Unione Europea e crisi di egemonia: il controllo sull’informazione

Le recenti misure restrittive contro la libertà di informazione svelano la crisi di egemonia dell’establishment legato all’Unione Europea.


Unione Europea e crisi di egemonia: il controllo sull’informazione Credits: http://rrroy.com/ministry-of-truth/

La perdita di egemonia da parte dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali risulta sempre più evidente. Le grandi campagne di stampa, che hanno caratterizzato l’anno trascorso, volte a scongiurare la Brexit, l’elezione di Trump e la vittoria del No al referendum costituzionale italiano, sono andate incontro a un sostanziale fallimento. I soliti presagi di disastri economici e altre sciagure, finalizzati a spostare l’orientamento dell’elettorato verso le ipotesi più gradite dai poteri economici, che controllano i media, non hanno sortito l’effetto sperato. Il quarto potere, specializzato nella produzione di informazioni false al servizio degli obiettivi delle classi dominanti [1], affronta nella fase attuale una diffusa perdita di credibilità.

La crisi di egemonia può essere spiegata da un lato facendo riferimento alle innumerevoli falsità, rivelatesi in seguito come tali, dichiarate ai quattro venti per giustificare, in particolare, gli interventi militari cui abbiamo assistito negli ultimi decenni (dalla Serbia alla Siria, passando per l’Iraq). Ma questa crisi ha soprattutto radici sociali, in un sistema economico che non garantisce più il benessere promesso e che precarizza sempre di più il lavoro, alienandosi così il consenso delle masse popolari e dei lavoratori salariati, cui non è offerta alcuna solida prospettiva. L’egemonia e il consenso, com’è ovvio, sono strettamente legati al margine di benessere economico, ossia alle briciole che il lavoro può strappare al capitale. Un’aristocrazia operaia può anche sostenere lo “status quo”, se questo garantisce un certo livello di benessere. La crisi di sovrapproduzione del capitale non rende più possibili le politiche redistributive e clientelari, come quelle effettuate nei decenni precedenti, che permettevano solidi livelli di consenso. E’ così che gli stessi interventi a gamba tesa, effettuati dai vari esponenti di istituzioni e di organizzazioni legate più o meno direttamente all’UE e alla NATO, non solo non sono serviti a portare acqua al mulino del Remain, della Clinton o del alla riforma costituzionale di Renzi, ma sono addirittura finiti per alimentare i sospetti degli elettori, in particolare tra le classi popolari. Il salto nel buio è così diventato l’ipotesi più credibile e più auspicabile per le masse, le quali, tra una “padella” nota e una “brace” ignota, hanno preferito rischiare. D’altronde, in un sistema che sponsorizza apertamente fuorvianti prospettive di guadagno facile con il gioco d’azzardo delle lotterie e delle borse, la filosofia del rischio è interiorizzata da ampi strati della popolazione.

In tale fase di crisi di egemonia, il principio liberale della libertà di informazione diventa pericoloso per il mantenimento dell’attuale situazione politico-economica. Se la stampa di regime non riesce più a canalizzare le opinioni dei lettori, il rimedio più immediato è quello di ingabbiare le fonti alternative di informazione. In questo senso va la risoluzione del Parlamento europeo del 23 novembre 2016 “sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi” [2], un salto di qualità repressivo rispetto al periodo in cui si poteva anche concedere una – pur marginale - informazione alternativa. I nemici ufficiali numero uno sono la Russia e i suoi canali di informazione (Sputnik news e Russia Today), e il Califfato con la sua propaganda tramite internet. I nemici non dichiarati sono però tutti quelli che usano la rete per diffondere notizie e chiavi di lettura dei fatti non conformi al volere dei poteri forti. Il fatto che ogni Stato utilizzi le informazioni per i propri fini non è una novità. Ad emergere in tutta la sua evidenza è l’intenzione di porre in atto una nuova stretta autoritaria in Occidente.

Lo dimostrano le pressioni esercitate sulle grandi corporazioni della rete (Google, Facebook, Twitter) per promuovere la censura, in particolare in Francia e Germania, dove sono previste elezioni fondamentali per il futuro dell’Unione. La stessa Italia, rispettosa delle direttive della UE, ha già avviato la sua campagna di criminalizzazione delle cosiddette “fake news”, i cui principali promotori sono la presidente della Camera Boldrini e il presidente dell’antitrust Pitruzzella. Quest’ultimo finisce persino per invocare un’agenzia della verità simile al Ministero della Verità del libro di Orwell 1984. Puntuale in questo senso arriva il disegno di legge Gambaro che prevede multe e carcere per chi “diffonde notizie false” e “mina l’ordine democratico tramite mezzi informatici”. Questo capolavoro normativo non ci risparmia neanche una menzione riferita alle “notizie false, esagerate o tendenziose”. Ma chi stabilirà quando una notizia è tale e quando non lo è? Il Ministero della Verità? Ma l’Unione Europea e l’Italia non erano fari della libertà fondati sui principi dello stato di diritto, in cui era consentita la piena libertà di espressione? La restrizione degli spazi di libertà formali, come la libertà di stampa, vanno in tutt’altra direzione. Un motivo in più per rivendicare la rottura della gabbia dell’Unione Europea.


 Note:

[1] D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci editore, 2014.

[2] Un provvedimento analogo è stato fatto negli Stati Uniti durante l’ultimo periodo della presidenza Obama: il “Countering Foreign Propaganda and Disinformation Acthttps://en.wikipedia.org/wiki/Countering_Foreign_Propaganda_and_Disinformation_Act

04/03/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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