Caso Cucchi. Un “dejà vu” ancora più amaro del primo verdetto

Dopo cinque anni la giustizia non ha ancora trovato i colpevoli. La famiglia si batte per conoscerela verità sulla fine di Stefano. In commissione giustizia della Camera la proposta di legge per riconoscere il reato di tortura. Già votato e approvato in Senato. Acad promuove manifestazione “Mille candele per Stefano”.


Caso Cucchi. Un “dejà vu” ancora più amaro del primo verdetto Credits: Attilio Cristini

Dopo cinque anni la giustizia non ha ancora trovato i colpevoli. La famiglia si batte per conoscerela verità sulla fine di Stefano. In commissione giustizia della Camera la proposta di legge per riconoscere il reato di tortura. Già votato e approvato in Senato. Acad promuove manifestazione “Mille candele per Stefano”.

di Alba Vastano

Ci sono giorni indelebili nella memoria. Ognuno ne ha. Per la famiglia Cucchi il 22 ottobre 2009, il cinque giugno 2013 e il 31 ottobre 2014 sono stati sicuramente i giorni peggiori. Stefano in quei giorni é morto tre volte.

La prima per cause innaturali. La morte sembra sia dovuta alle conseguenze del pestaggio in carcere da parte degli agenti di custodia.

La seconda e la terza ucciso dalle sentenze della corte d’Assise, che ha ritenuto, infine, non responsabili le 12 persone che lo avevano in custodia e avrebbero dovuto tutelarlo. Stefano Cucchi é quindi una vittima dello Stato e di una giustizia che non riconosce e non ammette che ci sono i responsabili della sua morte. Ci devono per forza essere.

Troppi errori sono stati compiuti dal momento del suo arresto e le prove ci sono tutte. Sono prove provate e iniziano a sommarsi dal quel maledetto giorno in cui il giovane, trovato dai Carabinieri in possesso di stupefacenti, venne arrestato per poi essere condotto in cella presso la stazione di Tor Sapienza.
Era il 15 ottobre 2009 e da lì inizierà per lui un calvario di sei giorni che lo porterà alla morte nel reparto protetto per detenuti dell’ospedale romano “Sandro Pertini”. Ai familiari il corpo di Stefano appare irriconoscibile . «Come madre posso soltanto dire che mio figlio l’ho consegnato alle forze dell’ordine in perfetta salute fisica. Stava benissimo mio figlio. Dopo sei giorni l’ho ritrovato morto massacrato. Era stato in palestra, aveva lavorato tutto il giorno, stava benissimo. Quando l’ho rivisto, io come madre per un attimo ho stentato a riconoscere il volto di mio figlio. La giustizia oggi me l’ha ucciso per la seconda volta» così Rita la madre del giovane. È il 5 giugno e la sentenza di primo grado verrà pronunciata da lì a qualche ora. Sarà infausta per chi ha chiesto piena luce sui fatti. Verranno condannati solo cinque dei sei medici dell’ospedale “Pertini”. Assolti gli infermieri e le guardie carcerarie. È Ilaria, la sorella di Stefano, a intraprendere la battaglia giudiziaria, ad affrontare i media affinché possa essere fatta chiarezza sulla morte del congiunto. Affinché i capi d’accusa vengano
riconosciuti dai giudici e i responsabili condannati.

Nel frattempo, al Senato, il parlamentare Luigi Manconi presenta la proposta di legge che riconosce il reato di tortura, atto che viene approvato con voto unanime il cinque marzo scorso. Ad oggi il testo é in vaglio alla commissione giustizia della Camera dei deputati. L'Italia ha aderito alla Dichiarazione universale dei diritti umani e ha ratificato il Patto sui diritti civili e politici, la Convenzione dell'Onu contro la tortura il 3 novembre 1998. Ad oggi, però, il reato di tortura non é ancora riconosciuto nell’ordinamento italiano.

La famiglia Cucchi indignata e annichilita dal primo verdetto dei giudici, non demorde, sostenuta dal legale, Fabio Anselmo. Vuole giustizia sulla fine misteriosa di Stefano. Ilaria va ovunque sia invitata.
Dalla presidente della Camera, Laura Boldrini ,che accoglie e conforta lei e altre vittime dello Stato.
Si rivolge a tutti i media possibili, affinché la vicenda non cada nell’oblio. Ma la nuova sentenza é ancora più infame per la famiglia Cucchi. La corte d’Assisi d’appello il 31 ottobre emette il secondo verdetto.”Tutti assolti perché il fatto non sussiste”. Tutti assolti quindi per insufficienza di prove.

Stefano é morto in modo innaturale, ma chi gli ha provocato la morte é sconosciuto, anzi “..non é stato nessuno”. Eppure ci sono le testimonianze di alcuni detenuti, compagni di cella del ragazzo.
In particolare di un detenuto ghanese. Tutti hanno indicato gli agenti di custodia come gli autori del pestaggio su Stefano. Perché negare l’oggettività della vicenda? Perché la giustizia italiana é caduta nel sonno della ragione? Perché si nega o si vuole negare l’evidenza? Ci sarà l’ultimo appello, quello definitivo in Cassazione. Una flebile speranza per la sete di giustizia della famiglia Cucchi così provata, non solo dalla fine misteriosa del loro caro, ma ancor più forse dal mancato riconoscimento della verità.
Ilaria grida la sua rabbia ai media “Non mi arrendo, dovranno uccidermi per farmi tacere!”.
Di sicuro la ricerca ostinata della verità sarà il punto fermo da perseguire per Ilaria e la sua famiglia.

Sabato, 8 novembre, a piazza Indipendenza, sotto la sede del Consiglio superiore della Magistratura, si sono illuminate migliaia di candele ( Reoportage foto). Iniziativa promossa da Acad (associazione contro gli abusi in divisa) e dalla famiglia Cucchi. Perché si accendano le luci della dignità dell’esistenza umana. Perché nessuno più debba essere umiliato, pestato e deprivato dei primari diritti umani, quelli della dignità e della vita stessa. Com’é successo a Stefano Cucchi, a Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e molte atre vittime di soprusi. Tante candele perché si faccia luce su questa triste e ambigua vicenda e affinché la giustizia, finalmente, faccia il suo corso e compia il suo dovere.

13/11/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Attilio Cristini

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L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


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