto di vista emerge anche nella descrizione del lavoro di opposizione di Unidas por Extremadura: denunciare politiche favorevoli alle classi più ricche, difendere servizi pubblici e casa, e presentarsi come argine politico e sociale al consolidamento di un blocco reazionario.

In Aragona, invece, la sinistra radicale non riesce a replicare lo schema unitario. È vero che la formazione socialdemocratica locale CHA ottiene un risultato importante e diventa il principale riferimento a sinistra del PSOE, ma Podemos esce dal parlamento e IU resta in una posizione minima, dentro una coalizione con Sumar. Il quadro complessivo è quello di una sinistra alternativa meno capace di presentarsi come “blocco” e più esposta alla logica del voto utile e alla compressione elettorale. Non è un caso, allora, che CHA si sia affrettata a chiudere la porta a qualunque operazione che consenta al PP di governare “senza Vox” tramite astensioni: secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa regionale, permettere ad Azcón di governare significherebbe, nella sostanza, “dare le chiavi dell’Aragona all’estrema destra”. È una posizione che punta a evitare la normalizzazione del ricatto: un PP formalmente “in solitaria”, ma strutturalmente dipendente dall’agenda di Vox.

Se si guarda al quadro spagnolo nel suo insieme, dunque, la lezione è severa. Il PP sembra intrappolato in una contraddizione: per governare ha bisogno di Vox, ma più governa con Vox (o sotto la sua minaccia), più Vox diventa credibile come forza di governo e più può presentarsi come “garante” della svolta a destra. Allo stesso tempo, la crisi del PSOE in alcuni territori apre un vuoto che può essere riempito in due direzioni: o da una sinistra alternativa capace di unità e radicamento, come in Extremadura, o dall’estrema destra, come dimostra il raddoppio di consensi di Vox in Aragona.

Per chi osserva il pericoloso avanzamento dell’estrema destra, il punto non è soltanto contare i seggi di Vox, pur necessari per capire la portata del fenomeno, ma comprenderne la dinamica: Vox cresce quando può presentarsi come indispensabile. La sinistra radicale ha ragione a insistere su due parole: argine e alternativa. Senza un argine sociale e culturale, la normalizzazione prosegue; senza un’alternativa politica credibile e unitaria, il voto di protesta scivola verso la destra radicale. L’Extremadura dimostra che una parte di quell’elettorato può essere riconquistata; l’Aragona dimostra che, se non lo si fa, la finestra si chiude rapidamente e l’estrema destra entra nella stanza dei bottoni.

13/03/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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