Il progetto antidemocratico della controriforma costituzionale

La vittoria del Sì ostacolerebbe la partecipazione democratica delle classi popolari


Il progetto antidemocratico della controriforma costituzionale Credits: contropiano.org

La scarsa sensibilità di Matteo Renzi per la democrazia è testimoniata dalla risposta data a una studentessa della Cattolica di Milano, che qualche giorno fa ha chiesto al presidente del Consiglio cosa fosse per lui la democrazia. Da chi ricopre uno dei più alti incarichi istituzionali della Repubblica ci si aspetterebbe una risposta degna del ruolo. Ma a capo del governo del nostro Paese c’è uno dei talenti nazionali della televendita, che - ahinoi! - non sta lì a offrire una batteria di pentole in offerta speciale, ma a svendere quel che rimane della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista. E infatti, alla domanda “Cos’è per lei la democrazia?”, Matteo Renzi risponde che per lui la democrazia è guardare un film con i propri figli e poi incontrare Barak Obama alla Casa Bianca. Insomma, una democrazia più o meno relegata a una sfera individuale da club privé. Certamente non ha dato dimostrazione di aver studiato, come ebbe a dire in un confronto TV, sui libri del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, che considera la democrazia la forma di reggimento politico che “mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica”. [1] Figuriamoci se la a democrazia come partecipazione attiva alle decisioni concernenti i beni pubblici [2] possa passare per la testa di Matteo Renzi.

Se il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha quella considerazione (davvero molto bassa) della democrazia, non può che avere un approccio conseguente con la Costituzione, dove è invece tradotta una visione molto più profonda della democrazia quale “partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. [3] È contro questa idea di democrazia che è stata strutturata la controriforma costituzionale e prima di questa la revisione dell’articolo 81 della Carta, che imponendo l’obbligo del pareggio di bilancio aveva già prefigurato una revisione dei principi democratici sanciti dalla Costituzione.

Quando a uno Stato viene impedito di fare spese in deficit, come previsto dall’articolo 81 riscritto per dare risposta alle oligarchie europee, si procede di fatto allo svuotamento e alla conseguente, progressiva mercificazione di beni pubblici essenziali e quindi, di conseguenza, allo svuotamento del processo democratico. Previdenza, sanità pubblica, sostegno al reddito e così via, cessano di essere gli strumenti con i quali la Repubblica assolve al suo compito costituzionale di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini”, impediscono agli stessi cittadini di poter partecipare alla vita democratica del Paese. Viene cioè impedito, ai lavoratori, ai pensionati, a uomini e donne delle classi sociali più deboli, di poter prendere parte all’organizzazione economica, sociale e politica del Paese. E viene perciò snaturata la concezione della democrazia stabilita dalla Costituzione, poiché di fatto, seppure i diritti da essa sanciti non vengono toccati, rimangono come semplice riconoscimento formale.

Così, mentre la Costituzione antifascista, così invisa a banche d’affari come JP Morgan, “pone l’esigenza di avvicinare al popolo l’esercizio del potere” anche “per mezzo di un sistema democratico articolato territorialmente in enti locali autonomi” [4], la Costituzione come la vorrebbero riscritta Renzi, Boschi e Verdini e i centri di potere economico e finanziario che il governo italiano rappresenta, impedisce alle classi popolari la partecipazione democratica, in due modi: sia con le riforme antipopolari portate avanti in questi anni, quali sono ad esempio quelle del lavoro, delle pensioni, della scuola che aggravano le differenze sociali e di classe; sia con l’accentramento dei poteri in mano all’esecutivo che potrà condizionare i lavori parlamentari, svuoterà di funzioni le autonomie locali e impedirà una vera rappresentanza parlamentare.

A ben guardare, quelle riforme e la modifica antidemocratica della Costituzione non possono che andare di pari passo. Perché è attraverso la riduzione dei diritti che può avvenire quello svuotamento democratico sostanziale che la controriforma costituzionale vorrebbe sancire con l’accentramento dei poteri in mano a un governo forte. Al tempo stesso, è per mezzo di un governo forte che i diritti sanciti dalla Costituzione antifascista possono subire quel processo di mercificazione che garantirebbe a banche, istituti finanziari, padronato, nuove possibilità di profitto. Per rendere il lavoro sempre più precario e i lavoratori sempre più ricattabili; per limitare il diritto alla pensione a vantaggio della previdenza privata; per ridurre la scuola a un ente di formazione precari; per imporre qualsiasi opera su un territorio a fini speculativi, fosse anche dannosa per la salute pubblica e l’ambiente; per svuotare la sanità pubblica e favorire l’ingresso dei privati, occorre sottrarre ai cittadini la possibilità e anche l’idea di poter esercitare un potere democratico. Perché un ceto politico che ha scelto di rappresentare le classi dominanti e di farne gli interessi, non può, ovviamente, affidare l’esercizio delle sue funzioni al consenso popolare. Così ogni processo decisionale viene affidato a un esecutivo forte.

Se la Costituzione approvata nel 1947 si poneva l’obiettivo della democrazia progressiva basata sull’organizzazione popolare, con la controriforma costituzionale del governo Renzi le classi dominanti stanno tentando una pericolosa regressione antidemocratica, basata sul governo forte e accentratore che può fare a meno della rappresentanza popolare, per cui può governare di fatto senza consenso; se con la stesura della Costituzione nata dalla Resistenza ci si poneva l’obiettivo del “progresso sociale, legato all’avvento di una nuova classe dirigente”, [5] il cui ruolo avrebbe dovuto essere assunto dalla classe lavoratrice, con la stesura della controriforma Renzi-Boschi-Verdini rischiamo di trovarci in Senato un personaggio come De Luca, che considerando la democrazia “il governo della minoranza più forte”, non disdegna il clientelismo come strumento per il mantenimento di un potere sottratto alle classi popolari.

Il 4 dicembre, quindi, il NO alla controriforma costituzionale deve rappresentare, a un tempo, un atto di resistenza contro il tentativo di sottrarre ulteriori spazi di democrazia ai cittadini e l’avvio di un nuovo processo politico per far progredire i diritti delle classi popolari, senza i quali non può esserci alcuna vera democrazia.

[1] G. Zagrebelsky, Imparare democrazia, Einaudi, 2007

[2] L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013

[3] Costituzione della Repubblica italiana, articolo 3, comma 2

[4] L. Gruppi, Socialismo e democrazia. La teoria marxista dello Stato, Teti Editore, 1978

[5] P. Togliatti, Intervento all’Assemblea costituente, nella seduta LVIII dell’11 marzo 1947, in S. Gentili, A. Pirone, Togliatti e la democrazia. Scritti scelti, Bordeaux, 2014

26/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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